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Stiglitz, conosceremo la crisi Covid solo quando sarà finita

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Teresa Scarale
Teresa Scarale

31 Maggio 2020
Tempo di lettura: 10 min
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Dalle asset class su cui puntare alla nuova geopolitica, il premio Nobel per l’economia Joseph Stiglitz, parla a 360 gradi della crisi Covid. Fra saette di pessimismo e lampi di speranza

Joseph Stiglitz, un racconto contemporaneo su Covid-19

Abbiamo paura della paura e senza politiche fiscali forti e di impatto, non ci potrà essere nessuna ripresa. È lapidario, Joseph Stiglitz, nella videoconferenza “Finanza e disuguaglianza: La parola al Premio Nobel” di Axa Investment Managers, un incontro moderato da Pietro Martorella, country head di Axa Investment Managers. Nella seconda parte dell’incontro, intervistatore è stato il Cfo Alessandro Tentori. Il premio Nobel per l’economia 2001 è un fiume in piena. La frase chiave del periodo attuale è: incertezza economica. I paesi sono deboli e si indeboliscono a catena. Solo nel momento in cui la pandemia sarà passata, sapremo cosa sarà successo. Un’amara tautologia che tuttavia non risparmia un’approfondita analisi del momento.

Stiglitz, la crisi Covid e le prospettive per gli investimenti

Coesistono oggi nei mercati una forte incertezza (volatilità) e un’enorme massa di liquidità. Tutto questo denaro però non stimolerà l’economia come faceva in passato. Le banche centrali hanno “venduto” un po’ della loro indipendenza per avere una maggiore libertà d’azione sui mercati. L’epoca dei tassi di interesse a zero si protrarrà per lunghissimo tempo. Lo strumento fondamentale ora però è quello della politica fiscale, della tassazione. Stiglitz poi non omette di citare uno scenario che – secondo lui – ha bassa probabilità di verificarsi: il ritorno dell’inflazione, a causa dell’enorme liquidità e dei vincoli di offerta. Indipendentemente dallo scenario però, “tutti noi faremo più attenzione alle tematiche Esg. Siamo effettivamente a un punto di svolta”. Senza fare la dovuta attenzione, questa epidemia potrebbe diventare un vero e proprio terremoto.

Guardando alle divise nazionali, “i movimenti valutari dipendono dalle scelte politiche. In quanto tali, sono difficili da prevedere. Riflettono molto il rischio paese”.

Attenzione all’high tech (per esempio, ad Amazon)

Le asset class andrebbero scelte pensando al nostro futuro. “Dobbiamo farci alcune domande. Il pricing attuale è sostenibile? Tutti avremmo voluto comprare azioni Zoom prima della pandemia. Il settore high tech è sovraprezzato. È uno di quelli del futuro, ma è sovraprezzato”. Quindi Stiglitz individua tre ordini di motivi per cui le azioni high tech costano troppo.

  • Un monopolio (non) è per sempre. Le azioni tecnologiche non incorporano i costi necessari per rimuovere i monopoli.
  • Le barriere all’ingresso dei settori tech non sono invalicabili come si pensa. Per esempio, tutti adesso hanno gli occhi puntati su Amazon e la sua crescita durante il periodo del lockdown. Ma in realtà la creatura di Jeff Bezos è cresciuta molto meno della media generale di aumento dello shopping online.
  • L’80%, 90% dei redditi arriva dalla pubblicità. Si tratta di un castello di carta che potrebbe crollare da un momento all’altro. Il reddito deve arrivare dal lavoro. Bisogna puntare al lavoro vero.

“È chiaro che andiamo sempre più verso l’età del terziario avanzato combinato all’high tech, ci siamo già dentro. Il termine chiave è ‘previsione’. Qualunque cosa accadrà, saremo tutti più verdi, più sostenibili”. Stiglitz ricorda a più riprese il New Green Deal della Commissione europea a gestione Ursula Von der Leyen.  Gli utili potenziali che potrebbero essere generati dall’espansione ulteriore dell’economia dei servizi  non si sono ancora realizzati. C’è spazio per potenziare i servizi, migliorarli, collaborando magari con le società high tech.  La community degli investitori non vi si è ancora concentrata ancora quanto avrebbe dovuto”.

