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Petrolio ai massimi da cinque mesi

Petrolio ai massimi da cinque mesi

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Rita Annunziata
Rita Annunziata

27 Agosto 2020
Tempo di lettura: 3 min
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  • “L’uragano ha bloccato forzatamente l’offerta, portando il petrolio nella parte alta del range”, spiega Antonio Cesarano

  • Solo nella regione del Golfo del Messico, che genera il 17% della produzione totale di petrolio negli Stati Uniti, sono state evacuate oltre 300 piattaforme

  • Occhi puntati anche sulla riunione del comitato tecnico dell’Opec+ di settembre

L’allarme uragani spinge ai massimi da cinque mesi il prezzo del petrolio, ma non è l’unico fattore che potrebbe incidere sull’andamento del greggio nel breve termine. L’analisi di Antonio Cesarano, chief global strategist di Intermonte Sim, per We Wealth

Mentre le immagini del National hurricane center mostrano l’uragano Laura crescere di intensità e raggiungere le coste della Louisiana, le quotazioni del greggio sfiorano i massimi da cinque mesi. Negli ultimi giorni diverse società energetiche hanno dovuto infatti bloccare le attività di estrazione e solo nella regione del Golfo del Messico, che genera il 17% della produzione totale negli Stati Uniti, sono state evacuate oltre 300 piattaforme. Ma quanto ha inciso l’effetto-uragano sul prezzo del petrolio e cosa aspettarci nei prossimi mesi? We Wealth ne ha parlato con Antonio Cesarano, chief global strategist di Intermonte Sim.

“Al momento l’uragano Laura ha bilanciato due aspetti. Da un lato c’è ancora un eccesso di produzione, in particolare in Iraq e in Nigeria che entro il 28 agosto devono presentare un piano per rimettersi in linea rispetto agli impegni delle quote di tagli della produzione. Poi c’è l’incontro del comitato tecnico dell’Opec+ del 17 settembre, che dovrà definire la strategia da implementare da ottobre in poi, quando scadrà l’accordo relativo al calo più graduale della produzione che riguardava agosto e settembre”, spiega Cesarano.

Secondo lo strategist, stiamo andando incontro a un periodo in cui “realisticamente la domanda non sarà molto forte”, indipendentemente da un’eventuale accelerazione della pandemia. L’uragano, dal suo canto, ha “bloccato forzatamente l’offerta, portando il petrolio nella parte alta del range, tra l’altro accontentando soprattutto la Russia che ha come break even sul Brent i 40 dollari al barile”. In questo momento, aggiunge Cesarano, “mantenere il Brent tra i 45 e i 50 dollari al barile e il Wti (West Texas Intermediate) tra i 40 e i 45 rappresenterebbe dunque la chiusura del cerchio un po’ per tutti”.

Ora, spiega, “siamo ai massimi da cinque mesi”. “L’effetto-uragano è stato quello di portare il petrolio un po’ più verso la parte alta, come dicevo, ma non ha avuto un impatto dirompente come lo ebbe l’uragano Katrina nell’agosto del 2005, quando il posizionamento degli speculatori era molto più incidente”. Secondo Cesarano, nel mercato del petrolio l’impatto della componente speculativa ha subito infatti un ridimensionamento nel tempo, anche grazie all’intervento dei regulators. In ogni caso, se si considera il Brent, dichiara lo strategist, “non siamo su posizioni nette lunghe estreme quindi, se gli effetti dell’uragano fossero più dirompenti, potrebbe toccare i 50 dollari prima dell’incontro del 17 settembre”.

Intanto resta da sciogliere anche il nodo presidenziali che, secondo gli analisti, nel caso di una vittoria di Biden potrebbero sfavorire proprio l’industria petrolifera. Nel lungo termine, invece, occhi puntati sul Recovery fund: “dandone per scontata l’approvazione – conclude Cesarano – dal prossimo anno si potrebbe evidenziare una maggiore attenzione all’ambiente e un minor utilizzo in prospettiva del petrolio, ma ci vorrà del tempo”.

Rita Annunziata
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