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Cresce la voglia di economia reale. Non bastano i Pir

Cresce la voglia di economia reale. Non bastano i Pir

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Giorgia Pacione Di Bello
Giorgia Pacione Di Bello, Francesca Conti

19 Giugno 2019
Tempo di lettura: 3 min
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  • Per Strocchi le Pmi italiane – che sostengono il 70% del Pil nazionale – “possono consegnare performance interessanti nel medio periodo a investitori con pazienza e ottica value”

  • Secondo il manager “consentire ai risparmiatori, agli investitori retail, di accedere a fondi chiusi con impieghi coerenti rispetto al ricchezza individuale, aprirebbe un’opzione di condivisione di performance di medio periodo che, innegabilmente, la Pmi virtuosa può consegnare”

  • Per Strocchi i Pir “per essere efficaci avrebbero dovuto proporsi in una molteplicità di iniziative, di fondi variegati aperti e chiusi di raccolta unitaria più contenuta”

Cresce la fame di economia reale tra gli investitori. Gli strumenti ci sono, ma i risparmiatori vanno informati e orientati verso le soluzioni di gestione più adeguate. Intervista a Simone Strocchi, managing partner di Electa Ventures

La fame di economia reale sta crescendo sempre più. Gli strumenti per investire ci sono, ma bisogna informare e orientare i risparmiatori verso le soluzioni di gestione più adeguate. Secondo Simone Strocchi, managing partner di Electa Ventures, i Pir avrebbero potuto avere del potenziale, ma “hanno in buona parte disatteso il loro mandato perché sono stati voracemente proposti come fondi Ucits”. Proposte e soluzioni – comunque – non mancano, come spiega il manager.

Simone Strocchi, managing partner di Electa Ventures
Simone Strocchi, managing partner di Electa Ventures

Investitori ed economia reale: un rapporto destinato a rafforzarsi? Perché?

Per necessità, per virtù e per opportunità. La necessita è originata dalla condizione in cui versano molte banche. Le banche sono state lo scrigno dei risparmi italiani (impenetrabile prima del bail in) e i principali intermediari tra risparmio privato e finanziamento alle imprese. Tuttavia oggi, per obblighi normativi di aggiornamento dei propri attivi a valori economici correnti, gli istituti di credito hanno subito e possono subire rettifiche di consistenza di bilancio (Npl e implicazioni repentine di variazione spread su portafoglio titoli di Stato) e conseguentemente riducono la propria potenza di credito, riducendo la liquidità accessibile anche alle imprese virtuose.

La ritrovata virtù degli investitori è supportata dalla dilagante presa di coscienza che le Pmi d’eccellenza, giacché sostengono il 70% del Pil nazionale e ci fanno quindi direttamente o indirettamente vivere tutti, possono consegnare performance interessanti nel medio periodo a investitori con pazienza e ottica value, oltre a garantire un futuro lavorativo per i nostri figli. L’opportunità è poi amplificata da un sistema di norme incentivanti che conferiscono diverse forme di agio fiscale a chi sostiene investimenti in economia reale.

Per andare incontro a queste necessità, c’è davvero bisogno di pensare a nuovi strumenti o si potrebbe veicolare meglio quelli esistenti?

Gli strumenti ci sono: Sicaf, Eltif, fondi Chiusi, prebooking company, Sis. Sono strumenti che vanno sviluppati da parte delle grandi case di wealth management in partnership strutturate con specialisti di private equity, di investment banking e di settore. Questi strumenti dovrebbero in parte sostituire, o quantomeno incrementare, l’offerta di gestione che oggi è principalmente rappresentata da fondi mobiliari riscattabili aperti. E’ il risparmiatore, anche retail, che va informato e orientato con trasparenza, ma senza inibizioni dogmatiche, sulle soluzioni gestori e più adeguate.

In che modo si sta verificando un disallineamento tra le esigenze di liquidità e la rispondenza di investimenti value per le Pmi?

C’è una evidente conflittualità tra i condizionamenti dei fondi aperti Ucits, che impongono di qualificare il Nav (acronimo di net asset value. È un metodo usato dalle società d’investimento per valutare il rendimento azionario nei loro portafogli in posizioni immediatamente liquidabili ndr) – orientando quindi i gestori verso investimenti in società ad elevata capitalizzazione, spesso non nazionali, per fare fronte a potenziali riscatti – e la necessaria ottica di medio lungo periodo che consente di trarre risultati da investimenti in Pmi, per loro natura e dimensione molto più illiquide.
Da sempre c’è una certa resistenza dei garanti del risparmio a consentire la distribuzione di fondi chiusi ad investitori retail poiché si reputa che un investimento illiquido sia, nella sua indisponibilità liquida di medio periodo, implicitamente meno rispondente alle esigenze del risparmiatore comune.

