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Sheherazade, raccontami la storia dello spread

27 Dicembre 2018 · Titta Di Girolamo · 5 min

Come per Shahriyàr nel racconto: “le Mille e una notte”, la realtà del mondo finanziario è spesso organizzata in storie, a cui ci si riferisce
con nomi condivisi. Le pubblicazioni trimestrali dei centri di ricerca finanziaria sembrano infatti tanti piccoli racconti, come la storia di
Sheherazade

Le labbra strette e gli occhi curiosi, i piedi si muovono nervosi, Shahriyàr ascolta la figlia del suo gran visir raccontare la storia. E’ quasi l’alba e anche oggi non rispetterà la sua promessa di sposare una nuova donna ogni sera e farla strangolare al mattino dell’alba seguente: il mistero del racconto continua a incantare il grande imperatore. Sebbene il suo regno si estenda dalla Persia alla Cina, l’intreccio di trame, la voce di Sheherazade che lo emoziona, l’intelligenza del mondo descritto, lo sopraffanno. Per chi lavora in finanza, come per Shahriyàr ne “le Mille e una notte”, la realtà è spesso organizzata in storie, a cui ci si riferisce con nomi condivisi: il Trump trade, il big short, la scommessa contro la sterlina. Le pubblicazioni trimestrali dei centri di ricerca finanziaria sembrano il racconto di racconti, come la storia di Sheherazade. L’essere storie, racconti, o narrative, non le rende meno valide: per un investitore che si deve orientare nella nebbia, ogni aiuto a dipanare l’incertezza sugli sviluppi futuri è benvenuto. L’occhio astuto saprà disporre le storie su un arco di credibilità che va dall’analisi ben quantificata alla baggianata più bieca.

Il ruolo delle narrative viene ormai studiato in varie discipline incluse alcune vicine alla finanza come la sociologia, la psicologia e la giurisprudenza. Chi abbia letto delle fiabe a un bambino può intuire che lo aiuteranno a sviluppare le risorse psichiche per affrontare la realtà in cui viviamo: ci sono ragazzini che sfidano giganti, risolvono rivalità tra fratelli, e danno risposte argute a una realtà intrinsecamente irta di difficoltà. Sebbene il lupo abbia già soffiato via le case di due porcellini, quella di mattoni reggerà. L’umanità ha sempre usato le storie per trasmettere le proprie intuizioni sul significato della realtà in cui viviamo, da Atene che esce dalla testa di Zeus fino ad Harry Potter. Le narrative cambiano nel tempo riflettendo, e a volte modificando, lo zeitgeist collettivo. In sociologia ci sono tanti studi che mostrano come narrative condivise aiutino gruppi di persone a distinguersi da altri gruppi, riconoscersi, e promuovere un’identità. Storie vivide e ben costruite si ricordano meglio e convincono di più. In una serie di recenti esperimenti in giurisprudenza si vede come dettagli irrilevanti e vividi (“girandosi fece cascare del ketchup sul tappeto bianco”) aumentino la probabilità che le giurie sperimentali condannino gli imputati. Del resto, dalla Grecia almeno, nessuno ha mai dubitato degli straordinari poteri della Retorica: gli uomini parlano, così come i ragni tessono le tele. Vinto un Premio Nobel per i suoi contributi allo studio delle fluttuazioni dei prezzi di mercato nel lungo periodo, Robert Shiller ha dedicato il suo discorso come Presidente dell’American Economic Association dello scorso anno al ruolo delle narrative in economia e in finanza.

Shiller sostiene che lo studio dei modi in cui le storie si diffondono può dirci molto su come si comportano i mercati, e propone l’uso di modelli epidemiologici per studiarne la diffusione. Porta ad esempio di storia la curva di Laffer: l’idea, mostrata da Laffer ad una cena disegnando una U rovesciata su un tovagliolo, che riducendo la tassazione marginale si possa aumentare la quantità di tasse raccolte dal governo federale. Un’idea le cui conseguenze piacciono a molti, e anche intuitiva: se la tassazione è troppo alta (al limite, al 100%) non vale la pena di lavorare e quindi non c’è gettito. La storia è promulgata però suggerendo implicitamente, senza alcuna prova empirica, che ci si trovi sul lato destro – il lato inefficiente – della U rovesciata. Un’assunzione implicita molto probabilmente falsa. Di storie ne nascono di nuove, di continuo.

Negli ultimi anni, chi lavora sui mercati e ha qualche esposizione al ciclo economico
americano, ha sentito o letto che la pendenza della curva dei rendimenti tra dieci anni e tre mesi ancora non suggerisce l’inizio di una recessione. Ora, sebbene in tutte (o quasi, ma c’è molto da discutere) le passate recessioni la curva fosse invertita, certo non tutte le volte che la curva dei rendimenti era invertita c’è stata una recessione: una sottigliezza questa non solo linguistica per chi ci mette i danari. La relazione è piuttosto debole, ma la storia ha preso piede con tale impeto che non è da escludere che la Fed possa tenere in conto gli effetti psicologici di questa relazione sulla stabilità di mercato nelle sue scelte future. Alcune storie non solo non sono ben testate, ma sono anche ovviamente false: e a volte l’impeto alla loro diffusione viene da chi cerca di smentirle.

