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Lehman Brothers, la decade dopo la decadenza

15 Settembre 2018 · Teresa Scarale · 7 min

  • C’era una volta… E oggi non c’è più

  • Un mondo distante anni luce. Forse

  • Cosa è cambiato veramente? Succederà ancora, come proteggere il risparmio?

  • L’opinione di alcuni asset manager

Forse la vera fine del Millennio è stata nel 2008. Quelle che erano le contraddizioni finanziarie del “secolo breve” sono in realtà esplose dieci anni fa, lasciandosi dietro un mondo finanziario da rifondare. E nel frattempo, è arrivato il fintech

L'epopea dei fratelli Lehman all'asta da Christie's

Lehman chi?

Alcuni giorni, alcuni mesi, alcuni anni concentrano in sé date canzonatoriamente simboliche. Il 1883, per esempio. Anno di morte e di nascita rispettivamente di Karl Marx e di John Maynard Keynes (e di Joseph Schumpter, padre della idolatrata creative distruction, nato anch’egli nel 1883). E se ne potrebbero citare innumerevoli altre. Settembre, per gli Usa e di riflesso per gli equilibri economico politici mondiali, è un mese funesto. Non solo per la fatidica data dell’11, ma anche per il 15, giorno in cui esattamente dieci anni fa, nel 2008, la mitologica Lehman Brothers (quarta banca d’affari degli Usa) dichiarò fallimento, non sopravvivendo alle spire del tornado della crisi finanziaria scatenata dal crack del mercato dei mutui.

La cinica ironia della sorte volle che solo tre giorni prima (era il 12 settembre 2008) lo scrittore David Foster Wallace spegnesse il suo talento visionario con una corda penzolante dal soffitto. Infinite Jest, il suo capolavoro fiume, cesella la schizofrenia del capitalismo.

Un po’ di storia

Le origini

L’epicentro fu il mercato immobiliare degli Usa, ma presto spuntarono nuovi focolai in Gran Bretagna, Spagna e Irlanda. Il problema era lo stesso ovunque: le famiglie prendevano a prestito più di quanto non potessero permettersi. Dal canto loro le banche continuavano a dar via mutui a tassi sempre più bassi. In questo contesto i loro clienti erano incentivati ad acquistare case sempre più grandi. I prezzi degli immobili e di conseguenza il valore delle case continuavano a salire, a garanzia dei debiti contratti per acquistarle. Ma come sempre accade, ad un certo punto il mercato fu davvero saturo, e quei prezzi cominciarono ad assestarsi, e poi a scendere. E con essi il valore delle case acquistate contraendo debiti (garantiti dal valore stesso delle case). Ca va san dire, l’ammontare di questi ultimi però era rimasto uguale…

I subprime

Il mercato dei mutui subprime Usa non rappresentava più del 10% del mercato di tutti i mutui americani (dati forniti da Susan Lund, economista e partner di McKinsey Washington). I subprime come noto erano quei mutui che per le garanzie prestate dal prenditore sarebbero stati ripagati… Forse. Di questi finanziamenti le banche fecero un calderone e poi ampolle, le famigerate asset backed securities (titoli garantiti da attività, proprio le case acquistate ecc…), i quali vennero poi nuovamente elaborati in scissione ed aggregazione dalle banche, Lehman in primis. Le quali mettevano in piedi così un’architettura di strumenti finanziari da mila miliardi di dollari collegati ai mutui.

Il panico

Quando alcune famiglie iniziarono a non essere più in grado di onorare puntualmente le rate del mutuo, fra gli operatori finanziari iniziò a serpeggiare il panico. Il contagio globale e sistematico però, non fu chiaro se non al momento della sua manifestazione, ovvero lo scoppio della crisi. Intanto, la stragrande maggioranza dei titoli derivati collegati ai subprime, si era polarizzata in due banche soprattutto: Bear Stearns e Lehman Brothers, i cui bilanci erano gonfiati da questi titoli.

Cosa c’era di diverso rispetto alle altre crisi?

A livello micro

Tutto era iniziato con una comune bolla immobiliare. Ciò che nel frattempo era intervenuto era una sostanziale innovazione degli strumenti finanziari, non ancora regolamentati. In più, non c’era abbastanza capitale vero nei bilanci.

