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Turchia: investitori, non è rossa solo la bandiera…

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Giulia Schiro
Giulia Schiro

02 Maggio 2019
Tempo di lettura: 5 min
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  • La Turchia ha il secondo maggior tasso d’inflazione dei mercati emergenti dopo l’Argentina

  • Le riserve valutarie turche equivalgono ad appena quattro mesi di importazioni

  • La Turchia deve resistere ancora almeno altri 2 trimestri prima che inizi una ripresa del Pil o dei mercati azionari

La bilancia commerciale della Turchia è tornata in deficit, aggravato dalla spirale ribassista della lira. O l’impasse politico dell’attuale governo si risolverà nella realizzazione delle riforme o il circolo vizioso accelererà in direzione di una crisi. Parola di Nikolay Markov di Pictet AM

Anche se i nostri indicatori suggeriscono che l’inflazione turca potrebbe aver raggiunto il picco per il momento, riteniamo che le precarie condizioni economiche e l’incertezza politica stiano a indicare che il rischio di una vera e propria crisi della bilancia commerciale sia ancora presente”.

Esordisce così Nikolay Markov, senior economist di Pictet Asset Management, nel monitor dei mercati emergenti di questo mese focalizzato sulla Turchia, che ha appunto il secondo maggior tasso d’inflazione dei mercati in via di sviluppo dopo il Paese “gemello” e altrettanto in difficoltà dei mercati emergenti, ossia l’Argentina.

La valuta turca verso gli abissi

Le incertezze economiche sono legate soprattutto allalira turca: dopo la crisi valutaria dello scorso agosto, è di nuovo tornata in prima pagina, per un’impennata (dal 23% al 1200%) del tasso forward overnight implicito e del tasso di cambio, a fine marzo, quando il governo di Ankara ha impedito alle banche straniere di accedere alle lire di cui avrebbero avuto bisogno per chiudere i propri swap valutari nel tentativo di bloccare la speculazione al ribasso sulla moneta nazionale, minando di conseguenza la fiducia degli operatori sull’investibilità della currency.
Le ragioni alla base di questa ripresa lampo sono complesse, ma in effetti è stata trainata da uno scarso posizionamento degli investitori e dai controlli parziali sui movimenti di capitale introdotti dal governo la scorsa estate”, commenta l’economista dell’asset manager ginevrino.

Un’ulteriore preoccupazione emerge dalle riserve valutarie della Turchia, che equivalgono ad appena quattro mesi di importazioni. Per contro quelle del Brasile corrispondono a 25 mesi e quelle della Cina a 16 mesi.

Va poi considerato il punto debole della crescente “dollarizzazione” dei prestiti nell’economia turca che, tuttavia, è più che seguita da un aumento dei depositi in dollari, che per il momento riporta il rischio di un disallineamento valutario sotto la soglia di allerta.

Turchia: bilancia commerciale in rosso

Questa fragilità è espressa dalla volatilità delle partite correnti turche, che come sotto indicato, sono tornate in deficit. Un ulteriore notevole deprezzamento della lira turca rischia di generare un circolo vizioso, destinato ad accentuare la portata della recessione economica.

Pictet AM grafico partite correnti Turchia

Il picco della volatilità di mercato si è verificato proprio quando le elezioni locali hanno visto il governo in carica Akp (il partito, conservatore, della giustizia e dello sviluppo) del presidente Erdogan perdere parte del suo potere, soprattutto nei principali centri urbani.
Gli analisti di Pictet Am vedono il risultato delle recenti elezioni come piuttosto contrastante in termini di opportunità di investimento.Ai margini, data la debole posizione dell’Akp, notiamo uno spostamento verso un contesto più favorevole ai mercati, in cui le autorità iniziano ad attuare alcune delle tanto richieste riforme politiche strutturali e a breve termine. Se ciò si verificherà, la Turchia potrebbe evitare il baratro di una crisi economica ancora peggiore”, conclude Markov.

Turchia: la lezione dei mercati per la crisi valutaria

Osservando i 18 precedenti episodi di crisi valutarie nei mercati emergenti (cioè quando il tasso di cambio reale ponderato per gli scambi scende più del 10% su base trimestrale), si nota che di solito ci sono voluti in media da quattro a sei trimestri affinché il Pil tornasse al livello precedente all’esordio di qualsiasi crisi valutaria. Al contempo, in termini di mercati azionari, il backtest di Pictet Asset Management indica che in media hanno toccato il livello minimo per quattro trimestri prima di entrare in una fase di forte ripresa.

Ciò pare indicare che probabilmente la Turchia (e l’Argentina) deve resistere ancora almeno altri due trimestri prima che inizi una ripresa del Pil o dei mercati azionari. Al contrario, il prolungarsi della crisi politica e/o la mancata attuazione delle riforme strutturali necessarie non faranno che allungare i tempi.

Pictet grafico Pil partite correnti

Giulia Schiro
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