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Argentina e gli altri, il sogno perduto dei bond emergenti

Argentina e gli altri, il sogno perduto dei bond emergenti

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Teresa Scarale
Teresa Scarale

12 Maggio 2020
Tempo di lettura: 3 min
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  • L’Argentina non ha pagato gli interessi scaduti e dovuti su tre bond collocati all’estero (65 miliardi di dollari). Fra i creditori, BlackRock, Fidelity, T Rowe Price, Gmo, Vr Capital Group

  • Il governo propone un accordo di ristrutturazione del debito, per il quale servirebbe una maggioranza del 66 o dell’85% a seconda del tipo di obbligazione. E gli asset manager internazionali non ci stanno

  • La proposta del governo prevederebbe il 60% di sconto sul pagamento degli interessi e il 5,4% di riduzione del capitale. La ripresa dei versamenti ripartirebbe dal 2023 per quanto riguarda gli interessi e dal 2026 per il principale

  • Ma l’Argentina non è l’unico paese emergente a navigare in bruttissime acque per quanto riguarda il debito

Non c’è pace per i bond emergenti, l’Argentina è prossima al suo nono default. Il governo propone una ristrutturazione per i 65 miliardi di dollari dovuti ai creditori internazionali, ma questi non ci stanno. Intanto, una catena di fallimenti sovrani si profila all’orizzonte

Le sabbie mobili del debito argentino continuano a muoversi. Il paese dell’America Latina non hainfattipagato gli interessi scaduti e dovuti su tre bond collocati all’estero (65 miliardi di dollari su un ammontare complessivo di 331 miliardi). Per l’Argentina si è quindi aperto il conto alla rovescia sul suo default, l’ennesimo: sarebbe la nona volta dal 1816, anno della sua indipendenza. Il paese ha adesso a disposizione 30 giorni (che scadono il 22 maggio) per rimborsare i 500 milioni di dollari scaduti.

L’unica via d’uscita sarebbe trovare un accordo con gli investitori internazionali (fra cui figurano BlackRock, Fidelity, T Rowe Price, Gmo, Vr Capital Group) in merito alla ristrutturazione del debito.

L’ottimismo di facciata

Al momento, l’accordo non c’è. A seconda della tipologia di obbligazione, servirebbe una maggioranza del 66 o dell’85% dei creditori per arrivare a un’approvazione del differimento dei termini di pagamento. Il premier argentino Alberto Fernández spinge per trovare un accordo di rientro che sia sostenibile e credibile per il suo paese. E dice ai media che “nulla è finito, si attendono controproposte” e che l’Argentina non ha certo intenzione di incorrere in un nuovo default. Gli fa eco il ministero delle finanze: “La Repubblica argentina ratifica la sua volontà di pagare, anche nel difficile contesto internazionale generato dalla pandemia di Covid-19”. Tuttavia è lo stesso ministro Martin Guzman ad affermare brutalmente che il paese non è in grado di pagare nulla. Né nelle prossime settimane né nei prossimi anni (lo riporta Le Monde).

Bond Argentina, la proposta di ristrutturazione: tre anni di ossigeno

Il ministro dell’economia ha dunque presentato ai creditori privati la sua proposta di ristrutturazione del debito. Essa prevede il 60% di sconto sul pagamento degli interessi, il 5,4% di riduzione del capitale, con una ripresa dei versamenti degli interessi a partire dal 2023 e del principale dal 2026. In virtù di questa ristrutturazione eviterebbe adesso l’esborso di circa 40 miliardi di dollari (36,8 miliardi di euro) nei prossimi tre anni. Oltre a questa proposta, l’Argentina chiede anche di rinegoziare il proprio debito presso il Fondo monetario internazionale: 57 miliardi di dollari, del quale l’ente ha versato ad oggi solta 44 miliardi.

Gli investitori però non ne vogliono sapere: messo per iscritto il proprio diniego. E il governo ha rinunciato ad affidare a un comunicato ufficiale l’esito delle trattative, a dispetto dell’ostentato ottimismo. BlackRock, Fidelity e T Rowe Price detengono oltre il 25% del debito emesso dal 2016 in poi e oltre il 15% delle obbligazioni emesse nel 2005 e nel 2010. Sono questi ultimi i cosiddetti “exchange bond”.

Non solo Argentina bond, c’è tempesta su tutti gli emergenti. L’ammonimento di Fitch

Se la crisi sta colpendo duramente le economie dei paesi avanzati, non c’è speranza alcuna di subitanea ripresa nei paesi emergenti. “Il forte shock della pandemia di coronavirus e il crollo dei prezzi del petrolio hanno esacerbato il rischio”. È l’ammonimento degli analisti di Fitch Ratings. “I paesi con fondamentali creditizi generalmente deboli, che dipendono dalle materie prime o dal turismo, o con ingenti requisiti di finanziamento, debito in valuta estera, scarsi flussi di denaro e bassi livelli di riserve sono i più esposti”. Così, non sorprende vedere fra i paesi prossimi al fallimento sovrano le Maldive (fra i suoi creditori figura la Cina), sogno del turismo pre-Covid. Nelle stesse acque agitate annaspano Zambia, Ecuador e Rwanda, i quali hanno da poco comunicato di non riuscire a far fronte ai loro debiti. Ramin Toloui, ex responsabile degli emerging market da Pimco (leader globale nel mercato delle obbligazioni), rivela al Financial Times che “il riscatto di denaro dai fondi emergenti è stato più rapido e profondo che nel 2008”.

E la strada per la ripresa sarà ancora più incerta, aggiunge. I paesi del G20 hanno deciso di congelare i 20 miliardi di dollari di debito dei 76 paesi più poveri del pianeta, ma è difficile che i colossi privati del credito facciano lo stesso.

Teresa Scarale
Teresa Scarale
caporedattore
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