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Npl come asset class, opportunità per un attivo illiquido

Npl come asset class, opportunità per un attivo illiquido

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Teresa Scarale
Teresa Scarale

03 Novembre 2020
Tempo di lettura: 7 min
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  • “La qualità degli attivi presso le banche dell’area dell’euro rimane ancora al di sotto dei livelli che abbiamo visto pre-crisi 2008. Secondo le stime della Bce, in uno scenario grave ma plausibile i crediti in sofferenza presso le banche dell’eurozona potrebbero raggiungere 1.400 miliardi di euro”

  • A un certo punto della nostra storia economica recente, quello dei crediti non performanti è diventato un problema. Nel 2016, il livello di npl per le maggiori banche europee era arrivato a 1000 miliardi di euro. Poi, grazie alla Bce, si è dimezzato

  • La valutazione tradizionale degli npl come asset class è problematica. La classica formula di attualizzazione dei flussi cassa futuri comporta sofisticati problemi di stima. Inoltre vi è un forte squilibrio informativo a favore delle banche

  • Un finanziamento fornito o garantito a livello europeo consentirebbe a ciascuna società di asset management nazionale di beneficiare della solvibilità Ue e di avere un migliore accesso al mercato

Nel giorno in cui il capo della vigilanza bancaria Ue mette in guardia dall’accumulo di npl, scopriamo come può funzionare questa asset class. E come una corretta valutazione dei crediti deteriorati possa rivelarsi vincente. Anche in caso di contrasto fra fondi di private debt e banche. Lo spiega a We Wealth la professoressa Brunella Bruno dell’Università Bocconi

“La qualità degli attivi presso le banche dell’area dell’euro rimane ancora al di sotto dei livelli che abbiamo visto pre-crisi 2008”, a dirlo, nel giorno delle elezioni Usa, è Andrea Enria. “Secondo le stime della Bce, in uno scenario grave ma plausibile i crediti in sofferenza (npl, non performing loans) presso le banche dell’eurozona potrebbero raggiungere 1.400 miliardi di euro. Ben al di sopra dei livelli della crisi finanziaria [del 2008] e del debito sovrano [2011]”, afferma il presidente dell’autorità bancaria di vigilanza europea.

“Ma non tutti gli npl sono ugualmente cattivi”, precisa la professoressa Brunella Bruno (Università Bocconi). Dentro l’aggregato dei crediti deteriorati esistono diverse categorie. Ad esempio “i prestiti a soggetti che sono solo in ritardo sui pagamenti (tre mesi) rappresentano il sottoinsieme meno rischioso degli npl. A un certo punto della nostra storia economica recente però, è indubbio che quello dei crediti non performanti è diventato un problema. Serio. Nel 2016 il livello di npl per le maggiori banche europee era arrivato a 1000 miliardi di euro (dati Bce). “Il 9% del pil dell’area euro in quel momento, o il 6% di tutti i prestiti”, prosegue la professoressa Bruno. Poi, con il provvidenziale intervento della Bce, il malloppo di credito bancario cattivo si è dimezzato.

Il picco di npl bancari europei sarebbe dovuto essere di 1000 miliardi di euro. Ma sta salendo a 1,4 trillion. “Un livello enorme, che può mettere a rischio un’intera economia, con effetto contagio. Uno scenario da scongiurare. I crediti deteriorati vanno smaltiti. E la soluzione della vendita degli npl come asset class non è scontata. Per sua stessa natura, la quasi totalità degli npl è illiquida. Non c’è un prezzo di mercato, non si tratta di azioni o titoli quotati.

La valutazione tradizionale stessa di questa classe di attivo è problematica. La classica formula di attualizzazione dei flussi cassa futuri comporta sofisticati problemi di stima. Che valore dare alla probabilità di un pagamento eventuale, incerto anche nelle tempistiche? Come si stima il valore dei una garanzia? Qual è il tasso di sconto da applicare ai flussi? Le banche ovviamente tendono a sovrastimare l’incassabilità dei propri crediti. L’opacità e l’asimmetria informativa del sistema tiene alla larga gli investitori.

Queste esigenze di mercato (corretta valutazione+trasparenza informativa) hanno dato vita a nuovi soggetti specializzati nelle valutazioni e nel recupero. Essi rappresentano i naturali acquirenti per le banche che volessero semplicemente “far fuori” i propri npl. Ma un fondo di private debt che investa in uno stock di npl, vorrebbe lucrarci almeno il 15-20%. Tassi di sconto così alti comportano bassi prezzi di acquisto dei crediti. Più alto è il tasso, più basso è il prezzo. Conviene al fondo di private debt ma non alla banca.

Ed è qui che dovrebbe intervenire uno schema europeo in grado di coordinare le asset management company, dice Andrea Enria. È infatti necessario “un soggetto che possa accedere alle risorse utilizzando il rating europeo, più elevato dei singoli rating nazionali”, specifica Brunella Bruno. “Il che significa finanziarsi a costi più bassi in termini di un maggiore prezzo pagato alla banca”. Occorre implementare pratiche di valutazione standardizzate a livello europeo, come dice il capo della vigilanza bancaria. Aggiunge Enria: “Il finanziamento fornito o garantito da un organismo europeo consentirebbe a ciascuna società di asset management nazionale di beneficiare della solvibilità dell’Ue e di avere un migliore accesso al mercato”.

 

Gli npl, da liability ad asset class

Il fatto che una quota dei soldi prestati dalle banche sia “a rischio” è strutturale. Ma, “dopo la crisi del debito sovrano, dalla fisiologica quota di rischio, gestibile e insita in tutti i prestiti bancari”, si è arrivati a “livelli non normali di crediti rischiosi”, continua la professoressa. Ma le banche giocano un ruolo chiave nella struttura di un’economia. E il problema dei crediti deteriorati da isolato può diventare sistemico.

Quando una parte così importante dei crediti in pancia a una banca si deteriora, sorgono problemi di profittabilità per la banca. “Questi prestiti non generano né interessi né commissioni. Solo costi. E l’abbattimento degli utili può avere un impatto negativo sul capitale, fino a minare la solidità patrimoniale della banca”. In ultima istanza, “si potrebbe arrivare ad avere un capitale non sufficiente a ricoprire le perdite che derivano da questi crediti”.

Dietro agli npl, si nasconde l’economia reale. Non si tratta di derivati, non è un mero “fatto di finanza”. Per questo Enria chiama a gran voce un coinvolgimento degli asset manager. “Le società di asset management consentono una pulizia molto più rapida dei bilanci bancari e sono di conseguenza molto efficaci nel ripristinare la capacità delle banche di prestare denaro”. Andra Enria auspica una vera e propria “rete europea di società di asset management”. Questa, “se opportunamente progettata, potrebbe accelerare il processo di ripristino della qualità degli asset”.

Fino a ora, la stabilità finanziaria europea ha tenuto. Ma “le ricadute della pandemia devono ancora manifestarsi sui bilanci delle banche”, ammonisce Enria. Su di essi gravano infatti “prospettive macroeconomiche dense di incertezza”. Ed è il caso di farsi trovare pronti, anche grazie all’industria dell’asset management.

Teresa Scarale
Teresa Scarale
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