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Venezuela, il petrolio e l’illusione dello “Stato Magico”

Venezuela, il petrolio e l’illusione dello “Stato Magico”

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Alberto Negri
Alberto Negri

20 Marzo 2019
Tempo di lettura: 3 min
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Da 80 anni il Venezuela vive soltanto di rendita petrolifera. Fuori dal campo petrolifero, non si lavora, si investe poco o nulla e la borghesia è abituata da sempre a esportare i suoi dollari nei conti all’estero. E il rischio è che non ci sarà una vera transizione: per ottenerla ci vorrebbe un cambio profondo di mentalità

Da quasi ogni parte si invoca in Venezuela un cambio di regime. Speriamo che questa volta agli Stati Uniti e all’Europa vada meglio che in Medio Oriente. In Afghanistan, dopo l’11 settembre 2001, gli Usa hanno abbattuto i talebani che ospitavano Osama bin Laden, e adesso dopo 18 anni di guerra, hanno aperto negoziati con gli stessi talebani, dipinti allora come il male assoluto. Nel 2003 hanno fatto fuori Saddam Hussein con la scusa della più colossale bufala della storia, che il regime possedesse armi di distruzione di massa, mai trovate. L’Iraq non solo non è stato più governabile ma è diventato per anni il santuario del terrorismo di Al Qaida e poi dell’Isis.

Insieme a francesi e inglesi, gli americani in Libia hanno buttato giù Gheddafi e sappiamo come è andata a finire. All’Italia sono arrivate ondate di centinaia di migliaia di profughi e il Paese è ancora nel caos. Per non parlare della Siria. Anche qui Washington e i suoi alleati nella regione volevano eliminare Assad e per raggiungere questo obiettivo, poi fallito per l’intervento russo, hanno persino sostenuto i jihadisti, quelli che hanno ispirato gli attentati in Europa.

Con questo brillante curriculum ci prepariamo dunque a sistemare quel Venezuela che possiede le maggiori riserve petrolifere del mondo – il 18% secondo la “British Petroleum Statistical Review of World Energy” – dove un governo di incapaci, per altro strangolato dalle sanzioni, è riuscito a passare da una produzione di oltre tre milioni di barili nel 2012 a poco più di un milione e in un periodo in cui le quotazioni del greggio sono precipitate rispetto a qualche anno fa.

La crisi del Venezuela si riassume in queste amare cifre e c’è poco da girarci intorno. Sono 80 anni che il Venezuela vive soltanto di rendita petrolifera e non esporta altro che oro nero. L’effetto dell’assistenzialismo generalizzato è stato un aumento della dipendenza economica, con un paese che importa quasi tutti i prodotti industriali e le derrate alimentari. La piccola imprenditoria indipendente è stata fatta crollare dalla competizione con prodotti pesantemente sussidiati.

La nazionalizzazione di fabbriche e imprese ha dato quasi sempre risultati scarsi quando non catastrofici. La creazione di cittadini dipendenti dallo Stato è una costante storica della politica venezuelana, accentuata dai governi socialisti come quello di Hugo Chavez prima e poi di Nicolas Maduro. In Venezuela, fuori dal campo petrolifero, non si lavora, si investe poco o nulla e la borghesia è abituata da sempre a esportare i suoi dollari nei conti all’estero, imitata nell’ultimo ventennio di socialismo chavista dai militari. E siccome i conti all’estero si stanno assottigliando anche per la borghesia ecco che è scesa nelle piazze.

La gestione del petrolio e della ricchezza è stata amministrata per decenni da una élite corrotta e sfaccendata, poi è passata in mano allo stato e con Chavez nel ‘99 ai militari, non meno corrotti e sfaccendati di quelli che c’erano prima. Il petrolio in Venezuela ha alimentato la visione di uno “Stato Magico”, dove bastava mettere le mani sulla rendita per cambiare le cose. Si è creata così nel tempo una burocrazia ipertrofica, corrotta, clientelista e inefficiente. Si è venduta così ai venezuelani una narrativa assai distorta: quella di una “società ricca”, modellata dal consumismo effimero e spendaccione, che genera sistematicamente fenomeni di corruzione, scarsissima produttività ed nessuna efficienza del lavoro.

In poche parole il Venezuela è uno stato fallito, non solo nei conti della vita quotidiana, diventata durissima per la maggioranza della popolazione, ma proprio nella sua stessa essenza di nazione: vive di rendita petrolifera e non sa fare altro. L’unica differenza tra un’epoca o l’altra è da chi e come viene distribuita questa rendita: la borghesia negli anni ‘90 aveva fallito, poi è toccato al chavismo e ai militari ispirati al bolivarismo, una delle ideologie più distorte dall’Ottocento a oggi, un misto di nazionalismo e socialismo che viene invocato in un profluvio di retorica sia da sinistra che da destra.

In realtà è la copertura per continuare a vivere come prima, lasciando i poveri tra i poveri, gli sfaccendati tra gli sfaccendati, in mano alle élite di turno. Ecco perché in Venezuela non ci sarà una vera transizione, per ottenerla ci vorrebbero un cambio profondo di mentalità: la fine dello “Stato Magico”. Ma il petrolio guasta tutto ed è la vera posta in gioco non solo per i venezuelani ma anche per gli Usa e le potenze esterne come Cina e Russia che sono i più grandi creditori del Paese.

Il problema di uno stato fallito è proprio il cambio di regime: se accadrà passerà probabilmente da un caos a un altro, forse contagiando anche gli stati vicini. E ogni vittoria della cosiddetta “democrazia” sarà una bugia colossale.

Alberto Negri
Alberto Negri
È stato inviato speciale e corrispondente di guerra del Sole 24 Ore negli ultimi 30 anni per le zone Medio Oriente, Africa, Asia Centrale e i Balcani. Nel 2009 ha vinto il premio giornalistico Maria Grazia Cutuli, nel 2015 il premio Colombe per la pace. nel 2016 il premio Guidarello Guidarelli e nel 2017 il premio Capalbio saggistica per il libro "Il Musulmano Errante". Oggi è Senior Advisor dell’ISPI, Istituto degli Studi di Politica Internazionale.
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