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Turchia, too big to fail?

20 Agosto 2018 · Livia Caivano

  • La Borsa turca ha perso fino al 4%

  • I rendimenti dei titoli di stato hanno superato il 20%

Washington respinge la proposta della Turchia di rilasciare il pastore Andrew Brunson in cambio della cancellazione delle multe americane su una banca turca: non si placano le tensioni

Il pastore è detenuto in Turchia dallo scorso luglio per spionaggio e legami con organizzazioni terroristiche relativamente al fallito golpe del luglio 2016. Secondo il segretario al Tesoro degli Stati Uniti, Steven Mnuchin, “un vero alleato Nato non avrebbe arrestato Brunson”. La Borsa turca nei giorni passati ha perso fino al 4%, la lira è crollata fino a sfondare quota 8 per dollaro ed è ormai fuggi fuggi generale dai titoli di Stato: i rendimenti volano oltre il 20%. Per il presidente Recep Tayyip Erdogan, però, è tutto un complotto americano: “Da un lato siete con noi nella Nato, dall’altro cercate di pugnalare alle spalle un vostro partner strategico. Tutto ciò è accettabile?”.

                                                                                                              Secondo Paul McNamara, direttore degli investimenti per le strategie Emerging Markets di Gam Investments la Turchia è oggi “combinazione tossica di posizioni esterne deboli (bilancia delle partite correnti in negativo), debito del settore privato troppo elevato e un alto livello di finanziamenti esteri nel sistema bancario”. Gam ritiene chela Turchia “abbia esaurito le possibilità di rialzo dei tassi, e sia ora messa all’angolo dagli inadeguati livelli di riserve di valuta (il Fondo Monetario Internazionale crede che la Turchia abbia il livello di riserve meno adeguato tra tutte le principali economie dei mercati emergenti). Anche la politica del Paese è problematica, il genero del presidente ricopre il ruolo di Ministro delle Finanze e vi è la percezione di una certa interferenza politica nei confronti della Banca Centrale, che dovrebbe invece essere indipendente. Gli sviluppi recenti sono stati particolarmente negativi: il Presidente Erdogan ha tenuto un discorso belligerante senza fare riferimento alla necessità di un cambiamento di rotta. A questo si aggiunge il raddoppio delle tariffe sulle esportazioni di metalli imposta alla Turchia dal presidente Trump – probabilmente si tratta di un gesto simbolico, che simbolizza tuttavia la mancanza di supporto al regime di Ankara da parte degli USA”.

Per NN Investment Partners, però non c’è rischio contagio: “I problemi di bilancia dei pagamenti e di credibilità della Turchia non sono diffusi nel resto del mondo emergente. Il resto del mondo emergente è in una condizione relativamente buona e non è necessariamente vulnerabile a un grave contagio da parte della Turchia. In generale, i fondamentali degli emergenti continuano ad essere solidi, mentre il repricing degli asset emergenti consentirà di ottenere valutazioni più appetibili. Il debito di questi paesi rimane un investimento interessante a medio termine. I rischi di coda sono tuttavia aumentati e siamo cauti nel breve periodo, data l’escalation dei rischi nelle principali economie emergenti”.

Si dice positivo anche Abhishek Kumar, gestore Emerging  Market Debt di State Street Global Advisors:“Nonostante la mancanza di informazioni aggiuntive da parte del Ministro delle Finanze turco, è stato rassicurante sapere che il governo non ha in programma alcun tipo di controllo sul capitale. Il mercato era diventato paranoico, con pochissime offerte per qualsiasi bond. Non sorprende quindi che i titoli di stato governativi turchi a cinque anni abbiano iniziato a mostrare un rendimento maggiore rispetto a quelli iracheni, pachistani o ucraini, valutati molti notch al di sotto di quelli turchi”. Secondo il Ministro, infatti, nuovi finanziamenti dovrebbero essere in arrivo dagli alleati. “Se da un lato già nelle scorse settimane circolavano notizie sulla Turchia, dall’altro questa è stata la prima occasione a disposizione degli investitori per confrontarsi direttamente con il Ministro delle Finanze. Come previsto, la prima domanda ha riguardato i controlli sui capitali. Questo avrebbe dovuto far capire al governo qual è il sentiment degli investitori, facendo risuonare il messaggio forte e chiaro”. Certo per paesi espèortatori come Italia e Germania le esposizioni diventano pericolose. Nonostante questo, secondo State Street, “sembra che il mercato abbia perso ogni speranza sulla Turchia ma, ovviamente, le relazioni globali di un paese che era stato preso in considerazione per entrare a far parte dell’Unione Europea non possono essere ignorate. La Turchia è “Too big to fail”.

Livia Caivano
Livia Caivano
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