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2018 da record per il private equity italiano

2018 da record per il private equity italiano

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Francesca Conti
Francesca Conti

12 Luglio 2019
Tempo di lettura: 2 min
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  • Nel 2018 il private equity italiano ha raggiunto livelli record, registrando un valore aggregato degli investimenti pari a 17,6 miliardi di euro su un totale di 149 operazioni

  • “La pressione sulle banche” italiane ha “giocato a favore del private equity”, spiegano gli autori del report dello studio legale Gatti Pavesi Bianchi e Unquote

  • Le aziende tecnologiche italiane hanno realizzato buone exit per il private equity e le nuove imprese tecnologiche del paese hanno attratto l’interesse degli investitori

  • Dopo i beni di consumo e il settore industriale, quello sanitario è stato il terzo più grande in valore, rappresentando il 20% degli scambi

Il 2018 è stato un anno da record per il private equity italiano: lo certificano i dati del report dello studio legale Gatti Pavesi Bianchi e Unquote. Le “incertezze economiche e politiche” che “affliggono gli investitori italiani” e “la pressione sulle banche” del Paese hanno giocato a favore del settore

Il mercato italiano del private equity non è mai stato così in salute. Lo certificano i numeri evidenziati dal report pubblicato dallo studio legale Gatti Pavesi Bianchi in collaborazione con Unquote. Secondo lo studio, il settore nel 2018 ha raggiunto livelli record, registrando un valore aggregato degli investimenti pari a 17,6 miliardi di euro su un totale di 149 operazioni. Le “incertezze economiche e politiche” che “affliggono gli investitori italiani” e “la pressione sulle banche” del Paese hanno “giocato a favore del private equity”, creando per i suoi operatori un nuovo spazio in cui “imporsi” come erogatori di credito, spiegano gli autori del report.

L’alto valore raggiunto, in particolare, è dovuto a una serie di ‘megadeals’, inclusi i quattro buyout realizzati tra l’inizio del 2018 e il primo trimestre del 2019, tra i quali spicca l’acquisizione da 3,03 miliardi di euro dell’azienda farmaceutica Recordati da parte di Cvc Capital Partners. Un altro fattore determinante per l’incremento delle operazioni è rappresentato dal passaggio generazionale innescato dall’uscita di scena dei capostipiti delle grandi famiglie imprenditoriali, che dopo la guerra hanno trasformato le loro aziende in vere e proprie dinastie commerciali.

Per affrontare il passaggio generazionale, molte imprese si sono rivolte a società di private equity per facilitare la successione, ricevere liquidità e adattarsi all’irrompere della tecnologia e della globalizzazione. Nonostante l’elevata qualità e i buoni fondamentali, le imprese italiane mostrano multipli inferiori alle loro omologhe europee: si parla in media di 10,2 volte l’Ebitda. I multipli variano tra gli 8x per i deal sotto i 100 milioni e i 11-13x per i deal maggiori.

I settori italiani più attivi nel private equity

L’Italia ha sempre vantato un forte settori industriale e dei beni di consumo e queste due divisioni continuano a rappresentare la parte più importante dell’attività di private equity. Sia il settore industriale che quello dei beni di consumo ha rappresentato oltre un quarto di tutte le transazioni di Pe effettuate tra il 2017 e il 2018. La manifattura ha registrato la percentuale più alta del numero di operazioni (33%), mentre i beni di consumo il volume maggiore (32%).

Le società dell’industria italiana sono note per la produzione di beni di alta qualità in aree di nicchia e hanno sviluppato con successo l’export dei loro prodotti. Secondo l’ente commerciale Federmacchine, ad esempio, il 70% delle macchine industriali prodotte in Italia viene venduto all’estero. Anche il settore dei beni e servizi del Paese cresce a un ritmo sostenuto e sembra destinato a rimanere impattante anche nel 2019, con molte Pmi a conduzione familiare che continueranno a produrre prodotti di fama internazionale.

Valore delle operazioni di private equity per settore
Valore delle operazioni di private equity per settore

Il settore sanitario

Dopo i beni di consumo e il settore industriale, quello sanitario è stato il terzo più grande in valore, rappresentando il 20% degli scambi, una percentuale superiore all’8% registrato nel 2015 e 2016. Il balzo del settore è dovuto principalmente all’acquisizione dell’azienda farmaceutica Recordati da parte di Cvc Capital Partners. Un accordo che ha permesso una valutazione del business di 5,86 miliardi.

Recordati è stata una delle società farmaceutiche più richieste in Europa e, come i suoi colleghi industriali italiani, ha consolidato un’importante crescita a livello internazionale. La società ha registrato un fatturato di 1,2 miliardi nell’esercizio finanziario dell’operazione ed è attiva in Europa, Turchia, Americhe, Nord Africa e Russia. Avendo costruito la base del proprio business sul mercato dell’assistenza primaria, Cvc ha visto in Recordati l’opportunità per supportare le attività in rapida crescita nel campo delle malattie rare.

Il mondo tech

Il settore tecnologico, spesso sottovalutato in Italia, è un’altra area che ha registrato un forte successo per i dealmaker negli ultimi 12-24 mesi. La tecnologia ha rappresentato il terzo settore con il miglior rendimento in termini di volume sia nel 2015/16 sia nel 2017/18. Le aziende tecnologiche italiane hanno realizzato buone exit per il private equity e le nuove imprese tecnologiche del paese hanno attratto l’interesse degli investitori.

A maggio dello scorso anno, Oakley Capital ha ottenuto un ritorno del 3,8x e un tasso interno di rendimento (Irr) del 51% dalla vendita della propria partecipazione di maggioranza nel sito di comparazione prezzi Facile.it. Il sito ha circa 20 milioni di utenti e ha quasi triplicato l’Ebitda nel periodo in cui Oakley ha detenuto la maggioranza. Qualche mese dopo il deal di Facile, uno dei suoi co-fondatori, Alberto Genovese, ha ricevuto un investimento di 100 milioni da parte di Blackstone e Goldman Sachs per la sua nuova impresa Prima Assicurazioni. L’assicuratore auto digitale è stato lanciato nel 2015 e conta già 250.000 clienti.

All’inizio di quest’anno la società di pagamenti digitali Nexi, sostenuta da un consorzio di fondi di private equity, tra cui Clessidra, Bain Capital e Advent International ha raccolto 2 miliardi di euro dalla propria Ipo con un’enterprise value di 7,3 miliardi debito incluso. L’emergere di accordi tecnologici “di più alto profilo”, sottolinea il report, dimostra che “l’Italia sta facendo progressi nello sviluppo della sua digital economy, dopo un avvio lento”. Nel 2016 solo una società su 10 effettuava vendite online e solo il 25% utilizzava internet per i propri acquisti. Casi di successo come quelli di Nexi e Facile.it, spiegano gli autori del report, “dimostrano che il Paese ha talento e capacità per guidare più deals tecnologici in futuro”.

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