PREVIOUS ARTICLENEXT ARTICLE

L’Italia cede alla Patria Blu di Erdogan

L’Italia cede alla Patria Blu di Erdogan

Salva
Salva
Condividi
Alberto Negri
Alberto Negri

16 Settembre 2020
Tempo di lettura: 5 min
Tempo di lettura: 5 min
Salva
  • L’accordo tra la Turchia e il governo libico di Tripoli, guidato da Al Sarraj, ridimensiona ulteriormente il ruolo e la rilevanza dell’Italia nella regione

  • La Russia, che fornisce il 50% del gas alla Turchia, vede sfiorire progetti concorrenziali come il gasdotto EastMed e può festeggiare

  • Il memorandum commerciale tra la Turchia e Tripoli, accanto alle basi militari libiche ottenute dai turchi, lega Serraj mani e piedi al suo protettore. All’Italia restano gli interessi dell’Eni, il gasdotto Greenstream con la Sicilia e il bruciante capitolo dei profughi

La Turchia di Erdogan vuole rimettere in discussione le zone di sovranità marittima nel Mediterraneo. Così Roma si prepara a contare sempre meno nella sua ex colonia. E in tutta la regione

La Patria Blu”, il Mediterraneo che ci interessa direttamente, è finito sotto il controllo della Turchia di Erdogan. A fine agosto l’Italia ha perso ufficialmente la Libia, già disintegrata dall’intervento militare di Francia, Stati Uniti e Gran Bretagna nel 2011 che pose fine, con la nostra complicità passiva e attiva, al regime di Gheddafi, il nostro maggiore alleato nel Mediterraneo.

Il governo libico di Tripoli, quello per intenderci di Al Sarraj, ha concesso per 99 anni alla Turchia il porto di Misurata: potranno andare e venire con le loro navi da guerra e commerciali, contando su un approdo strategico, dove teniamo anche un ospedale militare da campo con 350 soldati, che ci prepariamo a trasferire o a smobilitare. Ai turchi è stata assegnata anche la base aerea di Al Watiya dove secondo il rivale di Tripoli, il generale Khalifa Haftar, Ankara ha già spostato 50 caccia da combattimento. L’accordo è stato firmato alla presenza del ministro della Difesa turco e di quello del Qatar, una chiara indicazione che la Libia occidentale, quella con la maggiore presenza economica ed energetica italiana, finirà nelle mani dei militari turchi e in quelle finanziarie di Doha.

Insomma l’Italia si prepara a contare sempre di meno nella sua ex colonia anche se la pillola è stata indorata da un accordo con Erdogan che darebbe il via libera alle navi dell’Eni per trivellare il gas nel Mediterraneo orientale, lì dove due anni fa una imbarcazione italiana fu cacciata dalla marina turca. Il condizionale è d’obbligo perché il “raiss” turco, una sorta di Sultano atlantico – visto che il Paese è membro della Nato – molto spesso non rispetta i patti e ha dimostrato più volte di non tenere in nessun conto il diritto internazionale. Nel Mediterraneo orientale è in corso un conflitto che fa ancora più a pezzi l’atlante del disordine Nato: ne è stata una prova qualche settimana fa il confronto diretto tra una fregata turca e una greca a est di Rodi. L’espansione di Erdogan nel Mediterraneo, dall’Egeo a Sirte, ma anche oltre Suez, in Mar Rosso (Somalia) e nel Golfo (Qatar), ha un nome: Mavi Vatan, la “Patria Blu”, così viene chiamata dagli strateghi dell’ammiragliato turco.
Nel concreto significa che le navi da guerra turche stanno accompagnando quelle per l’esplorazione delle risorse energetiche offshore nell’Egeo, da Cipro fino a Kastellorizo, mentre sull’altro fronte si muovono la marina greca, quella francese e si alzano in volo i droni di Israele, con l’Egitto in allerta per difendere gli accordi recenti con Atene. Intese che – come quella stipulata il 6 agosto tra Atene e il Cairo per una zona economica esclusiva tra i due Paesi – fanno da contraltare a quelle stipulate da Erdogan con la Tripolitania di Sarraj, occupata dalle truppe e dai jihadisti di Ankara in guerra contro il generale Haftar, l’Egitto, gli Emirati, la Russia e la Francia.

Il memorandum commerciale tra la Turchia e Tripoli, accanto alle basi militari libiche ottenute dai turchi, ormai lega Serraj mani e piedi al suo protettore. All’Italia restano gli interessi dell’Eni, il gasdotto Greenstream con la Sicilia e il bruciante capitolo dei profughi che gestiamo in condominio con la Turchia, il guardiano pagato dall’Unione europea di tre milioni di rifugiati siriani, che all’inizio dell’anno ha tentato di destabilizzare la Grecia inondandola di profughi e schierando le forze speciali ai confini. A noi il compito umanitario di salvare la gente in mare e quello di smontare i lager dei rifugiati in Libia, a Erdogan di aprire o chiudere le valvole della “Quarta sponda”, in circostanze per niente chiarite dall’ultima telefonata tra Conte e il presidente turco.

