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Un nuovo volto: la silver economy all’italiana

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Emanuela Notari
Emanuela Notari

27 Gennaio 2021
Tempo di lettura: 3 min
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  • L’aumento delle aspettative di vita chiama anche l’Italia a un ripensamento dell’industria dei servizi dedicati agli over65

  • La silver economy italiana vale secondo Confindustria 200 miliardi di euro, un quinto dell’intera spesa delle famiglie; nel 2050 sarà un terzo del totale

  • Anche l’industria del wealth management deve trovare risposte inedite per un target di neo-pensionati con aspettative di vita di 20/30 anni, un patrimonio importante che intende trasferire agli eredi, ma anche valorizzare per soddisfare i propri desideri di comfort, benessere e nuove esperienze

L’invecchiamento della popolazione ha cambiato il nostro Paese, decennio dopo decennio, senza che ce ne accorgessimo. Così “l’economia d’argento”, che oggi vale 200 miliardi di euro, non viene valorizzata come dovrebbe. Generando rischi e opportunità da non sottovalutare

Settant’anni fa, poco dopo la fine della Seconda guerra mondiale, quando la generazione più numerosa della storia, quella dei Baby boomer, muoveva i primi passi, in Italia c’era meno di un anziano per ogni bimbo. Oggi sono 5 gli anziani per ogni bambino. Semplice da spiegare: i Baby boomer stanno arrivando all’età della pensione, ma nel frattempo, da decenni, nascono sempre meno bambini.

Nel 1950 il rapporto era di 2,5 figli per ogni donna, in Italia. Oggi siamo scesi a 1,2 figli a testa, ben al di sotto della soglia di 2,1 necessaria per mantenere in equilibrio nascite e decessi. E saremmo messi peggio senza il contributo positivo dei residenti stranieri. Risultato: gli over65 rappresentare un quarto della popolazione italiana. In prospettiva, nel 2050, saranno un terzo. Questo fa di noi il Paese più vecchio al mondo insieme con il Giappone. A questo si aggiunge il fatto che la prevenzione, il miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro e il progresso scientifico hanno aumentato l’aspettativa di vita, che oggi è di 81 anni per gli uomini e di 86 per le donne.

Ma le generazioni nate dal 2000 in poi sono destinate ad arrivare ai 100 anni. Facendo i conti, si scopre che oggi abbiamo i quasi 14 milioni di over 65, a fronte di 24 milioni di persone occupate, cioè solo il 40%, il che ci porta a un rapporto di meno di due lavoratori per ogni pensionato. Per un sistema ancora fondamentalmente a ripartizione, dove i contributi degli attuali lavoratori servono a finanziare le attuali pensioni, si tratta di un problema non da poco: vuol dire un peso maggiore sulle spalle di ogni occupato. Il quale in più, in seguito alle riforme pensionistiche, deve cominciare a risparmiare privatamente per la propria previdenza integrativa.

Come sappiamo bene, però, i numeri non dicono tutto. La realtà quotidiana, che abbiamo assimilato senza rendercene conto, è una diffusa presenza di anziani che arrivano all’età della cosiddetta vecchiaia in buona forma fisica e mentale, spesso ancora attivi e coinvolti nella vita sociale e professionale. Per non dire di quella familiare anche di figli e nipoti, con una patrimonialità e una disponibilità economica che spesso le generazioni più giovani non hanno nemmeno la speranza di raggiungere se non ereditando proprio da questi anziani, ultimo baluardo della società opulenta del secondo ‘900. Secondo i dati di Bankitalia rielaborati da Abi, gli over 65 in Italia possiedono oltre il 70% della ricchezza nazionale, di cui oltre il 61% in immobili.

