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La "tempesta perfetta" sui Btp italiani si avvicina con la fine del quantitive easing

16 Agosto 2018 · Redazione We Wealth

  • Con il Qe la Bce ha rastrellato titoli di stato per oltre 2.600 miliardi

  • A fine 2018 si troverà in portafoglio titoli per 4.750 miliardi

Lo sostiene Goldman Sachs che, a dire il vero, troppo tenera verso il nostro paese non è mai stata e 7 anni fa, al tempo della crisi dei debiti sovrani, fu in prima linea nel sostenere che i Btp venduti: anche allo scoperto.

Il guaio è che la banca americana non è la sola ad aver voltato le spalle all’Italia e nel profondere pessimismo è in compagnia della gran parte delle grandi case d’investimento internazionali. Una maggioranza populista che, a parole, non cessa di mostrarsi critica verso il sistema euro e l’Unione europea e, sempre a parole, continua a proporre riforme il cui costo andrebbe ben al di là di quanto possano permettersi i conti dello stato, ha messo in allarme l’intera comunità finanziaria mondiale. Se di tanto in tanto s’attenua la tensione sui Btp e i titoli bancari di Piazza Affari è solo perché la componente “tecnica” dell’attuale governo (il ministro del Tesoro e degli esteri in particolare) dà invece segnali rassicuranti: sebbene non si capisca come, alla prova dei fatti, quest’anima possa riconciliarsi con quella politica. Ciò che preoccupa nell’ultima analisi di Goldman è che il giudizio negativo prescinde dalle considerazioni politiche. In tre anni e tre mesi di Qe, la Bce ha rastrellato titoli di stato per oltre 2.600 miliardi e bond societari per altri 500 miliardi. A fine anno, si troverà in portafoglio, secondo i calcoli di Goldman, titoli per 4.750 miliardi: un valore superiore al 40% del pil dell’area euro, a dimostrazione che il Qe di Mario Draghi è in proporzione più invasivo di quello della Fed e secondo solo a quello giapponese. Dal marzo 2015, come sottolinea anche lo studio di Citi, la banca centrale europea è stata pressoché il solo compratore di titoli italiani con una quota che, lo scorso anno, ha toccato il 50% delle emissioni.

Chi comprerà dunque il debito italiano, una volta cessato l’intervento della Bce?

Considerato lo scetticismo internazionale, è ragionevole pensare che saranno soprattutto gli investitori domestici a dover sottoscrivere i 221 miliardi di titoli a medio e lungo termine che il Tesoro emetterà nel 2019, secondo le stime di Goldman, supponendo che il fabbisogno dello stato non aumenti per finanziare le eventuali riforme promesse. La Bce, proseguirà anche il prossimo anno a reinvestire i titoli divenuti “maturi” ma, per effetto delle diverse scadenze, finirà per acquistare solo il 17% di bond italiani (la percentuale minima in tutta l’area), contro il 47% di quelli tedeschi. Immaginando la riluttanza delle nostre banche e assicurazioni a incrementare la quota di debito pubblico nei loro portafogli, non restano che i privati e i fondi a sobbarcarsi oltre 80% dei titoli emessi. La conseguenza è che i rendimenti (dunque il premio per il rischio) dovranno salire e lo spread col Bund s’allargherà ulteriormente: tanto più se le agenzie di rating dovessero abbassare il giudizio sull’Italia. E Fitch ha fatto capire che l’ipotesi non è affatto remota. Uno spread prospettato in crescita emerge dalle analisi di quasi tutte le grandi banche internazionali. La svizzera Pictet, già poco interessata ai bond europei, s’aspetta rendi- menti più alti dai nostri Btp. I quali, per Jp Morgan, Morgan Stanley e SocGen, sono invece un deciso “sell”. Per Nomura, ogni rimbalzo dei nostri titoli di stato è una buona occasione per vendere. E, anche a prescindere dai rimbalzi, vanno venduti, dice Bank of America, la quale tuttavia ci rivela qualcosa di sorprendente: c’è gente che si dichiara ottimista (bullish) sui titoli del debito italiano e la banca americana li ha scovati tra alcuni (pochi, in verità) investitori britannici, qualche francese e soprattutto tra gli italiani. Non è dato capire quali siano costoro, ma un recente articolo del Wsj fa i nomi di Joseph Oughourlian, fondatore dell’hedge fund Amber Capital (interessato però alle banche italiane), Mark Dowding di BlueBay Asset Management (secondo il quale lo spread attorno a 250 punti sarebbe troppo alto), Louis Gargour, numero uno di LNG Capital (orientato però sui bond bancari). Tra gli italiani, possiamo citare Filippo Lanza di Hedge Invest, che considera invece sopravvalutati i titoli tedeschi e francesi e Antonio Cesarano, strategist di Intermonte, che s’aspetta uno spread in calo fino a 180 punti. Paradossalmente, proprio da Goldman Sachs ci arriva una nota positiva: c’è solo una cosa che può scongiurare la tempesta perfetta: nuovamente la Bce, perchè, a fronte di una grave crisi, il quantitative easing resterà uno strumento “standard” e non più straordinario di politica monetaria. Il Qe è morto. Viva il Qe.

(A cura di di Walter Riolfi)

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