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Nuovi Pir, rilancio risparmio o sconfitta venture capital?

Nuovi Pir, rilancio risparmio o sconfitta venture capital?

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Teresa Scarale
Teresa Scarale

26 Novembre 2019
Tempo di lettura: 7 min
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  • In 10 anni, i Pir potranno raccogliere e indirizzare “all’economia reale e in particolare al finanziamento delle Pmi oltre 150 miliardi di euro di risparmi privati”

  • Per il mondo del venture capital però, si tratta di un’occasione persa. Per Stefano Peroncini, amministratore delegato di Eureka! Venture Sgr “il doppio vincolo di investimento dei Pir” avrebbe “agevolato i gestori nel loro fund raising” e “consentito di investire importanti risorse nell’economia reale”

  • “I vari stakeholder interessati avrebbero dovuto forse dialogare prima e meglio”

  • La riforma dei Pir del governo gialloverde era però urgente e necessaria. La raccolta da inizio 2019 ha mostrato infatti vistosi cali rispetto all’andamento brillante dello strumento nel suo primo biennio di vita

I nuovi Pir 4.0 saranno operativi dal primo gennaio 2020, ma il mondo del venture capital è scontento. Con la riformulazione dello strumento a soffrire saranno gli investimenti in Ipo e pre-Ipo, ossia le startup e le pmi non quotate. Ma i risparmiatori italiani brindano. E si ripropone il dilemma (tutto italiano) fra liquidità e pazienza

Modifica Pir (piani individuali di risparmio): è fatta. Come We Wealth aveva anticipato, lo scorso 25 novembre,  la commissione Finanze della Camera ha dato il via al rilancio dello strumento, il cui successo era stato penalizzato dal rimaneggiamento gialloverde.

Pir 4.0, tutti presenti. Tranne il venture capital

A beneficiarne saranno anche le casse previdenziali e i fondi pensione, liberi finalmente di investire in più di un piano anche se sempre nel limite del 10% del patrimonio. Spariscono i due vincoli del 3,5% del capitale da destinare alle imprese Aim (alternative investment market) e ai fondi di venture capital. Nella riscrittura dello strumento, c’è un unico vincolo: il 5% del 70% del patrimonio da destinare a società di medio-piccola capitalizzazione. Ossia diverse da quelle inserite nell’indice Ftse Mib e Fitse Mid della Borsa italiana o in indici equivalenti di altri mercati regolamentati. Tutti contenti dunque? No: ogni riferimento al venture capital sparisce dal testo dell’emendamento, come si legge qui in fondo.

Nuovi Pir e venture capital, lo scontento

La riformulazione dello strumento esclude però di fatto startup e Pmi non quotate. “E’ davvero un’occasione persa per il mondo del venture capital italiano. Lo spirito che ha ispirato le modifiche nella precedente legge di bilancio era molto condivisibile e particolarmente atteso dai gestori di fondi chiusi che operano appunto nel venture capital”. A parlare è Stefano Peroncini, amministratore delegato di Eureka! Venture Sgr.

Il doppio vincolo di investimento dei Pir del 3,5% avrebbe infatti da un lato agevolato i gestori nel loro fund raising (che rappresenta da sempre una criticità del nostro sistema) e dall’altro consentito di investire importanti risorse nell’economia reale. Ad esempio startup, per il tramite di fondi di investimento specializzati”.

Peroncini lamenta comprensibilmente la mancanza di dialogo. “L’errore è stato nell’execution. I vari stakeholder interessati avrebbero dovuto forse dialogare prima e meglio, per introdurre una gradualità di applicazione dei suddetti vincoli e soprattutto dei correttivi ad una delle principali critiche che è stata mossa, ossia il voler rendere illiquido un investimento (quello dei fondi aperti Pir) che tipicamente vuole e deve essere liquido”.

Modifica nuovi Pir, il percorso

Il percorso era iniziato in commissione Finanze con un ddl a firma di Sestino Giacomoni (primo firmatario dell’emendamento), vice presidente della commissione stessa. Il quale su Linkedin non nasconde la sua soddisfazione.

