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Schroders, emergenti pronti a rispondere ad un rallentamento globale

Schroders, emergenti pronti a rispondere ad un rallentamento globale

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Redazione We Wealth
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18 Luglio 2019
Tempo di lettura: 2 min
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  • I tassi nominali sono in territorio positivo (in tutta l’area) e in gran parte lo sono anche i tassi reali. Questo fa sì che i policymaker non hanno ancora dovuto affrontare il vincolo dello “zero lower bound

  • L’andamento dell’inflazione a livello regionale (pesi in via di sviluppo) negli ultimi 20 anni è stato moderato e stabile. E in parte è legato al contesto di minore inflazione a livello globale, ma anche i miglioramenti delle politiche

Secondo Schroders gli emergenti hanno diversi vantaggi rispetto ai paesi sviluppati. Se infatti si dovesse andare incontro ad un rallentamento globale gli emergenti avrebbero ancora una serie di armi a disposizione per difendersi

E’ il momento dei mercati emergenti. Questi stanno infatti godendo di alcuni vantaggi rispetto ai loro cugini del mondo sviluppato, vessati invece da una crescita lenta e tassi di interesse bassi. “Se dovessimo assistere a un rallentamento, gli emergenti avrebbero ancora una serie di armi a disposizione per difendersi” spiega Craig Botham, Senior Emerging Markets Economist, Schroders.

Un aspetto che tener conto, per il momento è che per i mercati emergenti, la politica monetaria è un’area in cui la convergenza con i mercati sviluppati è ancora abbastanza lontana. “Rispondere a futuri rallentamenti sarebbe seriamente sfidante per le banche centrali dei mercati sviluppati, dato che i tassi sono già negativi in alcune zone. Il quantitative easing e gli altri strumenti non convenzionali vengono considerati sempre più come prima risorsa piuttosto che come ultima”.

Nel mondo emergente tuttavia non c’è necessità di discostarsi dal copione già testato. “I tassi nominali – spiega Botham – sono in territorio positivo (in tutta l’area) e in gran parte lo sono anche i tassi reali”. Questo fa sì che i policymaker non hanno ancora dovuto affrontare il vincolo dello “zero lower bound”, che spinse le banche centrali dei paesi sviluppati ad addentrarsi nel territorio del Qe. Inoltre, le condizioni monetarie esistenti non sono ancora inflazionistiche. E dunque, se l’economia dovesse aver bisogno di supporto, non c’è niente che impedisca alle banche centrali emergenti di agire.

Le banche centrali emergenti si trovano in questa situazione in gran parte dei casi perché hanno mantenuto una posizione molto cauta nel 2018. “Con una Fed falco, che sembrava voler continuare ad alzare i tassi nel corso del 2019, – spiega Botham- molte banche centrali emergenti hanno dato forse troppa importanza all’inasprimento delle loro condizioni monetarie. Anche quando hanno optato per un allentamento, si è trattato generalmente di una manovra modesta, che non ha portato i tassi reali in territorio negativo”.

Un altro elemento a supporto di questa tesi riguarda il contesto storico dell’inflazione negli emergenti più generale. Uno dei successi di cui si parla meno quando ci si riferisce agli emergenti è il calo strutturale dell’inflazione.  L’andamento ddi questa a livello regionale negli ultimi 20 anni è stato moderato e stabile. E in parte è legato al contesto di minore inflazione a livello globale, ma anche i miglioramenti delle politiche e della credibilità negli emergenti hanno avuto un ruolo. Questo rafforza ulteriormente le armi a disposizione delle banche centrali emergenti, che possono ora muoversi verso un allentamento per motivi convenzionali senza incorrere nel rischio di essere accusati di agire solo per scopi politici.

Tuttavia, esistono anche “dei limiti per le banche centrali emergenti: uno di questi è rappresentato dalle valute” spiega Botham. Un easing aggressivo potrebbe infatti indebolire le monete domestiche e il deprezzamento potrebbe impattare sull’inflazione e costringere ad interrompere prematuramente il ciclo di allentamento. Una considerazione importante riguarda inoltre “il differenziale dei tassi di interesse rispetto agli Usa, che è ciò che ha spinto le banche a inasprire le politiche monetarie nel 2018”.

Redazione We Wealth
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