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L'innovazione fa bene ai fondi

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Contributor
Contributor, Michele Pezza

23 Dicembre 2020
Tempo di lettura: 3 min
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  • Tutto il mondo del risparmio gestito è in fermento e punta a innovare processi e prodotti, soprattutto passando dall’acquisizione di tecnologia. Che però non farà sparire la figura del consulente, ma anzi la potenzierà. Ogni crisi si accompagna a cambiamenti radicali e quella attuale non fa eccezione

  • Secondo un sondaggio condotto da PwC, in partnership con il Politecnico di Milano, gli incontri frontali sono ancora la modalità di interazione più diffusa, seguita dalle conversazioni telefoniche. E gli incontri presso la filiale rimangono il punto di contatto più diffuso anche tra i giovani (nel 63% dei casi)

  • I robot non possono sostituirsi al consulente per la parte più emotiva della scelta d’investimento, ma possono agire a supporto per ottimizzare l’allocazione del portafoglio e offrire servizi a valore aggiunto. Per esempio nel goal based investing: un approccio al cliente che tenga in considerazione i suoi obiettivi di vita

La tecnologia è vitale per il risparmio gestito: perché consente di rispondere in maniera più puntuale alle esigenze degli investitori, con analisi più fini. Abbattendo i costi della ricerca permette inoltre di far fronte alla compressione dei margini, che sono sempre più risicati. L’intervista a Mauro Panebianco, partner del network di servizi professionali PwC

L’industria dell’asset management corre ai ripari, investe in tecnologia e cerca alleanze per resistere alla contrazione dei margini. La pandemia non ha fatto altro che accelerare una tendenza che era già in atto da anni. I gestori di oggi devono valutare una marea di dati e il punto è che, per rispondere in maniera più puntuale alle esigenze degli investitori, l’unico modo è allearsi con la tecnologia. “L’asset manager ha cambiato le modalità di effettuare scelte d’investimento”, racconta a We Wealth Mauro Panebianco, partner del network di servizi professionali PwC Italia e specializzato in Asset e Wealth Management, “al giorno
d’oggi si deve necessariamente tenere conto anche di dati non finanziari. Penso per esempio agli investimenti Esg, per la cui selezione non ci si può fermare ai soli bilanci. In questo caso, il gestore utilizza l’intelligenza artificiale per incrociare un gran numero di informazioni che arrivano da fonti diverse, come il mondo di internet e dei social media”.
Ma al di là degli investimenti socialmente responsabili, il ge- store che non si fa aiutare dalla tecnologia rischia di perdere occasioni di rendimento. Ragion per cui non ci si può più permettere di attendere la prossima trimestrale prima di agire: “Alcuni dati ci fanno capire se, per esempio, un’azienda di automotive in un determinato momento sta vendendo auto- mobili oppure no”, prosegue Panebianco, “possiamo sapere quanta gente sta andando al supermercato e quali prodotti acquista, tutti aspetti che non possono più essere esclusi nel processo di selezione degli investimenti”.

E se le case prodotto fanno i conti con la necessità di mettersi al passo con tempi, il virus ha fatto la stessa cosa anche per quanto riguarda la distribuzione: anzi, secondo uno studio di PwC condotto su dati Assogestioni e Assoreti aggiornati al primo trimestre 2020, i wealth manager sfruttano più efficacemente le innovazioni tecnologiche nella gestione della relazione. “Il distanziamento sociale ha fatto sì che le persone non potessero più frequentare i luoghi deputati all’acquisto o alla vendita di prodotti finanziari”, prosegue il partner di PwC, “la necessità di effettuare tutto da remoto ha impresso un’accelerazione a tutta la tecnologia che riguarda la firma grafometrica, il pa- perless e la comunicazione a distanza. Insomma, ha portato l’industria a ripensare un modello di interazione più virtuale e meno fisico”. C’è poi da considerare un altro aspetto che ha a che fare con l’avvento di robo advisor. Questi hanno portato a un posizionamento maggiore su prodotti passivi e a basso costo, all’utilizzo di app e del web, invece dello sportello bancario o del consulente finanziario. Tutti aspetti che preoccupano il mondo dell’advisory tradizionale, ma fino a un certo punto. Poiché, di sicuro per il mercato italiano, il consulente umano è ancora considerato fondamentale. Un sondaggio condotto a maggio 2020 da PwC, in partnership con il Politecnico di Milano, ha infatti evidenziato che gli incontri frontali sono ancora la modalità di interazione più diffusa, seguita dalle conversazioni telefoniche. E gli incontri presso la filiale rimangono il punto di contatto più diffuso anche tra i giovani (nel 63% dei casi).

“I robot nel nostro paese non hanno avuto un grandissimo successo”, sottolinea Panebianco, “perché la parte più legata alla psicologia e all’emotività della scelta d’investimento non può essere sostituita da una macchina. La tecnologia può agire a supporto del consulente per ottimizzare l’allocazione del portafoglio e offrire servizi a valore aggiunto. Penso al goal based investing: un approccio al cliente che tenga in considerazione i suoi obiettivi di vita come lo possono essere l’acquisto di una casa nel prossimo futuro o la necessità di mandare i figli all’università”. E di certo, sempre secondo lo stesso sondaggio, le prestazioni finanziarie e servizio di bassa qualità, offerta tecnologica inclusa, rappresentano i fattori che spingono i clienti a cambiare advisor.
La figura del consulente finanziario, quindi, non sembra de- stinata a sparire. Del resto, le grandi crisi finanziarie si so- no spesso accompagnate a rivoluzioni tecnologiche. Dopo il 2008-2009 sono arrivate realtà come Netflix o Uber che hanno imposto discontinuità delle prassi operative e nuovi modelli di servizio.

Questo basta a spiegare il perché, sia in Italia che all’estero, le società del risparmio gestito stanno facendo investimenti per rinnovarsi. “Qualche asset manager”, dicono da PwC, “sta mutando il proprio modello rendendolo più simile a quello di una fintech, al fine di diventare un grande gestore di dati con cui arrivare a proporre soluzioni vincenti in termini di investimenti. Tutti questi soggetti, del resto, hanno una grande mole di dati su cui lavorare, sia interni che esterni, e chi avrà la migliore capacità di utilizzarli a proprio vantaggio in futuro sarà vincente”. I nuovi modelli di simulazione possono por- tare il gestore su nuove frontiere mai esplorate prima: “Oggi ci sono modelli di portafoglio basati su dati non finanziari, che consentono di evidenziare nuovi trend e opportunità di investimento. Se andiamo su asset class non tradizionali, come le infrastrutture, il direct debit, gli npl, l’utilizzo di questi dati è diventato fondamentale”.

Gli investimenti in tecnologia, quindi, sono vitali per fare pro- poste su misura ai clienti. Ma c’è anche un tema di efficienza. È notizia di queste settimane che l’Esma ha rivisto la normativa sulle fee di performance, decisione che si ripercuoterà sui margini di alcuni asset manager. E, il tutto, in un contesto che viveva già una forte spinta al consolidamento, tra necessità d’investimenti ingenti ed erosione dei ricavi. “Per ovviare alla compressione dei margini”, è la conclusione di Panebianco, “ai nostri clienti consigliamo di fare ricorso alla tecnologia per essere più efficienti e meno costosi. La scelta di effettuare questo tipo di investimenti rende il business scalabile e può agevolare le operazioni di acquisizione e aggregazione”.

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Contributor , Michele Pezza
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