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L’instabilità finanziaria rallenta i Pir

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Giorgia Pacione Di Bello
Giorgia Pacione Di Bello

29 Ottobre 2018
Tempo di lettura: 3 min
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  • I Pir hanno registrato un successo nella raccolta del 2017

  • Restano però indietro le società non quotate e il settore primario nella canalizzazione dei Pir

Le incertezze del mercato hanno influenzato anche gli andamenti dei Pir. Tra il 2017 e il 2018 si è dunque registrato un calo nella raccolta di 7,5 miliardi di euro

Le incertezze del mercato rallentano i Pir. Nel secondo semestre del 2018 la raccolta si è fermata a 3 miliardi e mezzo contro gli 11 del 2017. Le instabilità finanziarie hanno dunque impattato anche sull’andamento dei Pir, anche se il risultato rimane sempre in positivo. Massimo Mazzini, responsabile marketing e sviluppo commerciale di Eurizon, durante la tavola rotonda dell’evento “I piani individuali di risparmio”, realizzata da Deloitte e Nctm Studio Legale, ha sottolineato come“nel 2017 i Pir hanno rappresentato circa l’11% della raccolta del risparmio gestito. Quest’anno la raccolta sta proseguendo ma in rallentamento, coerentemente con il calo nei ritmi della raccolta complessiva del risparmio gestito. Dagli ultimi dati Assogestioni, i Pir rappresentano intorno al 30% della raccolta del 2018, quindi si sono dimostrati uno strumento resiliente. Questo grazie al fatto che si tratta di una soluzione diversificata e quindi adatta a tutte le tipologie di investitori. Ma anche perché si fonda su un patto chiaro col cliente: mantenere l’investimento per 5 anni per godere del beneficio fiscale”.

Ilbeneficio fiscale ha sicuramente incentivato molti risparmiatori italiani a investire in questi strumenti. E i dati parlano da soli. Nel primo trimestre del 2017 si sono infatti raccolti 1,1 miliardi di euro, contro la previsione annuale di 1,8 miliardi. Tuttavia, si può parlare di record solo con in relazione al secondo trimestre del 2017, quando i fondi hanno raccolto 4,24 miliardi di euro. Queste cifre – sostengono i dati del report – si sono subito tradotte in 2,65 miliardi di acquisti di azioni italiani. Di questi 930 milioni sono stati investiti in società di piccola e media capitalizzazione. Il terzo trimestre ha visto una raccolta pari a 2,2 miliardi di euro, portando il patrimonio totale investito pari a 12,2 miliardi di euro. Di questi il 35% è stato impiegato in prodotti azionari, il 37% su piani bilanciati e il restante 28% è rimasto flessibile.

Paolo Montironi, senior partner di Nctm Studio Legale, ha dichiarato come “i Pir sono il primo strumento di attenzione verso l’economia italiana composta in maggioranza da Pmi. Possono essere considerati un elemento di evoluzione che consente di trasferire capitali al sistema imprenditoriale che normalmente ricorre principalmente al credito bancario, ma anche strumento educativo con l’imporre alle aziende elementi di compliance. Questo aspetto, insieme alla convenienza per il risparmiatore, ne fa uno strumento di modernizzazione che consente di fare sistema per l’economia del Paese. Noi come Nctm abbiamo quindi ben volentieri collaborato a questa analisi sull’impatto dei Pir sviluppata con Deloitte e JeMe Bocconi, dato che siamo strutturalmente vocati alla partnership con l’imprenditoria italiana, come dimostra la nostra leadership nel numero di quotazioni sull’Aim e per il numero di operazioni di M&A in Italia“.

E’ dunque vero che i Pir hanno avuto successo, ma è anche vero che i Pir sono stati canalizzati verso il settore finanziario (29%), l’industria (20%), beni di consumo ciclici (16%), utility (10%) e altro il 25%. E’ stato però sottolineato come siano arrivati pochi fondi alle società non quotate e sul settore primario.

I Pir e il mondo

Oltre l’Italia chi altro ha adottato simili strumenti finanziari?

Gran Bretagna, Francia e Stati Uniti d’America sono gli altri tre stati che hanno deciso di provare strumenti finanziari simili ai Pir. Concentrandoci a livello europeo, la prima esperienza è stata quellabritannica con i piani “Isa (Individual saving account), introdotti nel 1999. Come nel caso italiano l’esenzione dell’imposta sui redditi finanziari è la caratteristica principale, che ha attratto gli investitori inglesi.

Dal lato francese, la loro esperienza è più simile a quella italiana, grazie alle affinità presenti nei due mercati finanziari. Nel 1992 venivano dunque introdotti i Pea (Plan d’épargne en actions) che permettevano l’investimento su qualsiasi tipologia di impresa con sede in Europa. Nel 2014 sono però nati i Pea-Pme (Pea- Petites et moyennes entreprise), strumenti finanziari molto simili ai Pir. Questi sono infatti indirizzati (come nel caso italiano) alle piccole e medie imprese e prevedono le stesse agevolazioni fiscali.

Giorgia Pacione Di Bello
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