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Usa, soffiano venti di guerra sul piano di pace

Usa, soffiano venti di guerra sul piano di pace

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Alberto Negri
Alberto Negri

17 Febbraio 2020
Tempo di lettura: 2 min
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L’iniziativa di Donald Trump introduce nuovi elementi di instabilità nel medio oriente e nel mediterraneo allargato, in un quadro intricato che evoca analogie con il passato

Più che alla pace che verrà ormai si pensa alle guerre guerra. Sulla scena internazionale circola un po’ l’atmosfera malata che un secolo fa, nell’aprile del 1920, circondava la Conferenza di Sanremo che a Castello Devachan definì i mandati delle grandi potenze nella spartizione dell’impero ottomano: il 24 aprile 1920 la Palestina fu messa sotto mandato britannico. Poi vennero frantumate le altre parti dell’impero e messe sotto il potere dei francesi tra Libano e Siria. Le conseguenze di quella spartizione anglo-francese e il crollo della Sublime Porta ce le trasciniamo ancora oggi.

Allora il Vate D’Annunzio, sovranista ante litteram e specialista in slogan pubblicitari e manifestini, preoccupato dei destini nazionalisti e anti-slavi dell’impresa fiumana, ne lanciò centinaia sulla città famosa per il casinò in cui si definivano i partecipanti al vertice di Sanremo “i biscazzieri della pace”. In queste settimane il vero contrabbandiere di una falsa pace, che è invece preludio di altra violenza e guerra, è Donald Trump, gestore di casinò e “biscazziere” del piano di pace costruito a proprio favore e dell’amico e premier,  israeliano Benjamin Netanyahu.

Inutile girarci attorno: il piano presentato da Trump è stato fatto apposta per essere respinto  e mettere all’angolo i palestinesi.

E dopo il “gran rifiuto”, si andrà avanti lo stesso in modo che il premier Netanyahu e il suo “rivale” Ganz possano presentare le loro osservazioni prima delle elezioni israeliane del 2 marzo: poi gli Usa daranno il via libera all’annessione unilaterale allo Stato ebraico della Valle del Giordano e di vaste parti della Cisgiordania con 150 insediamenti coloniali israeliani.

Di fatto, con Gerusalemme capitale di Israele, questo piano “truffa” è la pietra tombale sulla formula “due popoli e due stati”, avremo un solo Stato vero con un Bantustan palestinese demilitarizzato, una sorta di soluzione alla sudafricana. I territori palestinesi saranno così ridotti a coriandoli di terra: secondo il questo piano sarà uno stato le cui diverse porzioni verranno connesse da “strade, ponti e tunnel” ma nessuno può credere che si tratti di qualche cosa di diverso da un groviera con i buchi. Altro che stato. Mentre i palestinesi sono divisi e la già scarsa autorità dell’Autorità nazionale palestinese viene definitivamente cancellata. E quanto ai miliardi di dollari promessi ai palestinesi, circa 50, chi ci crede è bravo: figuriamoci se dopo averli lasciati marcire nella miseria in una prigione a cielo aperto come Gaza e dopo aver bloccato per anni gli aiuti dell’Unrwa, adesso sono pronti a elargire soldi agli arabi.

Altro che collera palestinese. Si tratta secondo molti osservatori di una violazione palese di ogni diritto internazionale, delle risoluzioni Onu ed europee, uno sfregio alla storia ma soprattutto a qualunque principio di giustizia e di buon senso. Con il piano non si creano le premesse per la pace ma per nuovi conflitti e altro sangue. Oltre tutto l’affermazione che la questione dei profughi palestinesi – cinque milioni – verrà risolta “fuori dai confini di Israele” mette in allarme anche gli stati della regione come la Giordania, candidata da sempre da Israele a diventare la “patria” dei palestinesi. Con il piano Trump si introducono nuovi elementi di instabilità nel Mediterraneo in un quadro già assai preoccupante.

In Libia – proprio mentre dai “porti sicuri” libici c’è il boom di partenze dei migranti – c’è ben altro che la tregua sbandierata alla conferenza di Berlino, un’operazione mediatica e cosmetica per far apparire l’Europa ancora importante di fronte a Russia e Turchia. Dopo Tripoli è stata messa sotto assedio anche Misurata dove ci sono oltre 300 soldati italiani di guardia a un ospedale da campo. Potrebbero diventare bersagli del generale Khalifa Haftar che non tiene l’Italia proprio in gran simpatia, mentre l’alleato di Tripoli al Sarraj ci ha sostituiti con i mercenari jihadisti della Turchia ma incassa ancora i soldi per la guardia costiera che lascia morire in mare centinaia di profughi nella sua area Sar di competenza. L’insuccesso libico è politico ed economico (l’export petrolifero è quasi bloccato), ma soprattutto umanitario.

Poi ci sono le guerre commerciali che per un Paese come il nostro ma anche per gli altri, ovviamente, sono vere e proprie guerre. Il vicepresidente degli Stati uniti Mike Pence è venuto a Roma a darci un buffetto sulla guancia, minacciando dazi sulle auto europee (l’Italia produce anche il 50% delle componenti dell’automotive tedesco), sanzioni sui commerci e le tecnologie con la Cina. E poi, non contento dei venti di guerra alimentati da Trump con l’uccisione del n.2 di Teheran, Qasem Soleimani, chiede silenzio-assenso sulle nuove sanzioni che pesano come un macigno sull’economia e sulla società iraniana, perché fra l’altro colpiscono anche gli interessi dell’Europa e dell’Italia, il fronte che dovrebbe difendere almeno gli accordi sul nucleare Benjamin Netanyahu civile di Teheran voluti da Obama.

Ma soprattutto Pence ci ha lanciato un avvertimento: armate- vi e partite. Gli Usa stanno allargando a Livorno Camp Darby (40 milioni di dollari di investimento), la più grande base degli americani fuori dagli Stati Uniti, ma ci chiedono anche di tenerci pronti per l’Iraq. Qui se gli Stati Uniti si ritirano o riducono le truppe andremo a prendere, con l’elmetto della Nato, il posto dei marine nelle basi, rischiando di fare da bersaglio quando gli americani decideranno di colpire con i droni le milizie sciite locali o persino l’Iran. Ecco cosa ci aspetta mentre a Sanremo ricevo un invito per celebrare il centenario della famosa Conferenza dell’aprile 1920. Tutto organizzato dal Casinò e dalle autorità sanremesi. Che forse hanno una sensibilità storica e politica maggiore di quella di Trump.

Alberto Negri
Alberto Negri
È stato inviato speciale e corrispondente di guerra del Sole 24 Ore negli ultimi 30 anni per le zone Medio Oriente, Africa, Asia Centrale e i Balcani. Nel 2009 ha vinto il premio giornalistico Maria Grazia Cutuli, nel 2015 il premio Colombe per la pace. nel 2016 il premio Guidarello Guidarelli e nel 2017 il premio Capalbio saggistica per il libro "Il Musulmano Errante". Oggi è Senior Advisor dell’ISPI, Istituto degli Studi di Politica Internazionale.
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