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Petrolio, i veti Usa e i dilettanti allo sbaraglio

15 Maggio 2019 · Alberto Negri · 3 min

Le sanzioni, imposte dopo che Trump ha abbandonato l’accordo sul nucleare del 2015, stanno soffocando Teheran e l’export in un Paese dove l’Italia era il primo partner europeo. Ma la colpa non sarebbe soltanto degli Stati Uniti

La questione investe il petrolio ma anche i nostri rapporti con l’Islam, in una fase in cui il terrorismo è tornato a colpire tragicamente in Sri Lanka. Ci sono un paio di domande che riguardano l’Iran, la comunità internazionale e l’Italia. La prima è perché gli Usa devono stabilire da chi dobbiamo importare petrolio. Le sanzioni le hanno messe loro, abbandonando un accordo del 2015 che è anche un trattato internazionale siglato sotto l’egida dell’Onu ed è rispettato da Teheran, secondo i 14 report dell’Aiea. Un altro interrogativo è perché l’Italia, pur godendo di un’esenzione di sei mesi, non ha importato greggio iraniano. Ci sarebbe poi una terza domanda: gli Usa puniscono l’Iran e l’Islam sciita ma intrattengono ottimi rapporti con le potenze sunnite che alimentano, guerre e destabilizzazione.

Nel duro scontro Cina-Usa sullo stop agli acquisti di petrolio iraniano, i nostri sovranisti hanno brillato per insipienza. Ogni giorno ci danno lezioni imperdibili su come in realtà si cede sovranità contro gli interessi nazionali per piegarsi alle politiche sempre più aggressive di Trump che fanno esultare Netanyahu e i sauditi.

Ecco come vanno le cose per noi. Le sanzioni, imposte dopo che Trump ha abbandonato l’accordo sul nucleare del 2015, stanno soffocando Teheran e l’export (due miliardi di dollari l’anno) in un Paese dove l’Italia era il primo partner europeo. Ma la colpa non è soltanto degli Stati Uniti è anche nostra, come emerge da una conversazione con l’ambasciatore dell’Iran in Italia, Hamid Bayat.

Alcune cose le sapevamo ma una è davvero sorprendente, quasi inspiegabile. “Gli Usa – spiega l’ambasciatore – avevano concesso esenzioni a 8 Paesi per importare petrolio da Teheran. Nel caso dell’Italia però non è il Paese a essere stato esentato ma una sola compagnia l’Eni, che non ha acquistato negli ultimi sei mesi neppure una goccia del nostro greggio”.

La questione non riguarda soltanto l’Eni ma costituisce un danno anche per le altre imprese italiane. Con le vendite all’Eni gli iraniani avrebbero comunque potuto costituire un fondo in Italia da utilizzare per le importazioni, soprattutto di piccole e medie imprese. Insomma potevamo aggirare in maniera legale le sanzioni ma ci siamo dati la zappa sui piedi. E’ evidente che l’Eni, attiva in Iran dagli anni Cinquanta con Mattei, ha ceduto a un mix di pressioni e promesse americane.

Come se questo non bastasse ci stiamo facendo male da soli, perdendo commesse a raffica. Ricordiamo che nel 2015 il presidente Hassan Rohani firmò a Roma un memorandum d’intesa da 27 miliardi di euro. In Iran fecero missioni il ministro degli Esteri Gentiloni, il premier Renzi e il ministro per lo sviluppo economico Calenda con una delegazione di 400 imprese, la più grande mai vista nella quarantennale storia della repubblica islamica. Durante il governo Gentiloni, per aggiudicarsi le prime commesse iraniane, Invitalia venne dotata di un fondo da 5 miliardi di euro, una linea di credito firmata ufficialmente con garanzie sovrane iraniane. Ma il decreto di attuazione, su pressioni Usa e israeliane, rimase congelato.

Gli imprenditori allora provarono a battere un’altra strada. Con il nuovo governo giallo-verde nel già nel luglio 2018 la Camera di commercio e industria italo-iraniana presentò alla commissione Esteri del Senato un piano per costituire una banca locale italiana – da scegliere magari tra quelle cooperative già fallite – dedicata soltanto agli scambi con Teheran: le sanzioni Usa colpiscono tutti gli istituti occidentali che fanno scambi con Teheran ma una piccola banca che non lavora sul mercato statunitense avrebbe potuto ignorare l’embargo americano.

