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Nasdaq: non è tutto oro quel che luccica

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Lorenzo Magnani
Lorenzo Magnani

06 Settembre 2020
Tempo di lettura: 7 min
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  • Venerdì 4 settembre sono proseguite le vendite: il Dow Jones è sceso dello 0,56%, l’S&P 500 ha perso lo 0,8% e il Nasdaq è calato di oltre l’1,2% (dopo essere arrivato a perdere il 4% a inizio giornata).

  • Nella giornata di giovedì l’S&P era sceso del 3,5%, il Dow Jones del 2,7% e il Nasdaq del 4,96%

  • Le azioni che hanno sofferto di più sono quelle tech

  • Probabilmente le società con modelli industriali forti conosceranno una nuova crescita nei prossimi mesi

Prosegue il tonfo di Wall Street, trainata dal crollo dei titoli tech, protagonisti di un rally persistente in questi ultimi mesi. Da Apple a Zoom nessuno si salva. È la fine di una bolla o semplicemente una correzione?

Dopo giorni di grandi rialzi di mercato, la corsa potrebbe essere arrivata al termine. Come si è chiuso il miglior agosto dal 1986, nelle giornate di giovedì 3 settembre e di venerdì 4 settembre 2020, tutti i principali indici azionari americani sono crollati. In particolare, dopo aver perso giovedì 3 settembre l’S&P il 3,51%, il Dow Jones il 2,78% e il Nasdaq del 4,96%, nella seduta di venerdì 4 settembre sono proseguite le vendite con il Dow Jones che è sceso dello 0,56%, l’S&P 500 che ha perso lo 0,8% e il Nasdaq che è calato di oltre l’1,2% (dopo essere arrivato a perdere il 4% a inizio giornata)

Gli investitori ora si interrogano, senza scomodare la bolla dotcom, se le performance monstre registrate dai titoli tech siano state il riflesso di un’eccessiva euforia del mercato per un futuro che a ogni modo sarà digitalmente connesso.

Azioni tech a picco

Se le azioni tecnologiche avevano in questi mesi beneficiato della crescente domanda dei consumatori, al contempo avevano sollevato dubbi sulla sostenibilità di un rally così veloce e persistente. La giornata di giovedì 3 settembre è stata chiarificatrice in questo senso.
Le Big five, le cinque società americane a maggior capitalizzazione, che complessivamente valgono 3 trilioni di dollari, si sono tutte tinte di rosso. Microsoft ha terminato in ribasso del 6,19%, Alphabet del 5,12%, Amazon del 4,63% e Facebook del 3,76%. Il calo più sensibile è stato delle azioni Apple che hanno perso in un solo giorno l’8%. Per l’azienda di Cupertino si stima una perdita in termini di capitalizzazione quantificabile in 150 miliardi.

Le superstar di questi mesi, Zoom e Teslai cui Ytd erano rispettivamente del 573% e 468%, hanno sofferto ancor di più. L’azienda produttrice di software per le videochiamate ha segnato un crollo di quasi 10 punti percentuali. Tesla invece, alla terza seduta negativa consecutiva dopo che il principale azionista esterno, il gestore di fondi britannico Baillie Gifford, ha annunciato di aver ridotto la propria partecipazione da oltre il 6% a giugno al 4,25% a fine agosto, ha messo a segno un altro tonfo di quasi due cifre.

Una correzione del comparto tecnologico era comunque attesa dagli investitori, preoccupati da una parte da una possibile ondata epidemica e dall’altra da un mercato che sta tornando ad essere instabile. Il Vix index, che misura la volatilità implicita sullo S&P 500 e definito come l’indicatore della paura, è difatti tornare a crescere nell’ultima settimana, superando i 30 punti per la prima volta da metà luglio.

Le scommesse dei manager

I primi a capire che i prezzi non rispecchiavano i fondamentali sono stati i grandi manager, i quali hanno scommesso al ribasso sulle società tech e non solo. Stando all’analisi del Financial Times uno smobilizzo così massiccio da parte dei top manager non avveniva dal novembre 2015.  In particolare, Steven Rales e suo fratello Mitchel, fondatori del conglomerato industriale Danaher, hanno scaricato azioni di Fortive Group per circa un miliardo di dollari. Leslie Waxner, fondatore di L. Brands, gruppo che possiede tra le altre Victoria Secreet, ha venduto azioni della società per 89 milioni di dollari. Infine, l’hedge fund Trian Partners ha ridotto l’esposizione verso Mondelez, Ge e Procter&Gambler. Peter May, Nelson Petz e Ed Garden, rispettivamente rappresentanti delle tre società, sono anche dirigenti dello stesso Trian Partners.

