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I dipendenti che vendono le azioni dell’azienda prima dell’Ipo perdono almeno il 39%

I dipendenti che vendono le azioni dell’azienda prima dell’Ipo perdono almeno il 39%

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Livia Caivano
Livia Caivano

03 Maggio 2019
Tempo di lettura: 3 min
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  • I dipendenti che vendono sul mercato secondario prima della quotazione percepiscono una somma almeno il 39% più bassa rispetto al prezzo di quotazione

  • Sono più del 40% le società tech americane che consentono ai propri dipendenti di vendere parte delle loro opzioni sulle azioni sul mercato secondario

Negli Usa le società del mercato secondario delle azioni non quotate inseguono i dipendenti delle aziende che si quoteranno a breve, per comprare le loro azioni prima del suono della campana di Wall Street. Molti cedono, ma a loro svantaggio

Secondo uno studio della Stanford University, più del 40% delle società tech americane consente ai propri dipendenti di vendere parte delle loro opzioni sulle azioni sul mercato secondario. Un dato insolito considerato che lo strumento vincola solitamente i dipendenti a non convertire le proprie azioni in denaro fino alla liquidazione, vendita o Ipo. Collegando la remunerazione alla performance dell’azienda, la distribuzione di stock option mira da una parte a motivare i dipendenti, dall’altra a mantenerli alle proprie dipendenze il più a lungo possibile. I premi azionari vengono di fatto utilizzati per attrarre dipendenti più ottimisti riguardo alle prospettive di un’impresa e li porta ad avere una maggiore motivazione nel perseguire obiettivi aziendali. Poiché i premi azionari in una società privata sono generalmente illiquidi (non esiste un mercato attivo per la vendita di questi premi azionari), servono anche come strumento di conservazione in quanto dipendenti in genere deve rimanere con la società fino a un evento di liquidazione (vendita o Ipo) al fine di convertire questi premi in contanti.

Negli ultimi anni, però, le tempistiche di quotazione si sono allungate. Tra la creazione di una società americana e la sua Ipo tra il 1996 e il 2000 passavano in media sei anni. Dopo la crisi finanziaria del 2008 questo tempo si è dilatato fino a dieci anni. Abbastanza perchè nei proprietari delle opzioni nasca l’esigenza di una immediata liquidità per svariati fini, dall’iscrizione dei figli all’Università all’acquisto di una casa.

Nell’ultimo decennio il mercato secondario delle azioni non quotate, che già esisteva, si è espanso. Dall’essere principalmente dominato da broker e banche che operavano in maniera non de tutto trasparente, di fatto ostacolando l’accesso degli investitori, ora comprende nuovi mercati pre-Ipo. Stanford cita SharesPost, EquityZen ed Equidate. Tutte garantiscono l’utilità dell’operazione ai dipendenti, giocando sugli esiti negativi delle quotazioni a cui abbiamo assistito negli ultimi anni. Il marketing di queste società suggerisce che all’Ipo possa seguire un crollo sul mercato azionario e che convenga quindi vendere finchè le quotazioni sono alte. Lo studio americano però dimostra che i dipendenti che si sono appoggiati a questi mercati hanno in realtà percepito una somma almeno il 39% più bassa rispetto al prezzo di quotazione, poiché i titoli sono illiquidi e le commissioni di intermediazione sono più alte che nei mercati quotati.

Livia Caivano
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