Nonostante l’evidenza, la narrazione dell’età della pensione ricalca ancora i vecchi stilemi del secolo scorso: fragilità, isolamento e ritiro totale dal lavoro. Se ciò corrispondeva al vero per gli anziani degli anni di 50 anni, che avevano davanti a sé, al momento del pensionamento, mediamente ancora una decina d’anni di vita, non è certo sostenibile per i “longennial” di oggi che possono aspettarsi di vivere altri 20/25 anni. Senza contare che parliamo dei famosi Baby boomer, i quali – sulla spinta delle proprie ambizioni – hanno costruito sulle macerie della guerra il benessere economico e la società dei consumi. Per quale motivo dovrebbero smettere improvvisamente di avere progetti e desideri al compimento del 65esimo anno di vi- ta? Perché non dovrebbero inseguire la soddisfazione delle proprie ambizioni come hanno sempre fatto?

Il cliché del sessantenne solitario, fragile e improduttivo, con più bisogni che desideri è decisamente superato dai fatti, salvo che non lo abbiamo ancora metabolizzato. Così quello che il mercato pensa e produce per un pubblico anziano continua ad essere declinato in tinte beige e marron, quando gli over 65 di oggi amano i colori, i viaggi, le relazioni, il buon cibo e il buon bere. Tengono di fatto in piedi l’economia del Paese. Secondo un recente studio di Confindustria, la domanda generata direttamente dagli over 65 in Italia vale 200 miliardi di euro, quasi un quinto dell’intero ammontare dei consumi delle famiglie. Si stima che tra dieci anni varrà circa un quarto del totale, il 30% nel 2050. La ricchezza dei nostri over 65, oltre ad essere trasmessa agli eredi, deve essere valorizzata ai fini della navigazione della loro longevità. Negli Stati Uniti il settore finanziario sta lavorando da tempo per formare nuovi consulenti in grado di aiutare i propri clienti a immaginare scenari futuri ben diversi dalla vecchiaia dei loro padri, a pianificare investimenti e gestione delle proprie risorse in funzione di una fase sempre più estesa di cosiddetta terza età.

Come insegnano Joe Coughlin, direttore dell’AgeLab del Mit di Boston (vedi intervista), e John Diehl di Hartford Funds, dall’età della pensione al termine delle aspettative di vita attuali corrono mediamente 8.000 giorni. Gli stessi che vanno da 0 a 22 anni, dai 22 alla “crisi di mezza età” e da questa all’età della pensione. A 65 anni ci aspetta quindi ancora un quarto di vita. Che dobbiamo imparare a riempire mantenendoci attivi e, possibilmente, produttivi. Nessuno stato previdenziale può sostenere con redditi dignitosi un quarto o, peggio, un terzo della popolazione per oltre 20/25 di pensionamento. Serve un wealth management che aiuti a pianificare meglio, dal punto di vista finanziario, il futuro dopo l’uscita dal lavoro. Perché se è vero che, con il regime contributivo, nella migliore delle ipotesi, un lavoratore dipendente avrà una pensione pari al 60/70% dell’ultimo stipendio – gli autonomi non andranno oltre il 40/50% – occorre dotarsi di un flusso di reddito aggiuntivo che permetta di mantenere uno stile di vita analogo a quello precedente.

Serve un mercato edilizio che studi soluzioni di adattamento delle case esistenti in chiave di longevità estrema o la costruzione di condomini per anziani indipendenti, come ce ne sono tanti in Francia, dove ognuno vive nella privacy del proprio appartamento studiato per essere più confortevole e sicuro possibile in età avanzata, ma al contempo può utilizzare servizi condivisi come palestra, ristorante, portierato h24, pulizie e manutenzione. Serve una mobilità ripensata per città sempre più piene di anziani, dalle aree pedonali all’interno di quartieri rivalutati, come a Barcellona, alle auto senza pilota che prima o poi consentiranno anche agli anziani di continuare a spostarsi in auto. Serve anche un’offerta più ricca sul fronte life style: viaggi, intrattenimento, enogastronomia, ospitalità turistica pensati per gli over 65. Serve un’altra idea di vecchiaia, dove non solo i bisogni ma anche i desideri degli anziani siano al centro degli sforzi pubblici e privati. Tanto da pensare, tanto da fare. Come in molti altri ambiti che sfidano l’uomo moderno.

Articolo tratto dal magazine We Wealth di gennaio 2021

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Emanuela Notari
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