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Ripresa post-covid e digitale, Wef: Italia impreparata

Ripresa post-covid e digitale, Wef: Italia impreparata

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Rita Annunziata
Rita Annunziata

17 Dicembre 2020
Tempo di lettura: 3 min
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  • Secondo la classifica generale del Wef, che misura la disponibilità dei paesi a realizzare la trasformazione verso economie più produttive, sostenibili e inclusive, il voto complessivo assegnato alla Penisola è di 51,9 su 100

  • Gli Stati Uniti, invece, devono fare molto di più per costruire infrastrutture più accessibili e verdi, ripensare le leggi sul lavoro e indirizzare le risorse finanziarie verso investimenti a lungo termine

  • Stando a un nuovo osservatorio del Polimi, la Penisola resta 25esima in Europa per livello di digitalizzazione, scivolando di due posizioni rispetto al 2019. Profonde anche le differenze tra Nord e Sud

Secondo il World economic forum, sebbene la maggior parte dei paesi non siano ancora pronti a costruire nel post-covid nuovi sistemi economici che combinino produttività, capitale umano e ambiente, l’Italia si rivela ancora più in ritardo. E il covid-19 ha finito per portare a galla anche gap storici in termini di digitalizzazione

La crisi pandemica, secondo gli esperti, non ha tirato unicamente le fila di una profonda recessione economica globale, più dura anche della crisi finanziaria del 2008-2009, ma ha contribuito a generare un clima di incertezza sulle prospettive future. In questo contesto, sebbene la maggior parte dei paesi non siano ancora pronti a costruire nuovi sistemi economici che combinino produttività, capitale umano e ambiente, l’Italia si rivela ancora più in ritardo. Secondo il Global competitiveness report del World economic forum, che quest’anno ha abbandonato la tradizionale veste dedicata al tema della competitività per focalizzarsi sulle capacità di ripresa post-covid, il Belpaese risulta indietro su nove degli 11 fattori considerati prioritari per i prossimi cinque anni per garantire la trasformazione e dare il turbo all’economia.

Le 11 priorità per i prossimi cinque anni

Stando alla classifica generale, infatti, che misura la disponibilità dei paesi a realizzare tale trasformazione, il voto complessivo assegnato alla Penisola è di 51,9 su 100. Le 11 categorie considerate riguardano, in particolare, la capacità di garantire che le istituzioni pubbliche incorporino solidi principi di governance e una visione di lungo termine (in questo caso l’Italia ottiene un punteggio di 49,6), aggiornare le infrastrutture per accelerare la transizione energetica (74,1), consentire il passaggio a una tassazione più progressiva (39,1), aggiornare i programmi di studi ed espandere gli investimenti nelle competenze necessarie per i “mercati del domani” (40,7), ripensare le leggi sul lavoro (55,6), espandere l’assistenza agli anziani, all’infanzia e alle infrastrutture sanitarie (37,0), aumentare gli incentivi per dirigere le risorse finanziarie verso investimenti a lungo termine (79,8), ripensare i quadri di concorrenza e antitrust (68,3), incentivare il partenariato pubblico-privato (43,0), espandere gli investimenti in ricerca e innovazione (36,9), e spingere le imprese ad abbracciare la diversità, l’equità e l’inclusione (46,9).

Danimarca e Finlandia in cima alle classifiche

Sul versante opposto si posizionano la Danimarca e la Finlandia, che figurano quattro volte tra i primi tre punteggi nelle 11 categorie, accompagnate dalla Svezia (tre volte). Gli Stati Uniti, invece, ottengono buoni risultati in aree come gli investimenti per la ricerca (con un punteggio di 57,3) e la creazione dei “mercati del domani” attraverso lo sviluppo del partenariato pubblico-privato (57,7), ma devono fare molto di più per costruire infrastrutture più accessibili e verdi, ripensare le leggi sul lavoro e indirizzare le risorse finanziarie verso investimenti a lungo termine. La Cina, inoltre, appare sul podio in due aree, ripensare i quadri antitrust e promuovere la diversità, anche se resta indietro sul miglioramento della qualità della vita e la transizione energetica. In tutte le categorie, ad ogni modo, secondo i ricercatori “la maggior parte delle economie hanno una lunga strada da percorrere per ottenere punteggi massimi”.

Lombardia regione più digitale d’Italia

A confermare il ritardo dell’Italia sul fronte della digitalizzazione, inoltre, anche il nuovo Osservatorio agenda digitale del Politecnico di Milano secondo il quale, sebbene il Belpaese abbia intrapreso strategie coerenti in tal senso e intensificato gli interventi per sanare gap storici, ancora molto resta da fare. Oggi, spiegano i ricercatori, la Penisola conta 50milioni di italiani presenti nell’Anagrafe nazionale della popolazione residente, 150 milioni di pagamenti gestiti attraverso pagoPa, 170 milioni di fatture elettroniche alla pubblica amministrazione, quasi 13 milioni di credenziali Spid, 18 milioni di Carte d’identità elettroniche rilasciate, ma anche otto milioni di download dell’app Io e 10 di Immuni. Ma stando al ranking del Digital economy and society index 2020 resta 25esima in Europa per livello di digitalizzazione, scivolando di due posizioni rispetto al 2019. Profonde anche le differenze tra Nord e Sud: la regione più digitale è la Lombardia, con un punteggio di 72 su 100, seguita da Lazio, Provincia di Trento, Emilia-Romagna, Friuli-Venezia Giulia, Toscana, Veneto, Provincia di Bolzano, Liguria, Umbria e Piemonte. Sotto la media nazionale si collocano invece Valle D’Aosta, Marche, Abruzzo, Sardegna, Campania, Puglia, Basilicata. In coda, Sicilia, Molise e Calabria (quest’ultima con un punteggio di 18,8).

“La versione 2020 del Desi vede per l’Italia diversi ritardi da recuperare nelle cinque aree su cui è calcolato – spiega Luca Gastaldi, direttore dell’Osservatorio agenda digitale – Se nei livelli di connettività e digitalizzazione dei servizi pubblici siamo allineati alla media europea, nelle competenze digitali e nell’uso di internet registriamo i peggiori posizionamenti”. Poi conclude: “È difficile pensare di riuscire a migliorare il nostro posizionamento nel breve periodo. Per farlo servono interventi strutturali e una riduzione delle differenze nei livelli di digitalizzazione degli enti pubblici”.

Rita Annunziata
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