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Ubs, le conseguenze della deglobalizzazione per i mercati

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Teresa Scarale
Teresa Scarale

02 Aprile 2019
Tempo di lettura: 3 min
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  • Il populismo: ovvero il guardare troppo da vicino non fa vedere nulla

  • I bot “emotivi”

  • I macro temi

Nella recrudescenza della deglobalizzazione, Ubs si chiede quali saranno le sue conseguenze sui mercati, fra cicli che non muoiono di vecchiaia e visioni dei premi Nobel. Alla decima edizione del Salone del risparmio

Guardate da vicino... Più vicino sarete, meno vedrete
BY Film "Now you see me", Louis Leterrier

L’orizzonte a pezzi della deglobalizzazione

Ovvero, populismo e  localismo come fattori oscurantisti e invalidanti di una visione economica di lungo periodo. Non sono state proprio queste le parole dette nella conferenza La grande illusione, stiamo entrando in una fase di deglobalizzazione: quali conseguenze per i mercati finanziari e per le tue scelte? tenuta da Ubs nella prima giornata del SdrX, ma il loro sentore si è esteso durante tutto l’incontro.

“Il dividendo della globalizzazione non è stato distribuito e la classe media cerca modelli economici alternativi”. Esordisce del resto così Matteo Ramenghi, chief investment officer Italy, Ubs Global Wealth Management. E’ questo il principale fattore di rischio polititico, che non scomparirà dal mondo nel giro di pochi mesi. Alla base del rallentamento macroeconomico attuale c’è il populismo, o meglio, la fortissima incertezza politica. La quale continuerà poi a creare volatilità. L’incertezza politica attuale “comincia a far sentire i suoi effetti sull’economia reale”, che sta decelerando anche a livello globale. Una delle cause di questo rallentamento è una diminuzione degli investimenti in capitale fisso lordo, che sono una componente fondamentale del Pil.

“Il ciclo non muore di vecchiaia”

“Nessun ciclo economico muore di vecchiaia. C’è sempre un fattore esterno, che sia un errore di politica economica, una bolla che scoppia. I crolli di dicembre non erano dovuti ai fondamentali”. Prosegue così Ramenghi, dando poi una definizione della gestione algoritmica che suone buffa.

I bot “emotivi”

“La maggioranza degli scambi vengono scelti oggi dagli algoritmi. Questi ultimi però sono focalizzati sulla volatilità, non sui fondamentali. Gli algoritmi sono emotivi, si comportano al pari di un gestore emotivo“. Per esempio, “Basta un tweet di troppo, che l’algoritmo vende”. Oltre agli algoritmi, un altro fattore tecnico che influenzerà i mercati sarà l’uscita dalle politiche super espansive delle banche centrali. “Ma in realtà il contesto attuale è molto dovish. La riduzione della liquidità è cioè decisamente marginale. E poi, nel 2020, ci sarà una piccola immissione di liquidità”.

Come posizionarsi allora nel 2019?

“L’emotività è sempre cattiva consigliera”, innanzitutto. “La preferenza di Ubs è per le blue chip a livello mondiale“, prosegue Mattial Ruol, associate director, Ubs Asset Management, “oltre 1000 sui 5 continenti”. All’interno di questa compagine, vi sono scommesse mirate sugli emergenti. “Vi è poi una scommessa più tecnica sul Canada”. Mentre non scegliamo decisamente Gran Bretagna e Svizzera”. La prima, per gli ovvi motivi della telenovela Brexit. la seconda a causa delle sue valutazioni davvero troppo care. E poi “l’indice svizzero non ha contenuto tech così elevato da giustificare tali prezzi”.

Le azioni: macrotemi, macrotrend

Investire in singoli temi può esporre a mggiori rischi, per questo è fondamentale diversificare. E l’asset manager lo fa con Ubs Long Term Themes, quattro stelle Morningstar. I macro temi per Ubs sono in primis la questione demografica, con l’invecchiamento della popolazione. Un dato: il numero degli ultrasessantenni nei prossimi decenni triplicherà. Vi è poi un tema poco sentito in Italia, quello dell’urbanesimo, fortissimo nei paesi emergenti. In quelle zone si estrinseca per esempio nel campo delle infrastrutture e dei trasporti. Infine, vi è tutto il trend “delle connettività“: internet, robotica, AI. La cosiddetta quarta rivoluzione indutriale.

Obbligazionario globale

Per quanto riguarda le obbligazioni, Ubs sceglie gli emergenti in valuta forte, con copertura. Non si posiziona invece sul dollaro, a causa del deficit gemello Usa (disavanzo commerciale in presenza di forte deficit sovrano). “In Europa invece siamo esportatori netti, al contrario che negli Usa, e abbiamo anche meno deficit pubblico”. Ecco perchè Ubs è cauta sul dollaro a 12/18 mesi.

La recessione? No

Al momento non vi sono segnali importanti di vera e propria recessione. Il Sudamerica ad esempio è in accelerazione rispetto allo scorso anno. “Ci sono ancora opportunità importanti su emergenti, su macro temi. C’è un rischio politico che non è destinato a sparire subito, durerà ancora qualche anno. L’importante è diversificare”. Più che guardare le cose “troppo da vicino” con la lente del populismo, occorrono “le visioni dei premi Nobel”. Il residuo di Solow, ad esempio, la tecnologia: ciò che serve a spiegare la crescita quando la sola combinazione di lavoro e capitale non basta più. E poi Ruol prosegue con Thaler, Schiller, il tema della finanza comportamentale.

Tre messaggi finali

Ruol conclude il suo intervento e la conferenza con tre messaggi, comuni a tutto il mondo dell’asset management contemporaneo:

  • la sostenibilità, con la necessità di abbracciare un nuovo standard per l’industria finanziaria.
  • I megatrend, ossia sapersi orientare a lungo termine: non è facile indivisuare quali saranno i temi vincenti.
  • I nuovi leader: puntare sull’Asia, “dimenticare” Europa e Usa. Il Sole del futuro sorge a Est. India e Cina insieme, per dire, fanno più di due miliardi di persone.
Teresa Scarale
Teresa Scarale
caporedattore
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