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Lo spettro dell’economia reale sul tonfo dei titoli tech

Lo spettro dell’economia reale sul tonfo dei titoli tech

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Teresa Scarale
Teresa Scarale

09 Settembre 2020
Tempo di lettura: 3 min
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L’andamento dei titoli tech nella prima settimana di settembre ha raggelato Wall Street, allungando l’ombra dell’economia reale sui pixel di Nasdaq e S&P500. Come stanno davvero le cose? We Wealth lo ha chiesto a due analisti

Sembra non arrestarsi il tonfo dei tecnologici da inizio settembre – anche se il 9 settembre 2020 c’è stato un ribalzo. Nemmeno il ponte americano del Labor Day non ha giovato a Wall Street: fino a martedì 8 settembre, i titoli azionari “vincitori del lockdown” hanno continuato a essere castigati dalle vendite.

I più ottimisti parlano di correzione fisiologica del mercato, ma altri osservano che la discesa è accompagnata da un persistente indebolimento del petrolio. E che sui mercati si sta affacciando la corrente ribassista legata alle difficoltà di ripresa dell’economia. Gli scambi sulle materie prime, per quanto in parte influenzati da scommesse finanziarie, riflettono comunque l’andamento dell’industria. E il petrolio è in fase ribassista da oltre due mesi. Usa e Cina non stanno consumando il petrolio che ci si sarebbe aspettato: negli Stati Uniti l’estate non ha fatto aumentare il consumo di benzina e la Cina – tradizionalmente un’idrovora di oro nero – ha rallentato dalla seconda metà di luglio il ritmo dell’acquisto dell’idrocarburo.

Matteo Battaglia, Responsabile di T.I.E. The Intermonte Eye (il brand di Intermonte dedicato ai consulenti finanziari e ai private banker) non crede a un collegamento fra tech e discesa del petrolio. L’ex oro nero è infatti “parte dei secular declining business”, le attività economiche collegate a settori/modalità produttive che non saranno più protagoniste della crescita economica di domani. E poi “non tutti i titoli tecnologici sono uguali. Ad esempio, alcune società prima identificabili come tech ora sono delle semplici utilities”.

Filippo Diodovich, senior strategist di IG Italia, rileva che “tutto il comparto tech ha avuto una correlazione positiva con il coronavirus. Le persone hanno usufruito delle nuove tecnologie non solo per l’intrattenimento da lockdown ma anche per lavorare. I titoli petroliferi sono legati indubbiamente all’economia reale, ed è facile vedere come i grafici del loro andamento sui mercati siano gli uni l’opposto degli altri”.

“Molti hedge fund hanno cercato di speculare sull’entusiasmo nei confronti dei tecnologici, si pensi al caso Softbank”. Ma i fondamentali di questi titoli sono generalmente buoni. Per questo l’analista si dice “ancora positivo sui tecnologici”. Il settore ha portato a “un cambiamento di visione da parte dei consumatori”. Al momento i guadagni cumulati annuali delle big tech (Apple, Amazon, Alphabet, Facebook) restano ancora nella media di un altisonante 30%, mentre quelli delle società tech di minori dimensioni si attestano comunque su un 20% (media Nasdaq) di rialzo.

“Anche per il settore farmaceutico abbiamo assistito a una forte correzione rispetto ai massimi di agosto”, sottolinea poi Filippo Diodovich. “Alcuni gruppi che partecipano alla corsa per il vaccino rimangono ancora con performance ‘monstre’ da inizio anno come Novavax +2125% e Moderna +185%. Altri grandi titoli del comparto farmaceutico che partecipano alla corsa per il vaccino hanno performance molto piu’ modeste come Astrazeneca +8% ytd e Pfizer -6% ytd”.

Su Tesla pesa il mancato ingresso nello S&P500

Discorso a parte per Tesla. Le azioni del colosso delle auto elettriche di lusso l’8/9 sono crollate del 28%. Secondo alcuni osservatori, la società di Elon Musk è stata vittima di un eccesso di aspettative, fra cui quella del suo ingresso nell’indice S&P500, prospettiva questa che poi non si è avverata. La mancata inclusione nel più importante indice azionario globale esclude automaticamente il produttore automobilistico dai fondi indicizzati. Un brutto colpo: questi fondi acquistano automaticamente i titoli inclusi nei principali indici azionari. Ma non è tutto. Alla base del crash delle automobili high tech ci sarebbe anche l’insostenibilità del suo bilancio, secondo alcuni osservatori. Tesla infatti guadagna anche dalla vendita di crediti normativi ad altre case automobilistiche, operazione che la legge della California consente. Da queste vendite, la casa di Elon Musk avrebbe guadagnato un miliardo di dollari solo nell’ultimo anno.

Teresa Scarale
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caporedattore
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