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Il wealth management ai tempi della deglobalizzazione

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Teresa Scarale
Teresa Scarale

31 Gennaio 2019
Tempo di lettura: 3 min
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  • Economie vecchie e problemi nuovi: Paul Donovan evidenzia l’incoerenza delle categorie attuali con i modelli tradizionali di politica ed economia, insistendo sul ruolo monomaniacale di Twitter

  • In Italia la ricchezza privata è quattro volte il debito pubblico. Che effetti vi avrà il populismo? Bisogna ripensare il wealth management ai tempi della deglobalizzazione: Matteo Ramenghi e il trarre opportunità dalla volatilità (che permarrà anche nel 2019)

  • Il ruolo degli algoritmi e quello della mente umana: “Informarsi, conoscere, sapere”

Globalizzazione è un concetto diverso da imperialismo. E’ questo uno dei temi emersi dall’Ubs Forum 2019, imperniato sul ripensare i mercati (e il wealth management) ai tempi della deglobalizzazione

“Gli ultimi venti anni sono stati i migliori del mondo”. A parlare è l’economista Innocenzo Cipolletta, durante l’Ubs Forum 2019 tenutosi il 31 gennaio presso l’Università Bocconi. Una frase che può suonare bizzarra in uno dei templi del wealth management, visti i tempi di feroce deglobalizzazione che stiamo vivendo, come recentemente riportato da Nomura. Eppure le parole chiave emerse dal forum sono state “fiducia, competenza, cambiamento, chiarezza”, per fare eco al vicedirettore del Corriere della Sera Daniele Manca, moderatore della serata.

Wealth management e deglobalizzazione

Tweet e volatilità

Paul Donovan, global chief economist di Ubs Global Wealth Management, va dritto al punto, parlando di un ambiente degli investimenti reso turbolento e volatile dai rischi politici come la guerra tariffaria in corso, combattuta a colpi di tweet. Il guaio di Twitter e dei social in generale è che frammentano i temi politici, rendendo monomaniacale il pubblico di postatori.

Per questo motivo, le politiche dei governi sono diventate meno coerenti, al fine di ottenere consensi. I social media portano a focalizzarsi su un singolo argomento. Si pensi solo alla questione Brexit. Il governo britannico si era focalizzato un unico argomento quasi fosse una disputa da social, e adesso ne sta pagando le conseguenze.

Il tech

Soffermandosi sulla quarta Rivoluzione industriale, Paul Donovan asserisce che la tecnologia non è interessante di per sé. Il tech rileva in quanto cambia la società, “cambia le posizioni delle persone nella società”. Modifica, come visto, la percezione della politica da parte dei cittadini.

Economie vecchie, problemi nuovi

Donovan ammette poi che nel contesto attuale di deglobalizzazione “fare previsioni è diventato più difficile”. E il wealth management non può guardare a una sola categoria di investimenti. Nel momento in cui la globalizzazione ha raggiunto il suo picco massimo e i sondaggi dicono poco, la parola d’ordine è: diversificazione.

Gli effetti del populismo sul wealth management

Matteo Ramenghi, chief investment officer Italy, Ubs Global Wealth Management, esordisce ricordando che il risparmio privato italiano è pari a quattro volte il debito pubblico del Paese. Se lo spread dovesse aumentare [diminuendo ulteriormente il nostro rating, ndr], andrà a colpire direttamente questa ricchezza privata. Il motivo? Con un downgrading, ci sarà il rischio che lo Stato non possa più collocare i propri titoli presso gli investitori istituzionali. Ramenghi ribadisce poi che la politica continuerà a creare volatilità. L’incertezza politica attuale “comincia a far sentire i suoi effetti sull’economia reale”, che sta decelerando anche a livello globale. Una delle cause di questo rallentamento è, come visto, una diminuzione degli investimenti in capitale fisso lordo, che sono una componente fondamentale del Pil.

La volatilità? Si surfa

Ma la volatilità attuale non deve costituire una scusa per tenere “fermo” il patrimonio o rimanere “in cash”. Perché gli effetti di lungo periodo dell’inflazione sul patrimonio sono deleteri (aspetto già toccato da We Wealth). Lungi dal temerla, il wealth managerment deve sfruttare le opportunità che si nascondono nella volatilità. “Nel 2018 hanno sofferto tutte le asset class, inclusi i beni rifugio”, dice Ramenghi. “Abbiamo visto un mercato ribassista in attesa di una recessione”. Ma Ubs non si aspetta una recessione a livello globale nel 2019.

E le asset class su cui sono in sovrappeso lo confermano:

  • azionario globale;
  • oltre 1200 blue chip mondiali;
  • scelte mirate sull’azionario emergente, che presenta una grande crescita strutturale;
  • i megatrend:
    • demografia (con la crescita della popolazione ad esempio, ci sarà sempre più il problema dell’acqua potabile);
    • invecchiamento della popolazione (servizi sanitari e pensioni);
    • urbanesimo esponenziale (entro il 2050 secondo l’Onu saremo 10 miliardi di persone sul pianeta. Questa crescita interessa Asia e Africa);
    • quarta Rivoluzione industriale.

Non particolarmente gradite invece le obbligazioni, specie quelle in valuta locale. Se si devono tenere in portafoglio, è bene che non ci sia il rischio valuta. Nello specifico, il dollaro è fatto oggetto di cautela a causa dei deficit gemelli (pubblico e import/export).

Quelli elencati sono tutti cambiamenti che pongono delle “sfide temibili”. Ma “offrono opportunità per crescere di più”, come il fatto che “sempre più parleremo di sostenibilità“.

La diffusione sempre maggiore degli algoritmi

Un altro elemento sempre più presente nei mercati, lo si è già visto nel passaggio dall’edizione 2018 del Forum a quella del 2019, è quella degli algoritmi. “Sono molto sensibili alla volatilità e insensibili alle valutazioni”, dice Ramenghi. Ciò offre ulteriore spazio per cogliere occasioni di posizionamento in settori con valutazioni molto basse, valorizzando la capacità umana di raziocino. “La diffusione, per certi versi sconvolgente, dei robot, ci farà tornare a pensare”, afferma un ingegnere studente Mba Bocconi presente sul palco.

30 anni dal Muro

Chi scrive ricorda che quest’anno ricorrono i 30 anni (9 novembre 1989) dalla caduta del Muro di Berlino. Qualcuno (Francis Fukuyama) all’indomani di quel momento parlava di “fine della storia”, qualcun altro di “scontro delle civiltà” (Samuel Huntington). Oggi, dopo tre decenni, il mondo è in bilico fra l’esacerbarsi degli scontri e una nuova consapevolezza, che va oltre i temi politici frammentati da Twitter e che vede nella circolazione della ricchezza e delle culture l’unica via praticabile per il progresso.

“Il cambiamento ci piace se riguarda gli altri”, afferma in chiusura Paolo Federici, market head Italy, Ubs Global Wealth Management. Ma il mondo, bisogna guardarlo “oltre i confini domestici”. La ricchezza parte dal nostro “Informarsi, conoscere, sapere”.

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caporedattore
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