PREVIOUS ARTICLE NEXT ARTICLE

Invesco, gli investitori sovrani puntano alla Cina

Invesco, gli investitori sovrani puntano alla Cina

Salva
Salva
Condividi
Francesca Conti
Francesca Conti

08 Luglio 2019
Tempo di lettura: 5 min
Tempo di lettura: 5 min
Salva
  • Circa il 90% dei fondi sovrani con un’esposizione alla Cina detiene azioni cinese, segno che le misure intraprese dal governo per aprire il mercato agli investitori stranieri stanno funzionando

  • L’allocazione media alle obbligazioni è salita dal 30% nel 2018 al 33% nel 2019, diventando la principale asset class

  • Al contrario, l’allocazione media alle azioni è scesa dal 33% al 30% tra il 2018 e il 2019

  • Il 43% delle banche centrali che ora detiene renminbi in portafoglio a fronte del 40% nel 2018

  • Dal 2017, la percentuale di investitori sovrani con una politica Esg specifica è passata dal 46% al 60% e il 20% delle banche centrali ha ora una politica sui criteri Esg rispetto all’11% del 2017

Fondi sovrani e banche centrali sembrano credere sempre di meno sull’Europa – complice un forte disincanto – e per questo si stanno orientando verso il mercato cinese. I dati dell’Invesco Global Sovereign Asset Management Study mostrano anche un vigoroso orientamento verso l’obbligazionario

Gli investitori sovrani scelgono la Cina. Per banche centrali e fondi sovrani infatti, l’Europa non è una regione economicamente attraente e per questo la loro attenzione si sta spostando sempre più a Est. Questa è una tra le tendenze principali emerse dalla settima edizione dell’Invesco Global Sovereign Asset Management Study, il report annuale che analizza le attitudini all’investimento di fondi sovrani e banche centrali.

I fattori chiave del 2019, secondo lo studio, sarebbero un certo “disincanto” degli investitori sovrani nei confronti dell’Europa, un importante aumento e una conseguente prevalenza della componente obbligazionaria sull’equity e rendimenti in calo, coerentemente con l’andamento dei mercati mondiali. La survey di quest’anno ha coinvolto 139 singoli investitori sovrani e responsabili di banche centrali di tutto il mondo (71 banche centrali rispetto alle 62 del 2018), rappresentativi di asset per 20.300 miliardi di dollari.

“Il nostro studio rivela che gli investitori sovrani e le banche centrali si stanno preparando per la fine del ciclo economico che prevedono entro due anni, adottando approcci difensivi e diversificando le strategie d’investimento”, commenta Alex Millar, head of Emea institutional distribution sales di Invesco. “Gli investitori sovrani – aggiunge – hanno ridotto l’allocazione alle azioni a favore delle obbligazioni, ancorchè mantengano un trend crescente nell’allocazione in mercati privati, che per i principali investitori sovrani comprende anche investimenti diretti in Cina e nel settore tecnologico”.

Ottimisti sulla Cina, pessimisti sull’Europa

Dal 2017 l’attrattività della Cina per gli investitori sovrani è cresciuta molto di più rispetto a quella delle altre regioni. Circa l’82% degli investitori sovrani ha citato le tensioni commerciali tra i fattori che hanno avuto un’influenza sulle decisioni di asset allocation, eppure l‘attrattività della Cina quale destinazione d’investimento nei prossimi tre anni ha registrato un punteggio di 6,1 su 10, in netto aumento rispetto a un rating di 5,2 nel 2017.

Anche se lo studio è stato condotto in un periodo caratterizzato da una costante retorica sulla guerra commerciale, le persone intervistate hanno dichiarato che l’impegno della Cina a migliorare la tutela della proprietà intellettuale rappresenta per loro un motivo di ottimismo riguardo a una possibile risoluzione delle tensioni.

