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La “crisi di fiducia” della gestione attiva

La “crisi di fiducia” della gestione attiva

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Francesca Conti
Francesca Conti

10 Luglio 2019
Tempo di lettura: 3 min
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  • Secondo Valerio Baselli, gli asset manager attivi stanno vivendo una “crisi di fiducia”

  • L’avanzata della gestione passiva, spiega Baselli, riguarda soprattutto asset class core: governativi in dollari, governativi in euro, corporate bond in euro, oltre agli obbligazionari emergenti

  • Negli Stati Uniti i fondi equity hanno sostanzialmente raggiunto la parità tra gestione passiva e attiva in termini di patrimonio gestito, a circa 4.300 miliardi di dollari

Il confine tra gestione attiva e passiva è sempre più netto e gli investitori hanno scelto da che parte stare: i prodotti passivi sono i più ricercati. Ma quali sono le motivazioni alla base di questo indirizzo? La risposta di Valerio Baselli, senior editor Emea di Morningstar

La fuga degli investitori dalla gestione attiva è ormai certificata e il trend non sembra essere destinato ad esaurirsi presto. Se negli Usa la percentuale di fondi a gestione passiva si avvicina al 40%, in Europa il valore è ormai poco inferiore al 20%. Ma quali sono le motivazioni che spingono gli investitori a tracciare un confine sempre più netto tra questi due modelli di gestione? Lo abbiamo chiesto a Valerio Baselli, senior editor Emea di Morningstar.

“In Europa, è da diversi anni che la crescita organica dei prodotti passivi (index fund tradizionali ed Etf) supera ampiamente quella dei comparti gestiti attivamente, e questa tendenza è continuata anche nei primi cinque mesi del 2019”, ricorda Baselli, spiegando che si tratta del “sintomo della crisi di fiducia che gli asset manager attivi stanno vivendo. Gli investitori, infatti, sono sempre più attenti ai costi legati agli strumenti finanziari. Questo, assieme alla comprovata difficoltà dei gestori attivi a battere il mercato nel lungo periodo (particolarmente vero in alcune categorie, come l’azionario Usa), ha spinto i flussi verso la gestione passiva”.

“Analizzando l’industria europea del risparmio gestito nel suo complesso (fondi monetari esclusi), i numeri sono impressionanti”, continua Baselli. “Negli ultimi 12 mesi (a fine maggio 2019) – prosegue – i fondi passivi hanno segnato una raccolta netta pari a 97 miliardi di euro, contro 86 miliardi di deflussi netti dai prodotti attivi. Nel dettaglio, la dicotomia attivo-passivo più marcata riguarda i fondi azionari: gli indicizzati (Etf inclusi) hanno raccolto nell’ultimo anno 35 miliardi di euro, mentre quelli gestiti attivamente hanno visto riscatti netti per 89 miliardi nello stesso periodo”.

“Questo trend, tuttavia, non riguarda solo l’equity. Negli ultimi 12 mesi, i fondi obbligazionari passivi hanno registrato un tasso di crescita organica del 18% rispetto al -0,3% per i fondi a gestione attiva. Il tasso di crescita organica misura i flussi come percentuale degli asset iniziali e quindi elimina gli effetti del mercato quando si misurano le fonti di crescita dei fondi”, commenta ancora Baselli

Anche nell’universo a reddito fisso, “la compressione dei rendimenti vista negli ultimi anni, sia nei bond governativi che corporate, ha spinto gli investitori a selezionare gli strumenti con le commissioni più basse. Interessante notare che l’avanzata della gestione passiva riguarda soprattutto asset class core: governativi in dollari, governativi in euro, corporate bond in euro, oltre agli obbligazionari emergenti”, sottolinea l’editor di Morningstar.

“Negli Stati Uniti (che in molte occasioni hanno anticipato le tendenze europee) i fondi equity hanno sostanzialmente raggiunto la parità tra gestione passiva e attiva in termini di patrimonio gestito, a circa 4,3 mila miliardi di dollari da entrambi i lati”, spiega ancora Baselli. “La strada – conclude – sembra tracciata anche per l’Europa”.

Francesca Conti
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