“[…] un lavoro serio che dal 1 gennaio 2020 farà ripartire i Pir, dandogli nuovo slancio. La mia proposta di legge sui Pir è stata infatti trasformata in emendamenti a mia firma al decreto fiscale che […] sono stati rielaborati dalla maggioranza e raccolti in un unico emendamento sottoscritto e approvato da tutti. Con i Pir 4.0 vengono rimossi i vincoli che li avevano bloccati lo scorso anno e i risparmi vengono anche indirizzati in modo più mirato verso le piccole imprese”. Sempre nel post, Giacomoni sostiene che “secondo le mie previsioni, supportate dalle esperienze degli altri paesi”, “in 10 annii Pir potranno raccogliere e  indirizzare nell’economia reale e in particolare al finanziamento delle Pmi oltre 150 miliardi di euro di risparmi privati“.

Nuovi Pir, il commento di Assogestioni

Come indicato sul suo sito, Assogestioni giudica positivamente l’emendamento sui Pir, sebbene le misure potrebbero ancora essere soggette a cambiamenti durante la discussione parlamentare. “L’industria del risparmio gestito accoglie con grande favore l’approvazione dell’emendamento al dl Fisco che rimuove le limitazioni ai Piani individuali di risparmio introdotte dalla legge di Bilancio dello scorso anno”, commenta Fabio Galli, direttore generale di Assogestioni.

“In attesa dei successivi sviluppi parlamentari”, prosegue Galli, “questo passaggio rappresenta un segnale molto apprezzabile di collaborazione tra le forze politiche ai fini del rilancio di un meccanismo fondamentale di incentivo del risparmio di lungo termine delle famiglie verso l’economia reale del Paese”.

Modifica nuovi Pir, l’emendamento

L’emendamento prevede che “in ciascun anno solare di durata del piano, per almeno i due terzi dell’anno stesso, le somme o i valori destinati nel piano di risparmio a lungo termine devono essere investiti per almeno il 70 per cento del valore complessivo, direttamente o indirettamente, in strumenti finanziari, anche non negoziati nei mercati regolamentati o nei sistemi multilaterali di negoziazione, emessi o stipulati con imprese residenti nel territorio dello Stato (…) o in Stati membri dell’Unione europea o in Stati aderenti all’Accordo sullo Spazio economico europeo con stabili organizzazioni nel territorio dello Stato”.

“La predetta quota del 70 per cento deve essere investita per almeno il 25 per cento del valore complessivo in strumenti finanziari di imprese diverse da quelle inserite nell’indice Ftse Mib della Borsa italiana o in indici equivalenti di altri mercati regolamentati, e per almeno un ulteriore 5 per cento del valore complessivo in strumenti finanziari di imprese diverse da quelle inserite nell’indice Ftse Mib e Ftse Mid della Borsa italiana o in indici equivalenti di altri mercati regolamentati”.

Al di là dello scontento del venture capital, la riforma dei Pir del governo gialloverde era urgente e necessaria. La raccolta da inizio 2019 (ossia dalla loro entrata in vigore) ha mostrato infatti vistosi cali rispetto all’andamento brillante nel primo biennio di vita dei Pir. Strumenti che il governo Gentiloni aveva ideato proprio per sostenere le Pmi italiane.

“Il primo hub finanziario europeo”

Le nuove regole per la composizione del portafoglio dei Pir daranno un forte contributo alla quotazione in Borsa di piccole e medie imprese”. Non nasconde la sua soddisfazione Anna Lambiase, fondatore e ceo, Ir Top Consulting. La quale sottolinea la capacità dei Pir di “finanziare progetti di sviluppo”. L’afflusso di nuovi capitali privati a sostegno dell’economia reale, unitamente all’incentivo alla quotazione nella forma del credito d’imposta sul 50% dei costi di Ipo, rappresentano per il 2020 le basi di un ulteriore sviluppo per il mercato Aim Italia”. Il quale “ha registrato negli ultimi anni il maggior numero di collocamenti”. Nel 2019 inoltre – con 32 Ipo e 187 ml di euro di raccolta – rappresenta il primo hub finanziario europeo per numero di quotazioni tra i mercati non regolamentati”. Come già scritto su We Wealth, “secondo solo al mercato Uk, in netta controtendenza rispetto al resto d’Europa.

“Un dato che dimostra la qualità dello Sme growth market italiano come strumento finanziario per la raccolta di capitale”. Inoltre “la quotazione aiuta a rafforzare la struttura finanziaria, e i numeri di Aim lo dimostrano. Il taglio medio delle operazioni nel 2019 ha raggiunto 5,8 milioni di euro di raccolta di capitale”. Coerentemente con un taglio dimensionale delle aziende con fatturato medio pari a 21 milioni di euro.

Teresa Scarale
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