Attrattività delle economie per il portafoglio nei prossimi tre anni, solo fondi sovrani (punteggio medio 0-10)
Attrattività delle economie per il portafoglio nei prossimi tre anni, solo fondi sovrani (punteggio medio 0-10)

Le dinamiche competitive della Cina, uniche nel loro genere, attirano gli investitori sovrani in cerca di una maggiore diversificazione, con le azioni che rimangono l’asset class preferita. Circa il 90% dei fondi sovrani con un’esposizione alla Cina deteneva azioni cinesi, a riprova del fatto che le misure intraprese dal governo per aprire il mercato agli investitori stranieri stanno dando i loro frutti. Le allocazioni alle obbligazioni probabilmente aumenteranno grazie all’inclusione della Cina nella maggior parte degli indici obbligazionari e alle iniziative, come Bond Connect, che offriranno agli investitori stranieri l’accesso al mercato obbligazionario locale.

La trasparenza rimane un ostacolo significativo per i fondi sovrani che intendono incrementare le allocazioni alla Cina, mentre per quelli che non sono esposti al paese del Dragone, i principali impedimenti sono rappresentati dalle restrizioni agli investimenti e dal rischio valutario. Per Millar, “lo spostamento verso la Cina, in un momento in cui le guerre commerciali hanno un impatto negativo sui mercati azionari, dimostra la capacità degli investitori sovrani di guardare oltre le schermaglie geopolitiche a breve termine guidando l’agenda delle notizie e capitalizzando sulle dinamiche core, in questo caso la continua maturazione della seconda più grande economia al mondo”.

Ostacoli agli investimenti in Cina. Solo fondi sovrani (% citazioni)
Ostacoli agli investimenti in Cina. Solo fondi sovrani (% citazioni)

Il rallentamento della crescita congiunturale dell’Eurozona, unitamente alla percezione di un crescente rischio politico, ha contribuito al contrario al calo dell’attrattività percepita delle principali economie europee. La Brexit sta ora influenzando le decisioni di asset allocation del 64% degli investitori sovrani. Per contro, la politica interna dell’Europa continentale, ritenuta sempre più incerta alla luce dell’ascesa dei movimenti populisti in importanti economie europee come quella tedesca e italiana, sta incidendo sulle decisioni di asset allocation per il 46%.

Di conseguenza l’Europa “è caduta in disgrazia”, spiega Invesco, e quasi un investitore sovrano su tre ha diminuito le proprie allocazioni nel 2018 e un numero analogo intende procedere nello stesso modo nel 2019. Solo il 13% degli investitori sovrani prevede quest’anno di incrementare le allocazioni all’Europa rispetto al 40% che aumenterà le allocazioni all’Asia e al 36% che aumenterà le allocazioni ai mercati emergenti

Temi macroeconomici che influenzano le decisioni di asset allocation. Solo fondi sovrani (%citazioni)
Temi macroeconomici che influenzano le decisioni di asset allocation. Solo fondi sovrani (% citazioni)

Nelle scelte dei fondi sovrani le obbligazioni superano le azioni

La maggioranza dei fondi sovrani (89%) prevede la fine del ciclo economico entro i prossimi due anni. Questo elemento, unito ai timori sulla volatilità e alla prospettiva di rendimenti azionari negativi, ha portato a incrementare le allocazioni alle obbligazioni e la diversificazione nelle allocazioni alle infrastrutture, al settore immobiliare e ai mercati di private equity. L’allocazione media alle obbligazioni, in particolare, è salita dal 30% nel 2018 al 33% nel 2019, diventando la principale asset class. Parallelamente, l’allocazione media alle azioni è scesa dal 33% al 30%, e ha quindi sancito la fine di un trend quinquennale iniziato nel 2013 e conclusosi nel 2018 durante il quale il comparto obbligazionario ha perso importanza (dal 35% al 30%) mentre le azioni hanno registrato forti incrementi.

Lo studio ricorda come il 2018 sia stato un anno complicato per i titoli sovrani a causa del calo complessivo dei rendimenti dovuto alla debolezza e alla volatilità dei mercati. In media nel 2018 gli investitori sovrani hanno conseguito un rendimento del 4% a fronte di un rendimento del 9% nel 2017: un calo dei rendimenti coerente con l’andamento generale dei mercati. Nonostante il calo dei rendimenti, i titoli sovrani hanno realizzato una buona performance visto l’andamento negativo delle azioni globali che, stando all’indice Msci World, nel corso dell’anno hanno registrato una flessione dell’8,7%.