Fine della bolla o correzione?

L’interrogativo che ora si pongono gli investitori è se le performance monstre delle società tech siano state solo frutto di un’euforia irrazionale, per usare un termine caro a Shiller, del mercato. Guardando alla performance da inizio anno, e quindi neanche dai minimi registrati nel 2020, in effetti i numeri sono sbalorditivi.

Top performer al 2 settembre 2020 per YTD degli indici Nasdaq 100 e Nasdaq Composite. Source: Investing.com

Al 2 settembre il Nasdaq Composite ha preso il 28% da inizio anno. Guardando alle 10 aziende che sono andate meglio, tutte hanno registrate un aumento percentuale a tre zeri. Veryfime e Novavax sono andate addirittura oltre al 2000%. Se questi dati possono essere compresi alla luce della bassa capitalizzazione di queste società e del minore prezzo delle azioni, guardare alla cerchia ristretta del Nasdaq 100 non aiuta. Società importanti come Zoom, che non più tardi di un paio di giorni fa ha superato anche Ibm per capitalizzazione di Borsa, e Tesla sono cresciute più del 400%. Quali sono stati dunque i fattori di un tale successo?

Fondamentali forti, tra lockdown e stimoli delle autorità

Secondo Filippo Diodovich, analista finanziario di IG, i prezzi di queste società hanno scontato una situazione epidmica a loro favore dovela domanda dei consumatori per i prodotti tech è aumentata sensibilmente. Altri fattori decisivi sono stati l’enorme immissione di liquidità da parte delle banche centrali e l’aspettativa di nuovi stimoli fiscali da parte dei governi. Facili entusiasmi hanno fatto il resto. Tuttavia, sempre secondo l’analista di Ig, anche se è vero che i prezzi erano dopati, paragoni alla bolla dotcom sono avventati. Difatti le trimestrali hanno evidenziato come il 90% delle aziende abbiano battuto le aspettative. I fondamentali a livello generale dunque rimangono forti, per via di un aumento dei fatturati guidato da una domanda in crescita.

Più Amazon, meno società a bassa capitalizzazione

In questo contesto dove tutti salgono e poi scendono è difficile capire poi le società che alla lunga rimarranno sulla cresta dell’onda. Molti ipotizzano infatti una ripresa a K, dove solo alcune società saliranno mentre le altre continueranno un trend al ribasso. Secondo Diodovich in questa situazione l’analisi dei fondamentali è lo strumento più utile per gli investitori. Non è infatti oro tutto ciò che luccica.

Società come Amazon e Apple sicuramente danno una garanzia in termini di solidità anche per il futuro, alla luce di una realtà industriale forte. Ma anche le performance di NVIDIA o AMD, società operanti nella componentistica per computer, sono giustificate da una domanda in espansione. Situazione più delicata per le società farmaceutiche, come Moderna o Novavax, protagoniste della corsa al vaccino. Se alla fine non taglieranno il traguardo per prime, molto probabilmente il prezzo delle loro azioni crollerà. Tesla poi rimane una scommessa. Da una parte gli investitori danno fiducia al genio di Elon Musk, dall’altra rimane il fatto che la capitalizzazione di Tesla è pari a quella di Toyota. La prima produce 100 mila auto all’anno la seconda 10 milioni. Infine da prestare attenzione alle società a più bassa capitalizzazione. Se sono quelle che nei momenti di rialzo crescono di più, sono anche quelle che subiscono maggiormente i ribassi del mercato.

E ora?

“Crediamo che il settore tech possa ancora tornare a realizzare nuovi movimenti positivi sulla scia delle politiche monetarie e fiscali espansive portate avanti dalla Federal Reserve e dal Congresso. Tuttavia riteniamo che la volatilità nelle prossime settimane nel comparto tecnologico sarà molto elevata, consigliamo, quindi, di essere particolarmente cauti e tenere conto che investimenti nel settore tech soprattutto in società a bassa capitalizzazione comportano elevati rischi” ha concluso Diodovich.

Lorenzo Magnani
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