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Presidenza Trump, per America First il difficile viene adesso

13 Febbraio 2019 · Andrea Goldstein · 2 min

Molte nubi scure si stagliano all’orizzonte dell’economia globale. Quali saranno le scelte economiche dell’amministrazione del presidente Usa Donald Trump? Il bilancio dei primi due anni di mandato

A due anni dalla cerimonia che vide il primo presidente privo di esperienza politica nella storia moderna degli Stati Uniti (e probabilmente in assoluto) accedere al soglio della Casa Bianca, quale bilancio è possibile fare di Donald Trump? Limitandoci all’economia, il tycoon newyorchese si merita una sufficienza, che contrasta coi timori espressi nel gennaio 2017, ma che è lontana dai termini entusiastici con cui questo primo biennio è descritto dagli agiografi, in patria come all’estero, compresa l’Italia.

L’economia americana ha continuato a crescere a ritmo sostenuto, prolungando una fase espansiva che dura dal 2013, in piena era Obama. Salva la possibilità di un incidente tecnico, per così dire, se la crescita del Pil perdura fino a metà anno, raggiungendo 10 anni, si tratta della fase di espansione ininterrotta più lunga nella storia americana moderna. La dinamica si appoggia su diversi elementi, dal boom della Borsa che sostiene i consumi delle famiglie, a quello del shale gas che riduce la bolletta energetica, tanto da aver permesso agli Stati Uniti di strappare all’Arabia Saudita lo scettro di principale produttore mondiale. I profitti sono a livelli record, la disoccupazione è ai minimi storici (anche se la qualità della nuova occupazione è ancora bassa) e gli indici di fiducia di imprenditori e consumatori sono ben orientati.

Quanto di questo stato di grazia è ascrivibile alle politiche economiche, e a quelle di Trump in particolare? L’eredità degli ultimi presidenti della Fed è una politica monetaria prudente, che è stata confermata da Powell, scelto per succedere a Yellen: tutt’al più presenta il rischio di non lasciare molte munizioni a disposizione nel caso di un’improvvisa correzione sui mercati finanziari. Per quanto riguarda le politiche fiscali, sicuramente la riforma della fiscalità d’impresa ha consentito alle multinazionali americane di rimpatriare la propria tesoreria, peraltro destinata in gran parte al riacquisto di azioni proprie, con poco impatto sulla formazione di capitale fisso.

Certo l’espansione pro-ciclica della spesa pubblica appare una scommessa discutibile, ma da Trump ci si aspettava il peggio e l’astenersi dal toccare in profondità la riforma sanitaria è di per sé un fatto positivo. È molto più complesso il giudizio sulla campagna per ridare all’America la sua grandezza. Trump ha abbaiato come pochi suoi predecessori, utilizzando compulsivamente Twitter per prendendersela sia col sistema multilaterale e le sue regole suppostamente lesive degli interessi nazionali, sia con le pratiche di alleati inaffidabili (europei e giapponesi) e di rivali perniciosi (i cinesi). Al di là del fatto che di morsi che lasciano il segno ce ne sono stati (fortunatamente) pochi, i risultati effettivi sono stati scarsi.

Il deficit commerciale (esclusa l’energia) continua a crescere, gli investimenti esteri in entrata non hanno fatto un salto in avanti e quel poco di delocalizzazione dalla Cina che c’è stato si è diretto all’Asia del Sud-Est, più che al Midwest. È troppo presto per sapere quali saranno le conseguenze del nuovo trattato con Canada e Messico, ma è difficile immaginare che modifichino in profondità le catene regionali di produzione. Anche il piano trilionario di investimenti in infrastrutture si è fermato allo stato delle intenzioni, nessun progetto di portata storica è stato avviato e neppure proposto.

In compenso, laddove la supremazia americana è ancora indiscutibile, e cioè in quella che per pigrizia collettiva si continua a chiamare New Economy anche se vari lustri sono passati dalla sua esplosione, Trump ha fatto molto poco (anche perché è proprio negli Stati del digitale come California, Massachussets, New York e Washington che raccoglie meno consensi).

Il difficile viene ora, nel secondo biennio del mandato presidenziale. Molte nubi scure si stagliano all’orizzonte dell’economia globale, tra cui in particolare una brusca decelerazione dell’economia cinese. Se ciò avvenisse, e fosse in parte dovuto all’incertezza sulle politiche commerciali americane, sarebbe una ben magra consolazione per Trump, tanto profonde sarebbero le implicazioni per tutto l’Occidente.

Identico ragionamento vale per un’ipotetica crisi in Europa, dovuta a un Brexit senza accordo, oppure a un cataclisma sul debito sovrano italiano. In entrambi i casi il presidente attizza i fuochi degli euroscettici, ignaro apparentemente che il mondo è multilaterale e che Washington ha bisogno di Bruxelles non meno di quanto l’Europa abbia bisogno dell’America.

Andrea Goldstein
Andrea Goldstein
Fino a poche settimane fa chief economist di Nomisma, ha lavorato in numerose organizzazioni internazionali (Banca mondiale, Commissione economica dell’ONU per l'Asia e il Pacifico, Banca interamericana di sviluppo) e soprattutto all'OCSE; attualmente alla Divisione degli Investimenti in qualità Senior economist. È anche editorialista del Sole 24 Ore ed autore di libri e articoli sull’economia globale.
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