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Pmi italiane: la vera sfida è la quotazione in Borsa

Pmi italiane: la vera sfida è la quotazione in Borsa

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  • Nel 2017 una trentina di aziende italiane hanno deciso di quotarsi in borsa

  • La crescita e l’affidabilità sono alcuni dei maggiori vantaggi legati alla quotazione

  • L’importante degli investitori intermediari è sottovalutato in Italia rispetto all’estero

Le Pmi che decidono di quotarsi in borsa acquisiscono un vantaggio competitivo maggiore rispetto ai loro competitor non quotati, oltre che avere la possibilità di attrarre i talenti migliori sul mercato del lavoro

Attrarre i migliori talenti sul mercato del lavoro e poter investire in progetti a medio lungo termine sono alcuni dei vantaggi che hanno le piccole e medie imprese italiane (Pmi) nel quotarsi in borsa. Questo quanto è emerso durante la conferenza “La leva del risparmio privato come vantaggio competitivo per le Pmi”, tenutasi il 10 aprile 2018 al Salone del risparmio.

Nel 2017 sono state circa una trentina le Pmi italiane che hanno deciso di quotarsi in borsa, numero in netta crescita rispetto agli anni precedenti. Secondo Ugo Loser, amministratore delegato di Arca fondi Sgr, le aziende stanno iniziando a capire che l’essere quotati in borsa rappresenta “un vantaggio competitivo” rispetto ai loro concorrenti. Ma quali sono i reali vantaggi della quotazione?

In primis l’azienda ha la capacità di investire in progetti “più rischiosi” e a medio lungo termine grazie a un maggiore accesso ai capitali e alla capacità di condividere il rischio con il mercato. Progetti che prima non venivano presi in considerazione, a causa dell’elevato rischio, con la quotazione in borsa possono ora vedere la luce. Oltre a ciò la società risulta essere più affidabile e capace di attirare gli investimenti esteri grazie a una maggiore trasparenza, all’accountability, agli esercizi di stress testing e di comunicazione richiesti dalla quotazione. La maggiore affidabilità di una società quotata in borsa emerge chiaramente anche dall’analisi dei conti economici. L’analisi dei bilanci delle società non quotate è infatti molto meno leggibile e trasparente rispetto a quelle delle quotate. La motivazione risiede nel fatto che dal momento in cui la società decide di volersi quotare in borsa, deve per forza sottostare a determinate regole che portano una maggiore trasparenza dei conti e dunque a una maggiore sicurezza per l’investitore.

Ma non è tutto oro quello che luccica. Nonostante il numero crescente di piccole e medie imprese che stanno scegliendo di quotarsi in borsa, ci sono ancora diversi passi da fare. L’ostacolo culturale rappresenta forse il più difficile, in quanto per sua stessa natura richiede tempo e pazienza. La diffidenza verso la quotazione in borsa, fino ad oggi, è stata legata alla percezione negativa della finanza. Questa viene, infatti, vista non come un alleato ma bensì come un nemico che l’azienda deve combattere.

Come si può dunque superare il problema culturale? Secondo Giorgio Basile, presidente di Isagro, l’ostacolo culturale potrà essere superato dalla necessità. Solo quando la società avrà bisogno di maggiori investimenti, per determinati progetti, sarà dunque costretta a rivolgersi alla quotazione in borsa e lasciare da parte i pregiudizi legati al mondo finanziario.
Altro aspetto su cui si deve ancora molto lavorare sono gli investitori intermedi. Questi sono di fondamentale importanza perché rappresentano lo step intermedio tra la situazione inziale (Pmi chiusa) a quella finale (quotazione in mercato, Pmi aperta). Il compito degli investitori intermedi è quello di entrare nella governance di una società e traghettarla verso la quotazione in borsa. L’Italia, rispetto all’estero, sottolinea Loser è ancora molto indietro, nonostante la presenza di realtà come le Spac (Special purpose acquisition company).

Giorgia Pacione Di Bello
Giorgia Pacione Di Bello
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