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I miasmi del protezionismo e lo stato dell'economia

22 Novembre 2018 · Contributor, Fabrizio Galimberti · 5 min

Il protezionismo rischia veramente di far deragliare l’economia mondiale, che sembrava avviata verso una crescita moderata ma salda? I fattori in campo sono molteplici, a cominciare dalla solidità dei livelli di occupazione e dell’economia degli Usa. Ma attenzione alla sopravvalutazione di Wall Street

Il presidente americano Donald Trump non sarebbe d’accordo con la star degli anni Trenta, Mae West, che proclamò come “non si può aver mai abbastanza di una cosa buona”. Se per ‘cosa buona’ intendiamo il libero scambio (Mae West intendeva qualcosaltro, ma supponiamo che fosse il libero scambio: e forse Trump non sarebbe neanche d’accordo su questa definitoria premessa), certamente il Presidente ne ha avuto abbastanza. Ha sturato il vaso del miasma protezionistico e quei mefitici vapori si stanno spandendo nel mondo. Ma il protezionismo rischia veramente di far deragliare una economia mondiale che sembrava avviata verso una crescita moderata ma salda?

I precedenti storici non sono rassicuranti: negli anni in cui Mae West impazzava sugli schermi cinematografici, l’economia occidentale si avvitò in una spirale depressiva, dopo la legge Smoot-Hawley: i forti aumenti dei dazi Usa innescarono una serie di ritorsioni e rappresaglie, con i prevedibili effetti sull’inaridimento degli scambi e dell’attività. Tuttavia, le condizioni di partenza sono molto diverse da allora. Primo, la Smoot-Hawley fu adottata in piena crisi, nel 1930, quando il tasso di disoccupazione era già al 9% (avrebbe raggiunto il 25% qualche anno dopo, anche grazie alla Smoot-Hawley). Oggi (dati di agosto 2018) quel tasso è ai minimi storici in America (3,7%), in Germania (3,4%) e in Giappone (2,4%), e l’eventuale effetto negativo del protezionismo viene a colpire economie che non sono affatto fragili.

Secondo, non molti si rendono conto di quanto è basso il livello medio di partenza dei dazi. Questo livello in America era del 5,7% nel 1996 (dati Wto), del 4,2% nel 2002, del 4% nel 2008, del 3,1% nel 2017 (l’Office of the Us Trade Representative dà un livello ancora inferiore, l’1,7%, probabilmente perché tiene conto – cosa che non fa il Wto – di tutte quelle importazioni, quasi la metà, che entrano esenti da dazi). Si capisce allora come, anche se questi dazi dovessero aumentare significativamente, il loro livello rimarrebbe basso, sia in assoluto che nel confronto storico. Rimane vero, tuttavia, che in quei ‘miasmi’ vi è anche una componente psicologica, che può intaccare quel collante dell’economia – invisibile ma essenziale – che è la fiducia. Ne è prova l’inciampo delle Borse in ottobre. Un inciampo che porta allo stesso tempo una consolazione e un monito.

Cominciamo dal monito. Ai livelli attuali Wall Street è ancora sopravvalutata. Lo dice sia l’indice Shiller del rapporto prezzi/utili calcolato su dieci anni, che è, ai prezzi attuali, molto al di sopra della media storica, sia un rapporto analogo, illustrato nel grafico.

Andamento dei profitti societari e prezzi di Borsa

Il grafico correla, andando indietro nel tempo, l’andamento dei profitti societari e i prezzi di Borsa. I due fatti e i due concetti dovrebbero essere quasi sinonimi, dato che in fondo i prezzi di Borsa non sono altro che una rappresentazione stenografica dei profitti delle imprese, scontati di qui all’eternità. Profitti futuri, è vero, che tuttavia, in un mondo senza palle di cristallo, vengono approssimati da quelli presenti.

I profitti (al netto delle imposte) considerati sono quelli di contabilità nazionale, nella definizione che include anche gli utili fatti all’estero da società americane (ed è da ricordare che questi utili sono una cospicua fetta dei profitti complessivi delle società quotate). I profitti sono rappresentati sia al lordo che al netto di due aggiustamenti necessari per riportare ammortamenti e variazione di scorte dal costo storico al costo di sostituzione. Questi profitti riguardano tutto l’universo societario – imprese quotate e non quotate – mentre i prezzi di Borsa riguardano, per definizione, solo le quotate. Tuttavia, un indice comprensivo come il Wilshire 5000 (che, malgrado il nome, comprende circa 6700 società) può considerarsi rappresentativo dell’universo societario.

Ebbene, se facciamo 100, sia per i profitti (netti di imposta) che per i prezzi di Borsa, il terzo trimestre del 1995 (un anno prima che Alan Greenspan pronunciasse, il 5 dicembre 1996, il famoso discorso sulla “esuberanza irrazionale” della Borsa americana) i livelli delle quotazioni oggi sono nettamente superiori a quanto sarebbe giustificato dall’andamento dei profitti. La consolazione sta nel fatto che, una volta esaurita la correzione, i prezzi di Borsa saranno in linea con i profitti. Questi utili societari, in percentuale del Pil, continuano a essere elevati e riflettono la buona salute dell’economia americana. Insomma, le buone notizie stanno nella parte reale di quell’economia, che è solida, a differenza della parte finanziaria, effervescente e volatile.

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Contributor , Fabrizio Galimberti
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