I confini marittimi del Mediterraneo, dove aleggia insistente l’eco dell’esplosione del Libano, sono ribollenti. Coinvolti ci sono Paesi dell’Alleanza Atlantica con la Francia e la Turchia, su fronti contrapposti in Libia, l’Italia stessa – con gli interessi dell’Eni in Libia, in Egitto e nell’Egeo – la Grecia, sempre ai ferri corti con Ankara, questa volta appoggiata anche da Israele oltre che dall’Unione europea, con gli Usa in posizione quanto meno ambigua: tra la Turchia e la Grecia a Washington non hanno ancora deciso con chi stare, come del resto in Libia.

Più chiara la posizione di Washington in Siria, Iraq e Libano. Nel Nord della Siria gli Usa hanno lasciato che il Sultano “atlantico” massacrasse i curdi e si insediasse in Iraq per tenere a bada il Pkk, in Libano gli americani con Israele hanno deciso di mettere i bastoni tra le ruote alla missione Unifil se non verrà disarmato o neutralizzato Hezbollah, la vera posta in gioco della crisi libanese. Nel cortile di casa gli Usa lasciano a Erdogan mano libera ma forse lo stesso “raiss” non ha ancora del tutto deciso, tenendo il piede in due scarpe, se gli conviene stare più dalla parte americana o da quella della Russia di Putin, con il quale ritiene più facile arrivare a un accordo dopo avere acquistato – unico Paese Nato – gli armamenti anti-missile di Mosca.

Quali sono gli interessi in gioco della Patria Blu? L’idea di fondo elaborata dall’ammiragliato turco è quella di rimettere in discussione le zone di sovranità marittima nel Mediterraneo, obiettivo cui corrispondono perfettamente gli accordi stipulati con Tripoli. Si tratta, nell’ottica di Ankara, di ridisegnare le aree di giurisdizione marittima turca sotto la sovranità nazionale di quella Turchia nata cento anni fa, nel 1920, prima con il Trattato di Sanremo e poi con quello di Sévres.

La Turchia intende smontare le “zone economiche esclusive” della Grecia e di Cipro ellenica, quelle dove esplorano il gas le trivelle offshore di compagnie come Total, Eni, Exxon. Contesta le mappe europee e il diritto delle isole a contatto con la Turchia di avere zone economiche esclusive e allo stesso tempo insiste che la sua piattaforma continentale arrivi fino all’Egitto e alla Libia. Quindi i turchi accompagnano le loro operazioni con la marina da guerra: è la diplomazia delle cannoniere.

Ma dal punto di vista economico la posta è così alta? Senza dubbio per Egitto, Israele, Cipro e Libano. Ma il famoso gasdotto EastMed, che doveva portare le risorse di gas dell’Egitto e del Levante fino all’Europa, sembra ormai saltato, almeno secondo l’Eni: troppo costoso e complicato politicamente. L’escalation di Erdogan nell’Egeo sta in pratica dimezzando il potenziale di questo bacino offshore.

Se la ride la Russia che fornisce il 50% del gas alla Turchia, vede sfiorire progetti concorrenziali come il gasdotto EastMed e la Nato sempre più a pezzi mentre gli Usa probabilmente sono meno disposti a battersi per i diritti della Grecia o di Cipro e maggiormente inclini a lisciare il pelo a Erdogan, padrone di una parte della Libia e attore ineludibile in Siria per tenere sotto pressione Putin. E così nella nuova Patria Blu della Turchia sprofondano i progetti di cooperazione e affiorano vecchi e nuovi conflitti.

(Articolo tratto dal magazine We Wealth, numero di settembre 2020)

Alberto Negri
Alberto Negri
È stato inviato speciale e corrispondente di guerra del Sole 24 Ore negli ultimi 30 anni per le zone Medio Oriente, Africa, Asia Centrale e i Balcani. Nel 2009 ha vinto il premio giornalistico Maria Grazia Cutuli, nel 2015 il premio Colombe per la pace. nel 2016 il premio Guidarello Guidarelli e nel 2017 il premio Capalbio saggistica per il libro "Il Musulmano Errante". Oggi è Senior Advisor dell’ISPI, Istituto degli Studi di Politica Internazionale.
Il presente articolo costituisce e riflette un’opinione e una valutazione personale esclusiva del suo Autore; esso non sostituisce e non si può ritenere equiparabile in alcun modo a una consulenza professionale sul tema oggetto dell'articolo.

WeWealth esercita sugli articoli presenti sul Sito un controllo esclusivamente formale; pertanto, WeWealth non garantisce in alcun modo la loro veridicità e/o accuratezza, e non potrà in alcun modo essere ritenuta responsabile delle opinioni e/o dei contenuti espressi negli articoli dagli Autori e/o delle conseguenze che potrebbero derivare dall’osservare le indicazioni ivi rappresentate.
Condividi l'articolo
LEGGI ALTRI ARTICOLI SU:Outlook e Previsioni