A livello macro

I risparmi degli Stati Uniti si andavano assottigliando sempre di più, a dispetto degli ingenti investimenti immobiliari. Altri paesi, come la Cina ed altre nazioni asiatiche invece, avevano tassi di risparmio altissimi. Questo surplus di risparmio globale veniva riversato in stati spendaccioni come gli Usa, acquisendone il debito sovrano tramite treasury bond (i titoli di stato americani). Questo afflusso di denaro aveva l’effetto di tenere bassi i tassi di interesse statunitensi. In tal modo i capitali esteri contribuirono, seppur indirettamente allo scoppio della bolla immobiliare del mercato a stelle e strisce.

Lehman Trilogy, opera teatrale di Stefano Massini. Debutta al Piccolo Teatro di Milano nel gennaio 2015, ultimo progetto del regista Luca Ronconi (il primo debutto era stato a Saint-Étienne, nell'autunno 2013)

Take it quantitative easy, baby

Da allora, il mondo dell’asset management non è più stato lo stesso, con le banche centrali tornate saldamente al timone delle correnti della finanza. Le detentrici della politica monetaria intervennero riducendo i tassi di interesse a livelli ritenuti impensabili fino a pochissimo tempo prima. La modalità di intervento, l’acquisto di grandi quantitativi di attivi finanziari a fronte di sostanziose immissioni di liquidità sui mercati, prese il nome di quantitative easing. Alleggerimento quantitativo. Da quel momento, come si evince dal grafico cortesemente fornito da Columbia Threadneedle investments, i bilanci delle banche centrali hanno iniziato ad espandersi.

Fonte: Columbia Threadneedle Investments

Ma non sono state solo loro a beneficiarne. Gli indici azionari globali sono cresciuti attestando un valore triplo (rispetto ai minimi della crisi) delle quotazioni azionarie globali. Nello stesso periodo, i rendimenti cumulativi delle obbligazioni globali si sono attestati al 50% circa, e anche gli investitori nel debito high yield hanno più che raddoppiato il capitale investito (dati Columbia Threadneedle Investments).

Succederà di nuovo?

Ok, il sistema finanziario è profondamente cambiato nella decade successiva al collasso della banca di investimento Lehman Brothers. Ma è diventato sicuro o la storia può ripetersi? Dove si nascondono i semi della prossima crisi?

Il pubblico

Al momento, le famiglie di quei paesi (Usa, Irlanda, GB, Spagna) hanno  imparato ad indebitarsi meno. Ciò detto però, l’ammontare del debito globale è cresciuto negli ultimi dieci anni. Al netto di questi distinguo, globalmente il debito delle famiglie è aumentato:

Fonte: McKinsey

Un Paese col debito immobiliare pericolosamente alto è il Canada. Ma anche le famiglie svizzere, sudcoreane, australiane non scherzano.

Oggi, il mondo ha 72 mila miliardi di dollari di debiti, più di quanti ne avesse alla vigilia della crisi, nel 2007. Dieci anni fa il debito era quasi due volte il Pil mondiale, oggi è 2,4 volte il Pil mondiale (dati McKinsey). Il debito pubblico è cresciuto rapidamente nelle economie avanzate (60 mila miliardi di dollari). Le cause stanno nella recessione, che ha diminuito il gettito fiscale, e nei conseguenti ammortizzatori sociali. La dimensione della crescita è lampante:

Fonte: McKinsey

Il privato

Dalle parti delle imprese, il debito aziendale nonfinancial ha raggiunto i 66 mila miliardi di dollari. In questo caso però non si tratta delle economie avanzate, ma di quelle in via di sviluppo (i due terzi, per l’esattezza).

Ma dai, la Cina!

La sorpresa è che l’oculato Dragone contribuisce al debito corporate globale per 15 mila miliardi di dollari. Questa cifra lo rende primo al mondo per percentuale di indebitamento delle imprese private. Subito dopo arrivano Turchia, Cile, Vietnam. Se il debito non è detenuto in valuta forte, la svalutazione delle monete nazionali ne renderà altamente probabile il default.

