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Numeri (e cravatte) dell’era Draghi

Numeri (e cravatte) dell’era Draghi

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Gloria Grigolon
Gloria Grigolon

20 Novembre 2019
Tempo di lettura: 3 min
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  • Cravatta sulle tinte del blu, quella delle grandi occasioni, degli annunci che superano le aspettative

  • Nodo d’occasione, a tratti, color mattone, sintomo di una fase di transizione

  • Nuance color vinaccia, tipico di un annuncio già scontato dal mercato ed inserito in uno schema ormai noto

  • Il potere previsionale del colore della cravatta potrebbe ora trasformarsi in foulard con l’avvento di Christine Lagarde

Il bilancio del mandato di Mr. Euro alla guida della Bce in cifre. L’eredità che Christine Lagarde si appresta a raccogliere nel solco tracciato da un leader della comunicazione con uno stile inconfondibile

Un Whatever it Takes. Due Quantitative easing. Tre Tltro. 19 Stati da armonizzare. 35 audizioni in parla- mento europeo. 77 conferenza stampa a Francoforte. Oltre 2600 miliardi di titoli acquistati tra il marzo 2015 e il dicembre 2018. L’analisi di alcuni dei principali numeri che hanno caratterizzato gli otto anni di Mario Draghi alla guida della Banca centrale europea mostrano tre chiare evidenze: la modifica dei confini del mandato Bce; il cambio di toni, ruolo e peso della comunicazione istituzionale sui mercati; il potere previsionale del colore della cravatta, che potrebbe trasformarsi in foulard con l’avvento di Christine Lagarde.

Draghi: l’era delle “prime volte”

La presidenza Draghi sarà ricordata come quella delle “prime volte”: dei tassi sotto lo zero, delle politiche monetarie altamente accomodanti e degli annunci in grado di cambiare la direzione dei mercati in Europa. Una nota stilistica che il governatore mise in chiaro da subito.

Il 26 luglio 2012, al culmine della crisi del debito sovrano europeo e a meno di un anno dal suo insediamento, Mario Draghi pronunciò l’iconico discorso che ne avrebbe caratterizzato la presidenza, uno dei più importanti messaggi mai trasmessi da un banchiere centrale. Quel giorno, Mr. Euro sfoderò una cravatta sulle tinte del blu, quella delle grandi occasioni, degli annunci che superano le aspettative, anche solo di una parola. Il “Whatever it takes” pronunciato in quell’unica occasione si proponeva di compiere qualsiasi azione necessaria a salvaguardare la moneta unica. “E credetemi” aggiunse, “sarà abbastanza”.

Obiettivi, nel rispetto del mandato

In un contesto in cui le principali banche centrali d’Occidente s’erano mosse anzitempo con immissioni di liquidità straordinarie tramite l’acquisto di titoli del Tesoro (nel 2008 gli Stati Uniti e nel 2009 il Regno Unito), nel gennaio 2015 la Corte di giustizia europea definì legittimo l’acquisto di bond da parte dell’istituto di Francoforte, a condizione che tali acquisti fossero fatti nel rispetto dell’obiettivo del mandato: mantenere la stabilità dei prezzi. Il 22 dello stesso mese, un Draghi in color cobalto annunciò il lancio del primo programma di acquisto da 60 miliardi di euro al mese (Quantitative easing), poi portato ad 80 miliardi nel marzo 2016. Tra i vincoli imposti alla Bce, il tetto massimo pari ad un terzo per singola emissione (con un risk sharing del 20%), la totale indipendenza da influenze esterne e l’obbligo di acquistare titoli di Stato in maniera proporzionale alle quote di partecipazione al capitale Bce. Prima voce d’acquisto nel bilancio di Francoforte? Il bund tedesco (pari al 24% circa dei titoli).

La continua iniezione di liquidità nel sistema ha nel tempo assuefatto i mercati, che si sono adagiati su condizioni accomodanti senza troppo approfittarne: la moneta in eccesso, sia europea che americana, non si è infatti tradotta in investimenti reali, ma in posizioni finanziarie. L’avvento dei tassi negativi e dei rendimenti sotto zero ha inoltre viziato il comportamento degli investitori che, reduci da anni di crisi finanziaria, hanno utilizzato il conio facile per accrescere i propri risparmi ed assicurarsi un bacino da cui attingere in futuro.

Dal canto loro, i singoli Stati, in molti casi impegnati nell’abbattere i propri livelli di debito nazionale, non hanno approfittato del periodo di accesso al credito agevolato per porre in essere riforme fiscali capaci di riattivare il tessuto produttivo ed economico, come invece accaduto negli Stati Uniti. All’interno di un board direttivo sempre meno incline a nuove politiche accomodanti (Germania, Francia ed Olanda in primis), gli Stati membri potrebbero quindi avere sprecato un’importante occasione.

Il tema della liquidità (e dell’economia reale)

Parallelamente al piano di Qe, Draghi ha cercato di assecondare il mercato del credito con una serie di aste di liquidità mirate (Tltro) al settore bancario europeo, volte ad immettere denaro nel sistema e, dunque, nell’economia reale. Cravatta d’occasione, a tratti, color mattone, sintomo di una fase di transizione. A partire dal 2014, la Bce ha avviato tre fasi di aste a target (giugno 2014, marzo 2016, novembre 2019), atte a garantire l’erogazione di denaro a favore del settore privato non finanziario dell’area dell’euro. Obiettivo? Trasmettere liquidità ai consumatori finali nel tentativo di riattivare un’inflazione dormiente, che tale è rimasta.

Con il pacchetto di misure annunciate nel meeting di settembre e confermate nel suo ultimo speech di ottobre, Draghi ha di fatto spianato la strada a Christine Lagarde, che ha ereditato un mix di misure accomodanti senza precedenti: un nuovo quantitative easing da 20 miliardi di acquisti mensili, con scadenza da definirsi, tassi sotto lo zero, aste di liquidità a target Tltro fino al 2022. Infine, il cambio della forward guidance (che fornisce indicazioni sulle future mosse dell’istituto centrale), non più legata al “quando” sarà toccato il target di inflazione (inferiore, ma prossimo al 2%), ma al “come” tale obiettivo verrà raggiunto. Al collo, nuance vinaccia, tipico di un annuncio già scontato dal mercato ed inserito in uno schema ormai noto.

Draghi e il peso delle parole

A Lagarde, oltre al fardello delle politiche monetarie, passa un testimone più greve: il peso delle parole che, pronunciate al momento giusto, possono aiutare i mercati a muoversi in linea con l’obiettivo da perseguire. Nel caso di Draghi, a rialzo per i listini e a ribasso per il cambio in euro.

“Come mi sento?”, ha concluso Mario Draghi a Francoforte “come qualcuno che ha cercato di portare a termine nel miglior modo possibile il proprio mandato”.

“Spero solo”, ha commentato Christine Lagarde nel suo primo discorso ufficiale, “di non dover mai pronunciare un altro ‘Whatever it takes’”.

Se è vero che la comunicazione è ormai diventata un “tool di politica monetaria” altrettanto vero è che la sfida per governatore e mercati finanziari si farà sempre più dura.

Gloria Grigolon
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