Perché la soluzione a queste nuove necessità sarebbe quella di aprire i fondi chiusi alla clientela retail?

Gli italiani sono buoni risparmiatori e oltre che nei depositi bancari, da anni orientano i propri risparmi su fondi mobiliari che sono prevalentemente fondi aperti Ucits, accessibili a retail poiché consentono all’investitore di riscattare la propria posizione in ogni momento. Per investire in economia reale, le Pmi autoctone per intenderci, si dovrebbero rendere accessibili al risparmiatore comune anche i fondi chiusi, che sono franchi da obblighi di qualificazione del proprio Nav in strumenti liquidabili giornalmente e sono quindi più adeguati per sostenere investimenti in Pmi che, ancorché non configurino un’asset class ‘di pronta liquidabilità’, possono consegnare nel medio periodo performance davvero interessanti. Consentire ai risparmiatori, agli investitori retail, di accedere a fondi chiusi con impieghi coerenti rispetto al ricchezza individuale, aprirebbe un’opzione di condivisione di performance di medio periodo che, innegabilmente, la Pmi virtuosa può consegnare.

I Pir, hanno disatteso il loro mandato?

I Pir hanno in buona parte disatteso il loro mandato perché sono stati voracemente proposti come fondi Ucits generalmente di consistente dimensione. Mentre per essere efficaci avrebbero dovuto proporsi in una molteplicità di iniziative, di fondi variegati aperti e chiusi di raccolta unitaria più contenuta, utile a popolare il mercato di investitori e avviare sul “verticale Italia” una pluralità di operatori attivi nelle varie fasi di maturità dell’impresa, assicurando un volano di liquidità e incremento di scambi su mercati di riferimento della Pmi come l’Aim.

Come si potrebbero modificare questi strumenti? E quali altre forme di investimento si potrebbe pensare di sviluppare?

Ora le agevolazioni Pir sono chiaramente estese anche alle Sicaf; Borsa italiana ha aggiornato le regole di formazione di ‘prezzo’ sul Miv (mercato degli investment vehicles, è il mercato di riferimento per la quotazione di fondi e veicoli societari che investono in strumenti di economia reale ndr) per aiutare la nascita di nuove Sicaf scongiurandone la trattazione borsistica a valori eccessivamente scontati rispetto al Nav. Poi ci sono gli Eltif che, con l’attrattività dell’aggiornamento fiscale, se resi accessibili a Retail informato, potrebbero diventare un importante player. Con Electa siamo sempre stati precursori del cambiamento. Abbiamo per primi realizzato Spac di successo in Italia, facendole poi evolvere in prebooking company, fino a formulare la Spac in cloud con cui intendiamo stimolare l’incremento di cornerstone investor in pre-Ipo. Abbiamo consegnato ad investitori e mercato Pmi che hanno tracciato storie di successo: Sesa, Italian Wine Brands, Pharmanutra, Digital Value.

Abbiamo lanciato con una grande casa di wealth management, Azimut, il primo fondo di accelerazione di Ipo, feeder dei nostri prebook: Ipo Club. Stiamo ragionando confrontandoci con la comunità degli operatori piu’ dinamici su nuove iniziative: incubatori di club deal, Eltif , Sicaf e fondi chiusi focalizzati. Mettendo come sempre a disposizione, senza gelosie, quanto abbiamo appreso, sintetizzando anche le esperienze dei gestori e dei professionisti che ci hanno accompagnato nelle diverse Ventures. Siamo italiani appassionati di Pmi italiane e convinti che ci sia, ora più che mai, per urgenza e per comune desiderio di riscossa, l’opportunità di “fare sistema”, avviando un ciclo positivo e aperto, nella giusta proporzione, anche ad investitori retail informati, che riparta dalla capacità italiana di intraprendere ed eccellere, spesso espressa in modo lampante dalle nostre Pmi più virtuose quando sono sostenute adeguatamente da capitali accessibili per lo sviluppo dei progetti espansivi.

Giorgia Pacione Di Bello
Giorgia Pacione Di Bello , Francesca Conti
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