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L’insostenibile solitudine dell'Europa

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Alberto Negri
Alberto Negri

15 Gennaio 2020
Tempo di lettura: 3 min
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A 30 anni dalla caduta del muro di Berlino la protezione degli Stati Uniti è venuta meno. Il disimpegno dell’America chiama il vecchio continente ad assumersi maggiori responsabilità, soprattutto in Medio Oriente. Dove ora Trump ha aperto un nuovo fronte. Ma l’Ue arriva a questo appuntamento più debole e divisa

Per i nostri vicini di casa, e anche per noi, il 2020 non sarà meno agitato di quello appena trascorso. Dalla Turchia alla Siria, da Cipro al Libano alla Palestina, dalla Libia all’Algeria fino all’Iran – dove Trump ha aperto un nuovo fronte, dopo l’uccisione del generale Soleimani – il Mediterraneo è costellato da guerre, crisi politiche e conflitti internazionali.

Quasi un decennio è passato dalle rivolte arabe del 2011 e i popoli della regione non hanno trovato né pace, né sviluppo, né giustizia. L’era dei Raìs è tramontata sollevando grandi speranze che sono andate in gran parte deluse. E dove si parla di stabilità, come nell’ Egitto di Al Sisi, questa è stata ottenuta a duro prezzo e senza nessuna vera democrazia.
Lo dimostra anche il caso di Giulio Regeni che – secondo molti osservatori – sarebbe stato ucciso dalle forze di sicurezza egiziane. Eppure il regime del Cairo non soltanto non ha trovato i colpevoli, ma neppure ha imbastito un processo degno di questo nome. È importante sottolineare che dall’Unione europea per il caso Regeni è venuta soltanto una solidarietà di facciata, non si è mosso niente di concreto. Un altro test fallito per la politica del distacco dei membri dell’Est, come Polonia e Ungheria, dai principi base dell’Ue, ma anche all’esterno si dimostra incapace di fare fronte comune.

L’Europa è sempre più sola e frammentata. Il suo più importante alleato – gli Stati Uniti – sul finire dell’anno ha imposto persino sanzioni alle società che lavorano per il North Stream 2, il gasdotto dalla Russia alla Germania che, passando sotto il Baltico, aggira i Paesi di Visegard (Repubblica Ceca, Slovacchia, Polonia, Ungheria), gli stati baltici e l’Ucraina. Le sanzioni Usa sono arrivate proprio mentre Mosca raggiungeva un accordo con Kiev per le forniture di gas all’Ucraina e alla Ue, un passo certamente positivo per la distensione nell’Est Europa.
Agli Usa però non va bene: gli Stati Uniti intendono controllare le vie dell’energia e soprattutto vendere agli europei il loro “shale gas” (ottenuto da argille e più caro), con la scusa di diminuire la dipendenza europea da Mosca. Trump si vuole disimpegnare dall’Europa e dal Medio Oriente, ma non intende rinunciare ai mercati dell’energia, degli armamenti e a gestire, a colpi di dazi e sanzioni, i flussi commerciali in funzione anti-russa e anti-cinese. Anche Brexit in questo senso gli dà una mano, indebolendo un concorrente come l’Unione europea.
L’Europa è sempre più sola anche perché la Nato è ormai soltanto un patto virtuale. Come ha dimostrato l’ultimo vertice di Londra, l’Alleanza è stata affossata dalla Turchia e dagli stessi Stati Uniti. Quando nell’ottobre scorso il presidente americano Trump ha ritirato le truppe dal Nord della Siria e dato via libera a Erdogan per il massacro dei curdi siriani, i nostri maggiori alleati contro l’Isis, l’Occidente ha alzato le braccia rinunciando a ogni principio politico e morale.

Trump ha preso questa decisione senza consultare nessuno degli alleati della Nato, concedendo a un altro Paese membro dell’Alleanza come la Turchia di uccidere i curdi che lo stesso Occidente aveva esaltato come combattenti per la libertà. Le conseguenze sono state pesanti e saranno ancora più gravi in futuro.
Non solo. Il posto degli Usa nel Nord della Siria è stato preso dalla Russia di Putin e dalla Siria di Assad. Non lamentiamoci però se i massacri siriani continueranno: questa situazione è stata voluta proprio dagli Usa in base al principio che secondo Trump “queste non sono le guerre degli Stati Uniti”. Al contrario, queste sono state guerre volute proprio dagli americani, dalla guerra in Iraq del 2003 che ha gettato l’intera regione nel caos a quella di Libia, dove gli Usa hanno voluto abbattere Gheddafi, insieme a Francia e Gran Bretagna, senza aver preparato soluzioni di ricambio. Le conseguenze dell’abbandono dei curdi da parte di Trump si sono avute subito. La Turchia di Erdogan è scesa in campo militarmente per difendere il governo di Al Sarraj a Tripoli e negozia il futuro della Libia direttamente con Putin, che appoggia il generale Haftar insieme a Egitto, Emirati arabi, Arabia Saudita. Troppo tardi la nostra diplomazia si sta riposizionando per salvare i nostri interessi economici e ed energetici in Libia.

Ma non basta. La Turchia, unico paese nella storia della Nato ad acquistare armi dalla Russia, sta creando enormi problemi anche a Cipro greca dove vuole sfruttare le risorse di gas contro ogni regola e per questo ha spinto la Libia di Tripoli, ormai nelle mani di Erdogan per la sua sopravvivenza, a firmare persino un trattato. Anche qui il presidente turco minaccia gli interessi europei, quelli italiani e francesi in particolare.
In poche parole gli Usa di Trump hanno dato una mazzata alla Nato e legittimato le azioni criminali di Erdogan contro i curdi e le sue violazioni della legalità internazionale. Se l’Europa vuole continuare a esistere dovrà anche prendersi le sue responsabilità: l’ombrello americano non c’è più e si compie a 30 anni dalla caduta del Muro di Berlino e dalla fine della guerra fredda un percorso forse ineluttabile. Dopo 70 anni di pace presunta – se si trascura il decennio delle guerre in Jugoslavia – l’Europa arriva all’appuntamento con il destino più debole e divisa.

Alberto Negri
Alberto Negri
È stato inviato speciale e corrispondente di guerra del Sole 24 Ore negli ultimi 30 anni per le zone Medio Oriente, Africa, Asia Centrale e i Balcani. Nel 2009 ha vinto il premio giornalistico Maria Grazia Cutuli, nel 2015 il premio Colombe per la pace. nel 2016 il premio Guidarello Guidarelli e nel 2017 il premio Capalbio saggistica per il libro "Il Musulmano Errante". Oggi è Senior Advisor dell’ISPI, Istituto degli Studi di Politica Internazionale.
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