Nel corso della campagna di Brexit si è diffusa la panzana che lasciata l’Europa l’Inghilterra avrebbe avuto 350 milioni alla settimana da destinare al sistema sanitario inglese (NHS). Dopo poche settimane due fatti erano presto chiari: la cifra era senza fondamento, e nessuno della campagna per Brexit l’avrebbe smentita. Il giorno dopo il referendum una giornalista di Good Morning Britain chiede al leader di Ukip Nigel Farage quando arriveranno i 350 milioni per l’NHS, e la risposta è “io non ho mai detto dei 350 milioni o che fossero per l’NHS”. Qualche mese dopo una serie di survey citate sul Financial Times mostrano come la menzogna si sia affermata perché nel contestarla come falsa veniva ribadita: “ok, probabilmente 350 milioni è falso, saranno 250”. L’adagio “bene o male, l’importante è che se ne parli” calza a pennello per questo tipo di storie. Ogni tanto qualche politico dice di avere dalla sua “la verità dei fatti”: c’è una verità fattuale (del mondo reale) e una menzogna linguistica (promossa dall’opposizione).

Per chi lavora con l’incertezza dei mercati, invece, c’è più spesso un velo sulla realtà fattuale, che può essere capita solo parzialmente, e l’emergere di una verità linguistica: finisce per essere “vero” ciò su cui possiamo metterci d’accordo discutendo di un mondo che capiamo limitatamente (studiandolo soprattutto con metodi quantitativi e dati disponibili). L’analisi della diffusione delle narrative e le loro modificazioni nel tempo ha quindi grandi potenzialità di
spiegare alcune delle fluttuazioni degli asset. L’informatica rende sempre più possibile questo tipo di studi: si stanno sviluppando analisi linguistiche sempre più sofisticate di tweets, discorsi di governatori, verbali di consigli di amministrazione. Ci sono algoritmi che imparano ad associare le parole o frasi ricorrenti ai cambiamenti dei prezzi, ce ne sono altri che sono in grado di cogliere alcuni aspetti delle mutazioni nella diffusione delle storie in funzione dei media su cui viaggiano. Si cominciano a scorgere alcuni tentativi (per quel che ho avuto occasione di vedere, ancora troppo ingenui) di organizzare le storie secondo delle “trame” ricorrenti. Molte storie infatti condividono la genetica dei racconti di Sheherazade e di altri cantori dell’antichità: per citare solo alcuni esempi, ci sono eroi che sconfiggono mostri (come forse Trump vorrebbe a volte dipingere se stesso nei confronti dell’élite corrotta), chi parte dal nulla per raggiungere le vette più alte (come Aladino, o l’immagine del self-made man), chi parte e ritorna più saggio (come Ulisse, o chi torna in Italia a fare politica dopo aver avuto successo all’estero), chi muore e poi risorge (ci riescono in pochi). Ci sono però delle difficoltà inevitabili ancora da affrontare per una Narratives Economics.

Prima di tutto c’è il problema della causalità: molte storie sono il risultato di cambiamenti economici o finanziari già avvenuti e non hanno ripercussioni sui prezzi futuri (mancano di “riflessività”, come direbbe Soros). C’è poi una complessità nuova con questo tipo di analisi di storie: abbiamo ancora, collettivamente, pochissima esperienza con queste dinamiche di diffusione dell’informazione e sappiamo poco della loro instabilità, specialmente con storie di dubbia credibilità e verificabilità. Ci sono però molte domande promettenti a cui potremmo provare a rispondere studiando la diffusione delle storie: a naso, ad esempio, l’evoluzione delle posizioni degli investitori e i cambiamenti nei volumi scambiati potrebbero essere i primi fenomeni di cui presto potremmo capire di più. Per concludere anche questa storia che ha ospitato altre storie, lasciamo Shiller per tornare a Samarcanda. Sono passate mille e una notte da quando la storia di Sheherazade è cominciata.

L’intelligenza del racconto ha creato un mondo: Sheherazade ha ormai tre figli con Shahriyàr e la promessa di uccidere la moglie non sarà più mantenuta. Il racconto dei racconti ha un riverbero lungo, destinato a lasciare un segno in civilizzazioni successive: speriamo che sia di buon auspicio alla Narratives Economics. Stretta la foglia, larga la via, dite la vostra che ho detto la mia.

 

Titta Di Girolamo
Titta Di Girolamo
*Con questo pseudonimo, preso a prestito dal protagonista di un film di Paolo Sorrentino ("Le conseguenze dell'amore", 2004, interpretato da Toni Servillo) si firma un importante gestore italiano che, laureato a pieni voti in una dellepiù importanti università statunitensi, lavora attualmente nella city.
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