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Fondi italiani: costosi e/o poco performanti

Fondi italiani: costosi e/o poco performanti

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Livia Caivano
Livia Caivano, Riccardo Sabbatini

12 Febbraio 2019
Tempo di lettura: 3 min
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  • Con rare eccezioni in tutte le classi di asset e per le diverse scadenze temporali, non c’è nessuno che batta gli italiani sui costi addebitati agli investitori retail e rappresentati dal Ter (Total expence ratio)

  • Nei fondi azionari gli intermediari italiani sono quelli che impongono i costi maggiori con un Ter del 2,22% rispetto a una media europea dell’1,77 per cento

  • Leggermente meglio va nei fondi obbligazionari con un Ter dell’1,09% (rispetto a una media Ue dell’1,14%) ma a discapito delle performance nette che, misurate nell’orizzonte di un decennio, sono appena dello 0,84% rispetto al 2,13 della media europea

Uno studio dell’Esma, l’authority europea di vigilanza sui mercati finanziari, confronta per la prima volta oneri e risultati delle 30mila case d’investimento europee che gestiscono asset per 10mila miliardi

La loro performance in media non è esaltante ma soprattutto costano. I fondi d’investimento italiani escono malconci dal primo confronto europeo sull’industria dell’asset management, condotto dall’Esma (authority europea di vigilanza sui mercati finanziari). Con rare eccezioni in tutte le classi di asset e per le diverse scadenze temporali, non c’è nessuno che batta gli italiani sui costi addebitati agli investitori retail e rappresentati dal Ter (Total expence ratio). E’ un primato di cui non essere orgogliosi. Il report, pubblicato in queste settimane, analizza una realtà finanziaria imponente.In Europa sono attivi 30mila fondi d’investimenti aperti che gestiscono asset per circa 10mila miliardi di euro.

E a questi occorre aggiungere i 5mila miliardi investiti nei fondi alternativi, di cui il 18% sono finiti nelle tasche degli investitori al dettaglio, e i 500 miliardi che hanno preso la strada dei prodotti strutturati. In tutto è un’industria del risparmio gestito imponente seconda al mondo soltanto dopo quella statunitense.

E non è senza significato, allora, sapere quanto il servizio d’investimento costi ai risparmiatori. La risposta non è banale perché occorre superare carenze normative e le specificità di ciascun paese dell’unione che spesso impediscono di realizzare effettivi confronti. L’Esma non dispone di un proprio data base centralizzato e pertanto per realizzare il suo report ha utilizzato i dati commerciali provenienti da Thompson Reuters Lipper che tuttavia censiscono un universo significativamente inferiore di fondi (per un totale di 7.400 miliardi). Spesso sono disponibili soltanto i dati di domicilio del fondo ma non quelli del domicilio dell’investitore. Il problema riguarda soprattutto l’Italia con i cosiddetti fondi “round trip”, in cui una Sgr produce ad esempio in Lussemburgo fondi successivamente collocati nella penisola.

Sfuggono all’analisi anche le performance fee, anche per la mancanza di una quadro di regole armonizzato in Europa su come calcolarle. Anche in questo caso il Belpaese si fa notare in negativo visto che diverse maison nostrane producono in altri paesi del continente i propri fondi proprio per sfuggire alle più restrittive regole domestiche in materia di performance fee. Infine nelle commissioni di gestione confluiscono spesso i costi di distribuzione dei prodotti (retrocessi alla rete di vendita) e che ad esempio in Italia – secondo un’analisi condotta dalla Consob nel 2018 – rappresentano circa il 70% del totale.

Con queste limitazioni il primo rapporto dell’Esma rappresenta un significativo passo in avanti nella comprensione dei mercati finanziari continentali e delle specificità esistenti tra paese e paese. La prima, riguarda la composizione degli asset dei fondi aperti destinati agli investitori retail. Ebbene l’Italia è il paese in cui è più bassa a percentuale di asset azionari, ciò che influenza anche le performance dei fondi (normalmente più basse).

Ma se questa debolezza italiana potrebbe essere imputata alle scelte degli investitori la seconda, quella dei costi elevati, riposa tutta sulle spalle dell’industria. Nei fondi azionari gli intermediari italiani sono quelli che impongono i costi maggiori con un Ter del 2,22% rispetto a una media europea dell’1,77 per cento.

Leggermente meglio va nei fondi obbligazionari con un Ter dell’1,09% (rispetto ad una media Ue dell’1,14%) ma a discapito delle performance nette che, misurate nell’orizzonte di un decennio, sono appena dello 0,84% rispetto al 2,13 della media europea.

Qualcosa di simile accade anche nei fondi misti dove, sempre nell’orizzonte temporale di dieci anni, il Ter dei fondi italiani e lievemente più basso della media europea, 1,55% contro 1,59%, ma a dispetto di una performance netta significativamente più bassa (0,67% contro 1,09%).
Per periodi più brevi di investimento il risultato sostanzialmente non cambia.

Livia Caivano
Livia Caivano , Riccardo Sabbatini
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