Nelle famiglie europee c’è molto risparmio. A causa dell’avversione al rischio, ma soprattutto per la mancanza di vere alternative. Le persone in questo momento sono spaventate e prevedono che l’economia resterà debole ancora per molto tempo. “Bisogna ridare fiducia e sicurezza alle persone”. Poi, Stiglitz spende qualche parola sul pacchetto di aiuti europeo per alleviare gli effetti della crisi Covid. “I 750 miliardi di euro in erogazione sono pochi, meno di un terzo, rispetto a quanto dato negli Usa”. Qui, si sono spesi infatti oltre 3000 miliardi di dollari. Tuttavia, come lo stesso premio Nobel afferma durante la sua lunga intervista, gli aiuti statunitensi sono arrivati ai settori più forti dell’economia, acuendo ulteriormente le disuguaglianze sociali nel paese.

Il dramma degli Usa di Trump: prossimi allo schianto?

“Stiamo assistendo al fallimento delle politiche economiche negli Usa. Sono circa 40 milioni gli americani che non lavorano. Gli Usa non erano assolutamente pronti ad affrontare un’emergenza simile”. Sotto Obama, c’era un ufficio preposto a un’eventuale pandemia, articolato nei Cdc, i Centres for desease control. Negli Usa, il numero di posti letto per ogni 100.000 abitanti è bassissimo, non da paese avanzato. Negli Stati Uniti la crisi sta esacerbando le disuguaglianze sociali tramite il suo impatto sulla disoccupazione. La mancanza di solidarietà sta generando scetticismo: il maggior numero di morti si sta avendo nelle classi più povere. Il 50% degli americani non ha nulla sul conto corrente bancario.

Il problema, secondo Stiglitz, è che “il fallimento del modello Usa sta generando altrove dubbi sensati sulla capacità di funzionamento e di resilienza della democrazia”. Questo, “rischia di indebolire i processi democratici in Europa e in Africa, proprio perché gli Usa sono stati un cattivo esempio”. Una grande nota di pessimismo sugli effetti della crisi Covid, come lo stesso Stiglitz ammette

La nuova geopolitica post Covid-19

La crisi Covid “ha accelerato tutto, nel bene e nel male”, prosegue Stiglitz. Ad esempio, il conflitto fra Aquila e Dragone, la cosiddetta nuova guerra fredda. Nel momento in cui l’emergenza scoppiava, c’erano dei tavoli aperti sulle negoziazioni, da quasi due anni. In tutto questo, l’Europa è il baricentro fra estremo oriente e Usa, e la guerra commerciale fra questi ultimi e la Cina rischierà di travolgerla. La speranza di Stiglitz è che a novembre venga eletto negli Stati Uniti “un presidente democratico”. Per il Nobel 2001, la cooperazione globale è l’unica via d’uscita. Cosa ben diversa dalla globalizzazione. Oggi si parla ancora di iper globalizzazione. “Per qualcuno era un sogno, forse ancora ci crede. Ma quell’epoca è terminata”.

Adesso, siamo nell’era di un nuovo multilateralismo. Il cambiamento climatico, combinato con questa crisi, genera un imprescindibile bisogno di collaborazione. La crisi si risolverà solo con la collaborazione e la solidarietà. “Chi ha venduto demagogia, ne resterà sopraffatto”.

La politica America first ha generato un vuoto di potere. Chi lo colmerà, la Cina o la Germania? Nel 2016, circa la metà del pianeta viveva in sistemi non democratici. “Donald Trump ambisce a un sistema autoritario. Il nostro leader non ascolta esperti, istituzioni, i Centres for desease control, per esempio. La stessa cosa accade in Brasile. Negli Usa e in Brasile, la pandemia sta servendo a dividere ancora di più la società. Il paese che si è comportato meglio è stato la nuova Zelanda”.

E da questa osservazione, il pessimismo di Stigliz sugli effetti della crisi Covid si tinge di tinte più rosee. “Si può dimostrare che si può essere ancora migliori dei paesi autoritari. In casi come quello della Nuova Zelanda, la pandemia è stata utilizzata per ricostruire le relazioni sociali”.

Teresa Scarale
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