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Rischi, mercati sedotti da aziende zombi

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Stefania Pescarmona
Stefania Pescarmona

27 Dicembre 2019
Tempo di lettura: 3 min
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  • L’origine della crisi non sarà italiana, a meno di colpi di testa dei nostri politici. Come al solito, però, il nostro paese sarà tra i più esposti e, purtroppo, tra i meno preparati

  • La statistica dei cicli economici, dai bellissimi lavori dello statistico francese Clément Juglar in poi, ci dice che nulla può crescere in eterno. Sembra ed è una ovvietà, eppure…

Pasquale Cirillo, docente alla Delft University of Technology, vede sui mercati rischi in aumento per una nuova crisi che potrebbe essere innescata da private equity e real estate. In questa intervista spiega il perché

La primavera 2020 potrebbe essere più autunnale del previsto. A mio avviso, ci stiamo avvicinando alla prossima crisi, che con buona probabilità vedremo iniziare nei prossimi 12 mesi”.

Lo ha detto Pasquale Cirillo, docente alla Delft University of Technology (Paesi Bassi), spiegando a We Wealth che l’innesco potrebbe arrivare da due settori a livello globale, il private equity e il real estate.

Professore, di che tipo di crisi stiamo parlando?

L’origine della crisi non sarà italiana, a meno di colpi di testa dei nostri politici. Come al solito, però, il nostro paese sarà tra i più esposti e, purtroppo, tra i meno preparati. Difficile al momento stabilire l’entità della crisi. Personalmente temo che sarà peggiore di quanto molti analisti affermano, anche perché nel tempo ci siamo convinti di aver risolto molti problemi alla base della crisi del 2008, specie nel settore bancario. Ma non è così: da un lato i nodi restano e li abbiamo al più imbellettati. Dall’altro siamo riusciti a introdurre rigidità dov’era preferibile evitare. Mi riferisco in particolare alla modellistica su credito e liquidità. La prossima crisi non sarà un problema solo finanziario. L’insoddisfazione di larghe fasce della popolazione è ormai palese, non solo nei paesi emergenti, ma anche e soprattutto in Occidente. La prossima crisi rischia davvero di minare le basi democratiche dei nostri paesi, con nuovi populismi e autoritarismi pronti a emergere.

 

Quali sono, secondo lei, sui mercati i settori a rischio bolla?

È sempre difficile individuare i settori critici ex ante, mentre è sport molto diffuso l’uso del senno di poi. Ex post siamo tutti perfetti aruspici. Detto questo, se dovessi indicare possibili settori forieri di crisi, vedrei nel private equity e nell’immobiliare due ottimi candidati. Partendo dal secondo è possibile individuare diversi segnali di bolla e, soprattutto, di mancato apprendimento dagli errori del passato. Negli Stati Uniti – sempre loro, ma anche in Cina, benché si tratti di tutt’altro mercato – si assiste nuovamente a una crescita dei finanziamenti senza collaterale, e le grandi città mostrano un eccesso di offerta, specie nel commerciale. Riguardo al private equity, date le condizioni dei mercati non proprio entusiasmanti, fatte di tassi di interesse bassissimi e generale saturazione delle classiche possibilità di business, negli ultimi anni si è vista una sorta di corsa alla diligenza, in cerca di nuove miniere d’oro. Ma quello del private equity è un settore molto particolare, nel quale improvvisarsi non è mai saggio. È un settore che può anche regalare grandi soddisfazioni in tempi di crisi, ma non è per tutti.

 

Considerando l’attuale contesto dei mercati, caratterizzato da bassi tassi di interesse e obbligazioni con rendimenti negativi, se fino a pochi anni fa investire nell’economia reale era un’opzione, oggi sembra esser diventato un dovere. Cosa ne pensa?

L’impressione è a tratti quella del raschiare il barile. Con le dovute differenze, un po’ come nei mesi immediatamente precedenti la crisi del 2008, quando i mutui venivano letteralmente regalati a chiunque per poi essere cartolarizzati, in questi giorni assistiamo a un continuo emergere di esperti di private equity, vediamo i mercati scommettere e investire su realtà dalla dubbia profittabilità, alcune alla ribalta da anni. Investire ha sempre una componente ineliminabile di rischio, ma qui si ha l’impressione di vere e proprie bische. I casi noti non mancano proprio in queste settimane. L’atmosfera è a metà tra l’ultima crisi e la bolla dot.com. Anche a causa della disintermediazione bancaria seguita alla grande crisi del 2008, e degli eccessi delle banche centrali in termini di liquidità, non è una sorpresa scoprire che il mercato sia saturo di aziende zombie, pronte al collasso in caso di crisi. Ed è proprio su queste si sta concentrando molto private equity. Le conseguenze sono facilmente immaginabili. Il private equity ha vissuto e sta vivendo un momento molto positivo dal punto di vista storico, e forse è proprio questo il problema. Quando il business sembra funzionare, come api col miele ci buttiamo in massa e questo alla lunga inceppa il meccanismo. Un calo è nell’ordine delle cose, è fisiologico, ma c’è decisamente la possibilità di qualcosa di più, di un crollo. La statistica dei cicli economici, dai bellissimi lavori di Clément Juglar (statistico francese, ndr) in poi, ci dice che nulla può crescere in eterno. Sembra ed è una ovvietà, eppure…

 

Come si fronteggia questo rischio?

Non ho ricette salvifiche, ma sono fermamente convinto che le basi siano fondamentali: diversificare, non sottostimare i rischi di coda, non credersi infallibili.

Stefania Pescarmona
Stefania Pescarmona
Direttore di We-Wealth.com e caporedattore del magazine. Ha lavorato a MF, Bloomberg Investimenti, Finanza&Mercati. Ha collaborato con Affari&Finanza (Repubblica) e Advisor
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