Gli Usa. All’orizzonte, la bolla degli student loan?

A dieci anni dalla crisi gli Usa non sono del tutto guariti, e molti non sono ancora riusciti a riaversi finanziariamente. Da una ricerca di McKinsey è emerso che molte famiglie americane ancora non riescono a mettere soldi da parte a sufficienza per far fronte ad imprevisti mensili poniamo, di 400 dollari. Un’esposizione pericolosa al momento è quella degli student loan, come aveva già anticipato We Wealth in un’esclusiva intervista a Michele Gesualdi di Kairos. Al momento, il livello di indebitamento ha raggiunto i mille miliardi e mezzo di dollari. Il problema di questa tipologia di debito è che chi la contrae (praticamente ogni studente universitario americano), per ripagarla, ritarda anche di molto l’acquisto di casa e automobile. Come intuibile, l’impatto sulla crescita del Pil è nefasto.

Mentre tutti celebrano la ritrovata stabilità del sistema finanziario, è bene ricordare che le conseguenze della crisi non sono ancora del tutto state superate.

Le banche, oggi

Il mondo bancario nel complesso appare più solido e stabile. I bilanci sono sostenuti da quantitativi di capitale vero, il regolamentatore è intervenuto a più riprese e in profondità. Per le banche Usa ed europee, il Tier1 è passato dal 4% pre crisi dei loro asset al 15% odierno. Qual è, in generale, lo stato di salute degli istituti bancari sopravvissuti?

I numeri oggi, dopo il crack di Lehman

Claudio Torcellan, partner nella practice Corporate & Institutional Banking di Oliver Wyman, fornisce alcuni numeri in proposito.

Ricavi e costi

  • C’è stata una strutturale riduzione dei ricavi, passati da 290 a 240 miliardi di dollari.
  • I ricavi di capital markets sono passati da 220 a 170 miliardi di dollari, ed al loro interno quelli del trading passati da 65 a 15 miliardi di dollari.
  • Allo stesso tempo abbiamo assistito ad una una riduzione dei costi, che sono passati in questi anni da 195 a 150 miliardi di dollari.
  • È quasi raddoppiato il capitale necessario per sostenere il business, con la discesa del Roe da oltre il 20% all’11%. I vincitori in tale nuovo mondo sono le grandi banche universali globali come JPM, la buy side (ovvero gli asset manager), le borse e le infrastrutture di mercato.

Riposizionamenti

  • Da un punto di vista geografico, le banche americane hanno guadagnato importanti quote di mercato in Europa, passando dal 40 al 50%.
  • Tra i dominanti dell’altra era, ossia le banche di investimento con forte componente di capital markets trading, solo quelle che hanno saputo riposizionare il core business lontano dal trading e dal fixed income e riposizionarsi sul wealth management e sul digitale sono riuscite a mantenere le posizioni.

Gli asset manager, oggi

Secondo Investec Asset Management, “l’attuale ciclo economico inizia a sembrare un po’ logoro, l’S&P 500 è a livelli record, le valutazioni sono molto meno attraenti, il quantitative easing inizia a fare retromarcia e c’è minore liquidità disponibile perché le banche centrali sono ancora in un ciclo restrittivo”.

Per questa ragione, la società spiega di posizionarsi in modo più difensivo rispetto agli ultimi cinque anni. In particolre, la loro “allocazione più bassa è sui growth assets, cioè quelli che traggono beneficio da uno scenario economico positivo”.

La fine di un’era

La ferita della crisi post Lehman brucia ancora, ma questo, rispetto al 2008, è tutto un altro mondo. Proprio a fine 2008 nasceva infatti in Giappone l’idea delle criptovalute, e la prima versione del bitcoin vedeva la luce il 3 gennaio 2009. In seguito, è arrivata la tecnofinanza e l’AI applicata alla finanza ha continuato la sua ascesa. La scala e le capacità di investre nel digitale saranno sempre più importanti. Secondo Torcellan infatti, “la crescita [è] ancora debole, [i] margini sono compressi per impatto delle nuove tecnologie” e la volatilità macroeconomica e politica è elevata.

 

David Foster Wallace, Infinite Jest, prima edizione italiana
Teresa Scarale
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