Le turbolenze sui mercati azionari nel 2018 hanno inoltre evidenziato i limiti delle strategie passive ponderate in base alle capitalizzazioni di mercato e di alcune strategie fattoriali meno complesse. Alcune delle strategie fattoriali più popolari, per esempio value e momentum, nel 2018 hanno sottoperformato rispetto alle attese degli investitori. Chi ha applicato alle allocazioni fattoriali l’approccio set and forget si è ritrovato a volte con dei rendimenti non positivi. Alla luce di tale situazione è quindi preferibile abbandonare l’approccio mono-fattoriale a favore di posizioni multi-fattoriali in grado di adattarsi meglio alle condizioni evolutive dei mercati.

Le banche centrali scelgono ancora l’oro e puntano sul renminbi

Le banche centrali ritengono collettivamente che la fine del ciclo economico sarà caratterizzata da un rallentamento graduale invece che da una crisi economica. Tuttavia, il contesto di mercato incerto, unitamente a una Fed sempre più aggressiva, ha indotto molte di loro a trovare una sicurezza nelle allocazioni ai depositi e – in alcuni casi – all’oro. Le banche centrali hanno acquistato in particolare lo scorso anno 651,5 tonnellate di oro, il secondo picco più alto di sempre (+74% rispetto al 2017).

Oltre un terzo (35%) delle banche centrali ha incrementato le allocazioni nel corso degli ultimi tre anni, e il 32% prevede ulteriori aumenti nei prossimi tre anni, ma nel complesso gli investimenti in oro rimangono attorno al 4% dei portafogli complessivi di riserva. Il 75% delle banche centrali è inoltre convinto o addirittura fermamente convinto che la vendita degli investimenti in oro avrebbe una copertura mediatica negativa nel loro Paese.

Le banche centrali, in cerca di diversificazione e di alternative ai rendimenti negativi dei titoli di Stato (soprattutto in Europa) e al dollaro statunitense, puntano sui depositi bancari. E il principale beneficiario è stato il renminbi, e tra il 2017 e il 2018 le allocazioni alla valuta cinese hanno superato quelle al dollaro australiano e canadese, con il 43% delle banche centrali che ora detiene renminbi in portafoglio a fronte del 40% nel 2018. Oltre un quarto (27%) delle banche centrali prevede di aumentare le riserve di renminbi nel 2019 e la valuta cinese è destinata a diventare la valuta preferita nel 2020.

Una solida affermazione dei criteri Esg

Anche i criteri Esg sono un tema sempre più importante per gli investitori sovrani e per le banche centrali. Dal 2017, la percentuale di investitori sovrani con una politica Esg specifica è passata dal 46% al 60%. Il 20% delle banche centrali ha ora una politica sui criteri Esg rispetto all’11% del 2017. Gli approcci Esg sono sempre più sofisticati in quanto hanno superato la fase dello screening e prevedono ora forme più raffinate di integrazione.

C’è stato inoltre uno spostamento nella focalizzazione sulla natura dell’attività Esg. Mentre in passato gli asset owner si focalizzavano sulle questioni di governance per via dei vantaggi più evidenti in termini di rischio/rendimento, questi fattori vengono ora spesso dati per scontati da chi adotta i criteri Esg. Per gli investitori sovrani, le questioni ambientali stanno diventando sempre più importanti, e le emissioni di carbonio e il cambiamento climatico rappresentano la tematica Esg più importante.

Rispondenti con una politica specifica sugli ESG a livello societario (% citazioni)
Rispondenti con una politica specifica sugli Esg a livello societario (% citazioni)
Francesca Conti
Francesca Conti
Condividi l'articolo
Se non vuoi mancare aggiornamenti importanti per te, registrati e segui gli argomenti che ti interessano.
ALTRI ARTICOLI SU "Risparmio Gestito"
ALTRI ARTICOLI SU "Invesco"
ALTRI ARTICOLI SU "Obbligazionari Internazionali"