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T. Rowe Price, emergenti: prevalgono rischi o rendimenti?

T. Rowe Price, emergenti: prevalgono rischi o rendimenti?

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Redazione We Wealth
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15 Novembre 2019
Tempo di lettura: 3 min
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  • Le tensioni commerciali tra Stati Uniti e Cina “e le preoccupazioni per la crescita mondiale hanno smorzato la propensione al rischio degli investitori”

  • “Le pressioni del dollaro Usa sulle valute dei mercati emergenti dovrebbero attenuarsi ora che la Federal Reserve ha adottato un orientamento accomodante”

  • Per i manager “le valutazioni a breve e lungo termine sono interessanti rispetto ai dati storici e ai mercati sviluppati, e anche gli utili societari dovrebbero cominciare a migliorare”

Negli ultimi 10 anni le performance dei mercati emergenti sono state positive sia sul fronte azionario che obbligazionari. Resteranno positive anche in futuro? L’analisi degli analisti di T. Rowe Price

Negli ultimi dieci anni, “l’universo emergente ha generato rendimenti positivi sia sul mercato azionario che su quello obbligazionario, anche se in calo rispetto alle performance eccezionali del decennio precedente. C’è chi si domanda se le performance in questi mercati resteranno positive anche in futuro”. Iniziano così la loro riflessione sugli emergenti Andrew Keirle, gestore del fondo T. Rowe Price Funds Sicav – Emerging Local Markets Bond e Eric Moffett, gestore del fondo T. Rowe Price Funds Sicav -Asian Opportunities.

Secondo i manager “chiari segnali dimostrano che le opportunità esistono, anche se molti investitori restano sottopesati in questa asset class. I mercati emergenti continuano a presentare elementi di crescita che non si trovano facilmente nei mercati sviluppati. Inoltre le obbligazioni emergenti offrono tassi ben più elevati dei mercati sviluppati, in gran parte negativi, e valutazioni interessanti”.

I fondamentali sono ancora corretti?

“Importanti fattori negativi, come la bolla delle materie prime, il rallentamento dell’economia cinese, la debolezza delle esportazioni mondiali e il dollaro Usa forte, hanno turbato il contesto nell’ultimo decennio. Abbiamo assistito anche a una contrazione del differenziale di crescita economica tra mercati emergenti e sviluppati, mentre gli utili societari sono aumentati a un ritmo inferiore a causa dell’effetto combinato delle pressioni sui costi (inclusi i salari) e del rallentamento della domanda. Anche la trade war sta impattando su questi mercati, con catene di approvvigionamento caratterizzate da crescente discontinuità”, sottolineano i manager.

“Ciononostante – aggiungono – i mercati emergenti, guidati dalla Cina, costituiscono uno dei più importanti fattori di traino della crescita economica mondiale. Se a questo si aggiungono aspetti a più lungo termine, come l’urbanizzazione, la produttività e, per molti paesi emergenti, una dinamica demografica decisamente più interessante, si ottiene un mix di opportunità allettanti”.

Le azioni emergenti sono sempre meno correlate al ciclo delle materie prime

Tra la fine degli anni ‘90 e l’inizio degli anni 2000, “le azioni dei mercati emergenti hanno messo a segno rendimenti di gran lunga superiori a quelli dei mercati sviluppati. Molte economie emergenti hanno beneficiato della crescita a doppia cifra in Cina e degli ingenti investimenti in risorse, che hanno portato a ciò che è stato chiamato il “superciclo delle materie prime”.

A goderne sono state le economie che abbondano di risorse naturali, come Brasile, Sudafrica e Russia, ma ciò ha anche fatto sì che le performance diventassero fortemente dipendenti dai prezzi delle materie prime”, ricordano i manager.

“Tuttavia – proseguono – quando la Cina ha avviato il processo di transizione verso un’economia maggiormente basata sui consumi, il vento a favore rappresentato dall’aumento dei prezzi delle materie prime è venuto meno”. “L’andamento delle azioni dei mercati emergenti ha seguito quello dei prezzi dell’energia dal 2005 fino a metà 2014, dopodiché la correlazione si è attenuata perché il peso del comparto energetico all’interno dell’indice si è ridotto. É aumentato invece il peso dei segmenti di tecnologia, Internet e consumi”.

I falsi miti dei mercati obbligazionari emergenti

I bond emergenti “non sono un’asset class volatile e a elevato beta, come si potrebbe pensare. In molti settori e regioni vi sono titoli difensivi in grado di sovraperformare nei periodi di avversione al rischio, in virtù dei loro fondamentali solidi. Un altro elemento da considerare è il livello dei rendimenti, molto più elevati rispetto ai Paesi sviluppati. Inoltre, data l’ampia diversificazione del mercato, i rendimenti sono più costanti”, chiariscono i manager.

“Dal nostro punto di vista – puntualizzano – neanche le correzioni significative che talvolta coinvolgono alcuni mercati emergenti rappresentano un rischio sistemico per l’asset class in senso ampio. Ad esempio, la Turchia e l’Argentina hanno dominato il flusso di notizie per gran parte del 2018 e del 2019, periodo in cui i mercati hanno perso rapidamente fiducia nella capacità dei due Paesi di gestire la valuta e i conti pubblici.

Alcuni investitori hanno abbandonato la regione emergente all’apice di queste crisi, cercando rifugio nei più conosciuti titoli dei mercati sviluppati core, ma tale sell-off ha avuto vita breve e ha creato opportunità ancora più appetibili in un’ottica di lungo periodo. Le flessioni improvvise possono fornire occasioni per andare controcorrente e acquistare asset trascurati, soprattutto per i gestori attivi”.

Le prospettive per i mercati emergenti

Le tensioni commerciali tra Stati Uniti e Cina “e le preoccupazioni per la crescita mondiale hanno smorzato la propensione al rischio degli investitori: un contesto insidioso per i mercati emergenti nel breve termine. Un brusco rallentamento dell’economia cinese graverebbe sulla crescita mondiale, ma l’impatto maggiore si avvertirebbe nel resto dell’universo emergente”, commentano ancora Keirle e Moffett.

“Tale eventualità ci sembra tuttavia remota, in quanto il governo cinese dispone dei necessari strumenti di politica monetaria e fiscale per stimolare l’economia. Nel mentre, le pressioni del dollaro Usa sulle valute dei mercati emergenti dovrebbero attenuarsi ora che la Federal Reserve ha adottato un orientamento accomodante. Inoltre, il basso tasso d’inflazione lascia sufficienti margini alle banche centrali dei paesi emergenti per diminuire i tassi d’interesse”, sottolineano i manager.

“Le valutazioni a breve e lungo termine – concludono – sono interessanti rispetto ai dati storici e ai mercati sviluppati, e anche gli utili societari dovrebbero cominciare a migliorare. Nel complesso, i mercati emergenti sembrano in buona forma, ma prevediamo un accentuarsi della volatilità a breve termine, man mano che la situazione commerciale andrà definendosi”.

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