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Tutti dovremmo votare il Presidente Usa

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Alberto Negri
Alberto Negri

08 Luglio 2020
Tempo di lettura: 2 min
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Le (pessime) decisioni assunte da Trump e dai suoi predecessori in materia geopolitica hanno avuto un impatto determinante sui fragili equilibri del Mediterraneo e del Medio Oriente. E ora il mondo tiene il fiato sospeso

L’ideale sarebbe che anche noi potessimo votare per le presidenziali americane visti i guai arrecati dagli Usa nel mondo.Nonostante i sondaggi sempre più raffinati ma anche sempre meno affidabili, il mondo tiene il fiato sospeso. Perché si elegge chi decide in buona parte le nostre sorti e perché il sistema elettorale americano è una trappola. Le elezioni presidenziali Usa si tengono una volta ogni quattro anni con metodo indiretto.

Il voto del popolo, dunque, non ricade direttamente sul candidato che andrà a ricoprire il ruolo presidenziale ma sui cosiddetti grandi elettori rappresentati di ogni stato americano. Sono questi soggetti che in un secondo momento eleggono il commander in chief degli Usa. Ogni stato mette in palio un differente numero di grandi elettori.

Questo numero è stabilito in proporzione agli abitanti. Più uno Stato è popoloso e maggiore è la quantità di grandi elettori messi in palio. Gli Stati più influenti sono la California, il Texas, New York e la Florida. Accanto agli Stati tradizionalmente vicini ai Democratici, come la California, e a quelli vicini ai Repubbli- cani, come il Texas, troviamo i cosiddetti Stati incerti, su tutti l’Ohio. Conquistarli significa fare un bel passo avanti verso la vittoria finale.
Ma la trappola è sempre pronta a scattare.
Joe Biden oggi è dato in vantaggio nei sondaggi ma lo era stata anche Hillary Clinton nei confronti di Trump: nel 2016 finì 48,2% a 46,1% per la Clinton ma i grandi elettori premiarono Trump. E quindi il vantaggio nel voto popolare non è di per sé garanzia di vittoria finale.
Ma in fondo chi governa gli Usa negli ultimi vent’anni è rela- tivo: tutti gli inquilini della Casa Bianca fanno guai terrificanti che paghiamo noi qui, nel Mediterraneo e in Medio Oriente. Il problema non è solo Trump ma anche i suoi predecessori e sarà un problema anche quello che verrà dopo di lui, nel caso il tycoon non dovesse essere rieletto.
Obama, per esempio, spinto dal suo segretario di Stato Hillary Clinton, voleva abbattere Assad in Siria e ha avallato una delle peggiori guerre per procura di ogni epoca con risultati demenziali. Lo stesso ha fatto in Yemen. Ancora più demenziale è stata la sua decisione di sostenere insieme alla Gran Bretagna, i raid francesi nel 2011 contro Gheddafi, con i risultati che abbiamo sotto gli occhi: un tempo l’Italia era padrona in Libia e ora sta sotto botta della Turchia di Erdogan in Tripolitania, e la

Russia di Putin e l’Egitto di Al Sisi in Cirenai- ca. E deve subire pure il ricatto di ondate di profughi che adesso è Ankara a controllare. La peggiore sconfitta italiana dalla seconda guerra mondiale la dobbiamo a francesi e americani, inutile giraci intorno.

Per non parlare di Bush junior che per ven- dicare l’11 settembre portò la guerra contro i talebani afghani che ora torneranno al potere proprio con il timbro degli americani: 19 anni di guerra inutile, la più lunga mai combattuta dagli Stati Uniti.

Un disastro accoppiato a quello dell’Iraq nel 2003, quando l’amministrazione di Bush
junior, portando false prove sulle armi di distruzione di massa irachene, attaccò Sad- dam Hussein gettando il Medio Oriente in un caos da cui non siamo mai usciti. Questi presidenti americani hanno causato direttamente o indirettamente milioni di morti e di profughi, il crollo economico, sociale e umanitario di intere popolazioni con cui l’Italia e l’Europa intrattengono rapporti secolari, con i quali commerciano e scambiano culture. Di questo agli Usa non importa nulla, gli americani stanno a migliaia di chilometri di distanza e se non fosse stato per il terrorismo jihadista non si sarebbero neppure accorti che certi popoli esistono. Quindi è puerile l’atteggiamento degli europei che si appassionano alle presidenziali americane. Se al posto di Trump avesse vinto la Clinton le cose non sarebbero cambiate di molto, anzi forse sarebbero potute andare anche peggio, visto la sua assodata tendenza a usare i jihadisti per combattere le guerre mediorien- tali. Fosse stato per la Clinton oggi a Damasco avrebbe potuto esserci anche Al Baghadi: l’Isis è arrivato a 20 chilometri dal centro di Damasco e nel 2015 a 40 da quello di Baghdad.

Vedete come appare diverso il mondo visto da una prospettiva diversa da quella dei nostri americanologi? Certo se fossi un palestinese preferirei che Trump se ne andasse, visto che certi- fica l’occupazione e l’annessione israeliana di terre arabe. Ma Biden non è tanto diverso, usa solo toni differenti.

Gli americani strangolano tutti con le sanzioni, dai siriani agli iraniani, ai russi. Ma anche noi europei. Sono arrivati persino a mettere sanzioni al Nord Stream 2, la pipeline del gas dei tedeschi con la Russia: il vero motivo per cui la cancelliera Merkel ha immediatamente rifiutato l’invito di Trump per un G-7 a Washington, rinviato adesso a settembre. Negli ultimi tempi gli Usa hanno anche inasprito le sanzioni contro Da- masco, con il risultato non solo di abbattere l’economia della Siria, dove l’80% è sotto la soglia di povertà, ma anche quella libanese. Per non parlare dell’Iran, strangolato da Trump che

ha cancellato l’accordo sul nucleare del 2015 di Obama: non contento ora vuole imporre altre sanzioni a Teheran quan- do a ottobre scadrà l’embargo all’Iran sull’acquisto di armi convenzionali. E siccome sarà sotto elezioni farà di tutto per fare sembrare l’Iran lo spauracchio del mondo. Ricordiamoci che Trump ha iniziato l’anno facendo ammazzare con un drone il generale iraniano Qassem So- leimani all’aereoporto di Baghdad. Ecco forse c’è da sperare che se Biden dovesse vincere gli Usa tornino a nego- ziare e usare le armi della diplomazia invece delle imposizioni accompagnate dall’uso della forza. Ma è solo una speranza, non una certezza.

Di tutti questi ragionamenti agli americani in media non importa un fico secco, se non a una minoranza che legge i giornali liberal e che non rispecchia l’umore profondo del Paese. Da questo punto di vista la lezione l’abbiamo imparata anche noi.

Alberto Negri
Alberto Negri
È stato inviato speciale e corrispondente di guerra del Sole 24 Ore negli ultimi 30 anni per le zone Medio Oriente, Africa, Asia Centrale e i Balcani. Nel 2009 ha vinto il premio giornalistico Maria Grazia Cutuli, nel 2015 il premio Colombe per la pace. nel 2016 il premio Guidarello Guidarelli e nel 2017 il premio Capalbio saggistica per il libro "Il Musulmano Errante". Oggi è Senior Advisor dell’ISPI, Istituto degli Studi di Politica Internazionale.
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