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Leveraged loans, i regulator lanciano l'allarme

09 Novembre 2018 · Riccardo Sabbatini · 3 min

“Quando molti regulator dei mercati finanziari iniziano a preoccuparsi intorno a qualcosa in modo così unanime vale la pena di iniziarsene a preoccupare”. Il pensiero di Guy Lebas, di Janney Montomery Scott, si unisce ai segnali di allarme lanciati dai regolatori sul mercato dei leveraged loans

L’ultimo allarme sui leveraged loans è stato lanciato, il 26 ottobre scorso, dall’ex presidente della Fed statunitense Janet Yellen. “Sono preoccupata dei rischi sistemici associati a questi prestiti – ha sottolineato in un’intervista a Financial Times – vi è stato un forte deterioramento negli standard. Se avremo una crisi dell’economia un mucchio di aziende andrà in bancarotta a causa di questi prestiti”. E poiché le banche impacchettano i loans e li cedono ad altri intermediari “questi possono creare rischi all’intero sistema finanziario”.

Lo stesso pericolo era stato adombrato, già nel maggio di quest’anno, nel Financial Stability review della Banca centrale europea. “Si possono generare rischi di stabilità finanziaria” – affermava quel report – in un mercato che è divenuto oltre cinque volte più grande di quello degli high yield bond. Nelle scorse settimane la Banca d’Inghilterra è giunta a paragonare i leveraged loans ai prestiti subprime che nel 2007 innescarono la crisi dei mercati finanziari internazionali e la Banca dei regolamenti internazionali, nel sottolineare il boom di quel mercato, ha messo in evidenza il deterioramento nella qualità del credito ed i rischi finanziari conseguenti. Insomma, un coro.

Nell’occhio del ciclone è finito il mercato dei prestiti levereggiati (leveraged loans) che negli ultimi anni è fortemente cresciuto in tutto il mondo. In Usa l’ammontare di quei finanziamenti ha raggiunto nel settembre scorso i 1.100 miliardi di dollari, secondo la stima di S&P Global Market Intelligence. E, aggiungendo anche i loans europei, la dimensione totale di quell’aggregato vale la rispettabile cifra di 1.300 miliardi di dollari. Sono chiamati leveraged loans quei prestiti contratti da aziende significativamente indebitate. Quelle che, nel gergo tecnico hanno una forte leva finanziaria, tra 2 ed 8 volte il loro Ebidta.

Per questa caratteristica sono imprese con rating normalmente inferiore all’investment grade e tutto questo ha un’altra conseguenza, anzi due. Per trovare finanziatori disposti ad accettare quel rischio i prestiti pagano un interesse più elevato rispetto ad una grande corporation con elevato rating. Ma proprio le elevate cedole – è la seconda conseguenza – accendono anche l’interesse degli investitori con un elevato “appetito al rischio”. I leveraged loans pagano interessi a tasso variabile (normalmente in punti base sull’euribor), pertanto chi li acquista non sopporta un rischio di tasso ma unicamente un rischio di controparte, cioè l’ipotesi che il debito non venga rimborsato alla scadenza.

Le cedole a tasso variabile hanno ulteriormente acceso l’interesse degli investitori in un momento in cui la politica monetaria sta cambiando direzione di marcia e gli investitori vogliono mettersi al riparo dalle conseguenze di un incremento dei tassi d’interesse. Va subito detto che quei loans non sono lo strumento del demonio. Rappresentano uno dei principali motori dell’industria del private equity poiché spesso sono messi al servizio delle operazioni di leveraged buy out montate quando un venture capitalist acquisisce il controllo di un’impresa per ristrutturarla e riportarla sul mercato con una veste nuova. Negli ultimi anni hanno pertanto rappresentato anche un fattore importante di innovazione nella finanza e nell’economia reale dei paesi più sviluppati.

Il fatto è che nel tempo – segnalano i critici – le garanzie (collateral) associate ai prestiti sono andate incontro ad un processo di deterioramento. Almeno è questo il giudizio espresso in un recente report dall’agenzia di rating Moody’s. Lo scadimento dei collateral non incide sulla possibilità di default delle aziende che si sono finanziate con quei prestiti ma senz’altro, in caso di fallimento, comporterebbe rischi maggiori per coloro che hanno rilevato i loans. Non tutti la pensano allo stesso modo. Ad esempio Credit Suisse, grande player nel mercato leveraged loans, all’inizio di ottobre ha giudicato le preoccupazioni esagerate. “Ma quando molti regulator dei mercati finanziari iniziano a preoccuparsi intorno a qualcosa in modo così unanime – gli ha indirettamente risposto in questi giorni Guy Lebas, di Janney Montomery Scott – vale la pena di iniziarsene a preoccupare”.

Riccardo Sabbatini
Riccardo Sabbatini
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