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Le nuove vie della seta e l'indifferenza dell'Europa

14 Dicembre 2018 · Andrea Goldstein · 3 min

Il progetto delle nuove vie della seta ha acquisito un’enorme credibilità negli ultimi cinque anni, ma i veri risultati si situano solo sul piano cognitivo e simbolico. Qual è la posizione dell’Europa?

Lanciato cinque anni fa da Xi Jinping, il progetto delle Nuove Vie della Seta per connettere Asia ed Europa ha rapidamente acquisito straordinaria visibilità e credibilità: non è prematuro affermare che la Belt & Road Initiative (Bri) sta già imprimendo il suo sigillo alle relazioni politiche ed economiche globali.

Certo, per il momento grandi realizzazioni, un porto o una ferrovia associati alla Bri, non ce ne sono. E le tratte ferroviarie sino-europee, che pure sono cresciute rapidamente (ad agosto è transitato il vagone numero 10mila), rappresentano una parte infima del traffico merci. I veri risultati ottenuti dalla Bri si situano sul piano cognitivo e simbolico.

Da un lato l’aiuto che la Cina dà agli altri paesi emergenti e in via di sviluppo garantisce la legittimità di cui Pechino ha bisogno per elaborare una nuova narrativa dello sviluppo. Nella quale le infrastrutture e il settore pubblico che le costruisce e gestiscono assumono un ruolo cruciale. Dall’altro, intorno alla Bri sta sorgendo una rete di istituzioni – tra le quali la Asian Infrastructure Investment Bank – per promuovere principi e standard nuovi rispetto alla good governance occidentale.

In teoria questa strategia non è destinata a creare inesorabili frizioni con l’Occidente, e l’Europa in particolare. Da tutti Pechino cerca sostegno per la Bri e cooperazione per la realizzazione dei suoi obiettivi – memoranda of understanding bilaterali che testimonino l’altrui interesse per la Bri. Tutto ciò sembrerebbe giustificare l’entusiasmo con cui alcuni paesi europei presentano ai cinesi lunghe liste di progetti da finanziare. Ma dietro la patina del win-win, retorica prediletta da Xi, sta la dura logica della realpolitik.

La Cina nutre dubbi sul sistema delle regole globali, ma alla legittima aspirazione di costruire un regime nuovo deve accompagnarsi la volontà di assumersi maggiori responsabilità. Nei fatti, come dimostrano i problemi crescenti che incontra (in Pakistan, Sri Lanka, Malesia, Zambia), Pechino guarda innanzitutto ai propri interessi, e pensa di lasciare ad altri il conto per gli eventuali piatti rotti.

C’è poi una grave asimmetria nell’accesso ai rispettivi mercati. Quello europeo è quasi completamente aperto, quello cinese è spesso inaccessibile. Invece che migliorare, la situazione per le imprese europee peggiora, anche per l’ambizione di Pechino di dominare le industrie del futuro, spesso attraverso trasferimenti tecnologici forzosi dalle multinazionali alle imprese cinesi. Il risultato è che i national champions cinesi sono sempre più attivi nello spazio Bri, a caccia di tecnologie innovative in Europa, ma anche di sbocchi nuovi per l’eccesso di capacità produttiva accumulata grazie ai crediti convenienti.

È fondamentale per l’Europa reagire, senza farsi schiacciare tra ambizioni di Xi e containment di Trump. Per questo è indispensabile disporre di una visione condivisa, tutt’altro che scontata dato che molti paesi della periferia fanno gli occhi dolci a Pechino.

Anche l’Italia, una volta passata la sbornia generata dai rituali brindisi alla gloria di Marco Polo e Matteo Ricci, dovrà capire in cosa consistono gli interessi nazionali e contribuire alla politica europea verso la Bri, magari cominciando dal settore energetico.

Andrea Goldstein
Andrea Goldstein
Fino a poche settimane fa chief economist di Nomisma, ha lavorato in numerose organizzazioni internazionali (Banca mondiale, Commissione economica dell’ONU per l'Asia e il Pacifico, Banca interamericana di sviluppo) e soprattutto all'OCSE; attualmente alla Divisione degli Investimenti in qualità Senior economist. È anche editorialista del Sole 24 Ore ed autore di libri e articoli sull’economia globale.
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