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Brexit, come cambia l’industria dell’asset management

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Lorenzo Magnani
Lorenzo Magnani

26 Agosto 2020
Tempo di lettura: 5 min
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  • Molte società di gestione del risparmio europee sono solite delegare la gestione di alcuni loro fondi a supervisor londinesi

  • L’esma, sia per ragioni politiche che fiscali, sta premendo per limitare questa condotta

  • Simone Calamai, Michele De Michelis e Riccardo Ambrosetti hanno provato a fare chiarezza su quanto accadrà all’industria dell’asset management una volta che si sarà fatta la Brexit

Con la Brexit imminente ci si chiede come cambierà l’industria dell’asset management. Mentre i gestori britannici stanno spostando la sede in Europa per rimanere compliant con le direttive comunitarie, la questione dei fondi in delega è ancora tutta da capire. Se da una parte sembra che ci sarà un guadagno in termini di trasparenza e sicurezza, il rischio potrebbe essere una perdita di competenze

L’uscita del Regno unito dall’Unione Europea inevitabilmente interesserà anche l’industria del risparmio gestito.  L’hub finanziaria di Londra è difatti la prima piazza per asset gestiti in Europa. Secondo il report“Asset management in Europe”, di Efama, dello scorso settembre il risparmio gestito oltremanica valeva a fine 2017 ben il 36,5% dell’industria europea. Anche per questo l’European Securities and Markets Authorities, l’autorità europea degli strumenti finanziari e dei mercati, sta valutando il ridimensionamento del ruolo finanziario della City.

Il problema fiscale

Secondo Riccardo Ambrosetti, presidente e fondatore di Ambrosetti Sim, oltre che per la predominanza di Londra nel panorama dell’asset management europeo, l’esma vuole marginalizzare il ruolo delle società di gestione britanniche anche per una questione fiscale. “Londra ancor più di Hong Kong o della Svizzera” – spiega Ambrosetti – “è uno dei più grandi paradisi fiscali al mondo. Uscendo dalle direttive comunitarie la City rischia di avere una forza attrattiva ancora maggiore, per la bassa fiscalità e i controlli lassi sulla provenienza dei capitali. L’Europa dunque vorrebbe spingere coloro che sono domiciliati a Londra solo per motivi fiscali nell’area euro. Il risultato sarebbe una maggior trasparenza e maggiori controlli sui costi”. Ma al di là delle ragioni delle autorità europee come si stanno comportando gli asset manager inglesi?

Manovre d’oltremanica

Difronte alla prospettiva di perdere importanti quote di mercato, le più grandi società del risparmio gestito londinesi non si stanno facendo trovare impreparate. Secondo Simone Calamai, Ceo di Fundstore, è in atto un progressivo spostamento dei fondi retail di diritto inglese su altre piazze finanziarie, quali ad esempio il Lussemburgo. “In tal modo si creano nuovi veicoli di investimento che non cambiano nella sostanza ma che hanno sede comunitaria e dunque rimangono compliant con le direttive europee” spiega Calamai. Michele De Michelis, Ceo di Frame AM, conferma questo trend in atto. “Molte società, da Janus Handerson a Fundsmith, ma passando anche per boutique finanziarie più piccole, hanno già creato il loro clone europeo, tramite sicav o sicaf”.

I fondi in delega

Altro discorso è quello dei fondi in delega. Difatti per molte sgr europee era ed è prassi delegare la gestione dei propri fondi a supervisor inglesi con più esperienza sui prodotti trattati. Secondo Bloomberg, l’esma proprio su questo punto ha chiesto modifiche alla regolamentazione, in quanto espone a un rischio maggiore.  Tuttavia c’è chi, come Michele De Michelis, non capisce questa presa di posizione. “Le grandi società hanno sempre avuto questi white label, dove i gestori entravano in altri mercati tramite strutture preesistenti. BofA ML ad esempio tramite Marshall Wace, ma la stessa Schroders o Lixor hanno sempre mantenuto questa prassi. Fare outsourcing permette al contempo di risparmiare e di far fare business ad altri. I rischi per il risparmiatore vi sono solo nella misura in cui si ha a che fare con dei furfanti” afferma il ceo di Frame AM.

Di altro avviso è Ambrosetti, che punta il dito contro le società con sede nella City che nei fatti non hanno una struttura adeguata alla gestione in delega. “L’esma non vuole uccidere il ruolo di gestore delegato, vuole che sia fatto in maniera adeguata. Quindi con un centro di produzione strutturato, con una responsabilità normativa e fiscale effettiva e un team che soddisfi certi requisiti adatti a svolgere quell’attività. L’alternativa è avere la concorrenza di società, o pseudo tali, con una struttura debole, che possono fare quello che vogliono perché basate a Londra. In quest’altro modo per il risparmiatore ci saranno rischi di malversazione molto più bassi e ci sarà la garanzia di una vigilanza più forte da parte delle autorità. Rimango dell’idea che non ci possa essere che un miglioramento dell’offerta di prodotto e del livello di qualità dei servizi offerti. Oltre poi al vantaggio per gli stati euro di recuperare fiscalità e posti di lavoro”.

Sarà una Brexit senza sconti?

“Data la grande incertezza è ancora prematuro dire se qualcosa effettivamente cambierà, sia per i fondi che sono già in delega sia per i fondi di nuova emissione. Tutto dipenderà da quanto statuito negli accordi tra Regno Unito e Unione Europea” afferma Calamai. Per Ambrosetti invece le probabilità che alla fine preverrà la linea dura non è poi così remota. “È anche una questione politica. Se è vero che l’Unione Europea ha diversi punti di debolezza, a partire per esempio dalla mancanza di una fiscalità e di una giurisprudenza condivisa, sotto il profilo della gestione del risparmio molto è stato fatto. Mifid 1 e Mifid 2 sono state importanti tappe di questo processo e mi stupirebbe se alla fine si decidesse per un’altra soluzione” conclude Ambrosetti.  De Michelis infine non si sbilancia ma si augura che non si verifichino stravolgimenti. “Le limitazioni fanno solo male. Non conviene a nessuno proseguire per questa via. Nel Regno Unito c’è ottima capacità gestionale. Ci sarebbe solamente una perdita di competenze.”

Lorenzo Magnani
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