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Mercati, la primavera del value investing

25 Ottobre 2019 · Maddalena Liccione · 3 min

  • Sono molti i segnali che lasciano intendere che la festa dei titoli growth potrebbe essere finita

  • Siamo di fronte a una fase simile a quella di fine anni ‘90

  • Stessa retorica, stesso boom di Ipo in perdita, stessa euforia di investitori e consulenti e banche che stanno facendo soldi cavalcando la bolla

“Il futuro è nell’e-commerce, le banche non esisteranno più, lavoreremo in uffici targati we-work, e non compreremo più auto perché useremo tutti Uber!”. Questo sente ripetersi spesso Alessandro Guzzini, ceo di FinLabo Sim. Ma ora anche tra le società più blasonate sono sempre più evidenti gli scricchiolii. La svolta da growth a value è vicina

Dodici anni possono sembrare pochi, oppure un’eternità. Era il 2007, e il mantra tra i consulenti e gli investitori istituzionali era quello di acquistare azioni value. Il 40% dei fondi era dichiaratamente value, mentre i titoli growth, che erano stati molto alla moda alla fine degli anni ’90, erano scesi ad appena il 10%. I titoli Tmt erano un ricordo del passato, un brutto ricordo visto che la perdita media di questi titoli era stata ampiamente superiore al 60/70%. I fondi di moda erano i Bric (Brasile, Russia, India e Cina) oppure gli Ice (infrstrutture, energy, commodity).

“Mi ricordo ancora una chiacchierata che feci con un manager di una famosa società di consulenza che mi diceva: Guzzini se fossi in lei metterei tutto su Cina e commodity. Ricetta ottima per vedersi il patrimonio decimato nel successivo decennio”, racconta Alessandro Guzzini, co-fondatore e ceo di FinLabo Sim e professore aggiunto di Finanza presso l’università Politecnica delle Marche.

Trascorsi 12 anni ci troviamo in una situazione radicalmente opposta. “Il value investing sembra ormai dimenticato, così come i Paesi emergenti, le commodity e molti altri segmenti dell’economia che hanno attraversato un decennio perduto. E l’allocazione degli investitori, dopo numerosi anni di sovraperformance è tutta sui growth, magari attraverso un fondo tematico: fondi che investono in e-commerce, in robotica, nei Faang. La retorica che spinge questi prodotti è la stessa che 12 anni fa voleva che si investisse tutto in Cina, o che nel Duemila voleva illuderci che la ricchezza fosse a portata di mano investendo in Tmt”.

Una narrativa convincente

“Guzzini, lei non si rende conto che il futuro è nell’e-commerce, le banche non esisteranno più, lavoreremo in uffici targati we-work e non compreremo più auto perché useremo tutti Uber!”. Questo è quanto il manager sentiva ripertersi spesso. “Facile a dirsi e facile anche convincere le persone di questo, che è poi la modalità tipica con cui si formano le bolle: tutto nasce da una narrativa convincente, che trae origine ovviamente da fenomeni sotto gli occhi di tutti. Gli investitori si accodano alla narrativa e fanno salire i prezzi dei titoli correlati, alimentando quindi una crescita che attira nuovi investitori”.

Fino a quando il giochino non si interrompe. “In genere sono gli investitori più sofisticati a iniziare a prendere profitto, aiutati da alcuni segnali che in genere divengono piuttosto evidenti all’apice di una bolla”, avverte Guzzini. Ad esempio, il fiorire di Ipo di società dei settori caldi; le pubblicità sempre più aggressive che spingono determinati temi; la nascita di prodotti sempre più specializzati nelle mode del momento.

Bolle, bolle e ancora bolle

L’esperto spiega che per chi fa analisi finanziaria poi l’evidenza emerge in modo lampante dall’analisi dei multipli: le società oggetto della bolla assumono valutazioni che appaiono sempre più insostenibili rapportate a grandezze come ricavi e utili (quando ci sono…). “Sempre poi che gli utili e i ricavi siano veri: perché accade spesso che in queste fasi i manager facciano ricorso a tecniche di finanza e contabilità creativa per apparire più attraenti agli investitori. Chiunque ha vissuto il periodo dopo lo scoppio della bolla del Duemila ricorderà facilmente Enron (che scherzosamente gli Americani chiamarono End Run), Worldcom e le tante altre società che molto semplicemente truccarono i bilanci per poter beneficiare dell’entusiasmo degli investitori per i titoli growth: salvo poi finire in bancarotta quando la marea si ritirò e si vide chi nuotava nudo. Ecco la fase che stiamo vivendo ora è del tutto simile a quella di fine anni ‘90: la stessa retorica, lo stesso boom di Ipo in perdita, la stessa euforia di investitori e consulenti e banche che stanno facendo soldi cavalcando la bolla”.

La svolta da growth a value è vicina?

Se però fino a qualche mese fa era difficile dire quando tutto ciò sarebbe terminato, mi pare che ora stiamo vedendo molti segni che lasciano intendere che la festa potrebbe essere già finita. Basta osservare il fiasco di molte Ipo degli ultimi mesi: titoli come Uber, Lyft, andati in Borsa con i migliori auspici e che segnano già perdite del 30/40%. O addirittura società come WeWork che in borsa non ci sono andate per nulla e che rischiano ora addirittura la bancarotta. O i casi di contabilità creativa che sono emersi anche sul nostro mercato e che hanno determinato un crollo del 90% in quello che era fino all’anno scorso uno dei pochi unicorni italiani!

Ma anche tra le società più blasonate sono sempre più evidenti gli scricchiolii. Le dinamiche anche economiche sono sempre le stesse: la bolla finanziaria provoca una bolla di investimenti nei settori caldi, e alla fine le società di questi settori si trovano a fronteggiare un eccesso di offerta che si traduce in un’inversione del trend di crescita di ricavi e margini. Ed è così che dopo una sovraperformance eccezionale dei primi 6-7 mesi del 2019 i growth hanno iniziato a perdere forza. Riteniamo che quanto visto sinora sia davvero solo l’inizio, il primo inning come direbbero gli appassionati di baseball.

Come navigare quindi in uno scenario del genere?

La risposta a nostro avviso è piuttosto semplice, ed è quello di ritornare al value investing, ovvero alla disciplina di investimento nata negli anni ‘30 dagli studi di Benjamin Graham e che da quasi un secolo ormai è stata la bussola di alcuni tra i più grandi investitori”. Le regole sono piuttosto semplici: acquistare titoli di società che possano offrire un ottimo rendimento sulla base degli utili e dei flussi di cassa che stanno realizzando e che si può prevedere possano realizzare in un orizzonte prevedibile. “E la cosa bella di questo momento è che mentre alcuni segmenti del mercato azionario sono in un evidentissimo stato di bolla, vi è una discreta quantità di titoli e settori che quotano ai multipli più bassi dal 2009. Si tratta in molti casi di società cicliche, o di settori che sono visti a bassa crescita; o di titoli che quotano o sono legati alle dinamiche dei paesi emergenti. Sono titoli magari poco “sexy”, ma che offrono dividendi sostenibili del 5-6% e in alcuni casi anche del 7-8-9%.

Finita la festa dei growth, sembra infine arrivata la primavera del value investing.

Maddalena Liccione
Maddalena Liccione
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