L’idea era stata accolta con favore, peccato che la Lega, sdraiata su posizioni filo-Israele, come ha dimostrato la controversa visita di Salvini nello stato ebraico, si sia opposta. Eppure lui dovrebbe essere dalla parte delle aziende: si vede che per stare in sella è meglio avere l’appoggio esterno che quello dei nostri imprenditori. Ma c’è un’altra carta per riprendere gli affari con l’Iran che non abbiamo ancora giocato: e sempre per colpa nostra. Francia, Gran Bretagna e Germania hanno varato un meccanismo per aggirare le sanzioni Usa a Teheran che si chiama Instex (Instrument in support of trade exchanges). Instex dovrebbe rendere possibile gli scambi tra l’Iran e l’Europa. L’attuale isolamento finanziario, in vigore dal 5 novembre 2018, blocca non solo i commerci ma anche i trasferimenti di denaro.

Anche questo strumento, perfettamente in linea con le posizioni europee, non piace alla Lega e forse neppure al nostro ministro degli Esteri Moavero Milanesi che non ha ancora dato il via libera. Moavero in febbraio è andato a Varsavia per una riunione anti-Iran convocata dagli Usa dove non si sono presentati in segno di disaccordo i ministri degli esteri francese e tedesco, ma non ha trovato il tempo di aderire all’Instex.

La verità è che il nostro governo (o una parte di esso), piuttosto isolato in Europa, preferisce inchinarsi a Trump ottenendo in cambio la beffa della “cabina di regia” in Libia e una sorta di lettera di licenziamento per Sarraj. Altro che sovranisti. E veniamo al terzo punto. C’è un Islam che salva la vita ai cristiani ma noi lo puniamo con le sanzioni e lo mettiamo nelle liste del terrorismo. Accade per esempio con gli Hezbollah libanesi che per sostenere il regime di Bashar Assad furono anche coloro che liberarono i villaggi cristiani durante la guerra civile in Siria. E chi ha fermato le sanguinarie schiere del Califfato nel 2014, quando l’Isis si impadronì di Mosul, la seconda città dell’Iraq? Gli Usa allora non mossero un dito. Furono le milizie sciite e dei pasdaran iraniani al comando del generale Qassem Soleimani a bloccare l’avanzata dei jihadisti mentre l’esercito iracheno si era completamente liquefatto. Sono stati i pasdaran a salvare non solo i musulmani sciiti ma anche i cristiani e gli yazidi, altra millenaria minoranza religiosa che ha sofferto crudeltà indicibili a opera dei jihadisti.

Se non fosse intervenuto l’Iran, Al Baghadi avrebbe fatto colazione sulle rovine di Baghdad e Damasco. Eppure gli Stati Uniti puniscono e ci obbligano a punire proprio l’Iran imponendo sanzioni e vietando di importare petrolio da Teheran. Washington ha addirittura inserito i pasdaran, le guardie della rivoluzione, cioè una parte dell’esercito di Teheran, tra i gruppi terroristici: è la prima volta che accade una cosa del genere.

Gli Hezbollah libanesi hanno avuto sicuramente un passato terroristico ma in Libano sono anche un grande partito politico e fanno parte delle istituzioni. Puniti anche loro con l’inserimento nelle liste del terrorismo, nonostante collaborino con le truppe italiane dell’Onu.

Così soffochiamo la repubblica islamica iraniana con le sanzioni e siamo costretti a ridurre drasticamente i commerci con Teheran, soltanto perché lo vogliono Stati Uniti, Israele e Arabia Saudita. Mai che si preveda di contenere l’espansionismo israeliano. Al contrario Trump ha riconosciuto l’annessione del Golan siriano contro ogni risoluzione dell’Onu. Mai che gli Usa abbiano punito l’Arabia Saudita: non lo hanno fatto neppure quando il suo principe Mohammed bin Salman ha fatto fare a pezzi il giornalista Jamal Khashoggi nel consolato saudita di Istanbul. Mai che Riad o gli Emirati, che avevano riconosciuto anche i Talebani afghani, siano stati colpiti da sanzioni per il loro sostegno negli anni ai gruppi islamici più retrogradi. Anzi queste monarchie assolute, prive di ogni simulacro di democrazia, sono complici degli Stati Uniti e rappresentano anche i loro maggiori acquirenti di armi. Nessuno si degna di mettere sanzioni ai sauditi neppure per le stragi di civili in Yemen, anzi noi italiani gli vediamo le bombe. In tutto questo non c’è nessun complotto, è tutto alla luce del sole: sono dati di fatto. Quindi è anche inutile a ogni strage versare lacrime di coccodrillo.

Alberto Negri
Alberto Negri
È stato inviato speciale e corrispondente di guerra del Sole 24 Ore negli ultimi 30 anni per le zone Medio Oriente, Africa, Asia Centrale e i Balcani. Nel 2009 ha vinto il premio giornalistico Maria Grazia Cutuli, nel 2015 il premio Colombe per la pace. nel 2016 il premio Guidarello Guidarelli e nel 2017 il premio Capalbio saggistica per il libro "Il Musulmano Errante". Oggi è Senior Advisor dell’ISPI, Istituto degli Studi di Politica Internazionale.