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Le tante pipeline della guerra, dalla Siria all’algoritmo

Le tante pipeline della guerra, dalla Siria all’algoritmo

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Alberto Negri
Alberto Negri

16 Maggio 2018
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La guerra può anche diventare qualche cosa di differente. Combatteremo ancora per le stesse cose, magari aiutati da un algoritmo che un giorno ci sfuggirà di mano controllando le nostre vite

Per che cosa combatteremo domani? Per gli stessi motivi per cui si combatte sin dall’alba dell’umanità: le risorse e la volontà di potenza. Ma si può combattere anche per le vie di comunicazione, in mare, in cielo, in terra e per quelle su Internet. La guerra può essere sanguinosa o silente come una cyber war. E diventare una battaglia per acquisire informazioni sugli esseri umani come dimostra lo scandalo Cambridge Analytica-Facebook.

L’informazione e i dati sulle persone che ci circondano sono una materia prima essenziale per prendere decisioni e per influenzare l’opinione pubblica, come è accaduto con Trump o con la Brexit. E passano attraverso le moderne pipeline, i cavi ottici e i cloud.

L’algoritmo comanda il mondo? Pare di sì e non da oggi, neppure il nome lo abbiamo inventato in questa epoca. Il termine deriva dalla trascrizione latina delmatematico persiano al-Khwarizmi vissuto nel nono secolo, uno dei primi autori ad aver fatto riferimento a questo concetto scrivendo il libro “Regole di ripristino e riduzione”. Ma è qualche cosa che risale alla notte dei tempi, forza motrice dell’uomo già nel Prometeo di Eschilo e che Pitagora razionalizza come il modo di calcolare il futuro. E’ questo il problema che il potere ha posto e pone ai matematici: come prevedere e indirizzare il corso delle cose attraverso i numeri.

Con l’algoritmo si cerca di prevedere la merce sociale più pregiata: il consenso. Ma il conflitto può anche diventare qualche cosa di differente, di più “primitivo”, che stiamo cominciando a sperimentare con le ondate migratorie: stanno arrivando dall’Africa i primi profughi “climatici”, quelli che fuggono da zone aride dove la siccità e la mancanza di acqua imperversano da anni.

Si combatterà perché siamo troppi, perché non abbiamo ancora trovato il modo da dare da mangiare e da vivere a tutti. I cinesi, oltre un miliardo e mezzo, lo sanno perfettamente ed è per questo che stanno acquistando la terra africana e anche in Europa o in Sudamerica.

Negli anni passati si è discusso molto delle guerre del petrolio, forse anche un po’ a sproposito o in maniera imprecisa. Per esempio nel 2003 si disse che la guerra in Iraq aveva come motivazioni le enormi riserve petrolifere irachene, che qualcuno stimava superiori a quelle saudite.
Lo stesso più o meno riguarda oggi anche l’Iran, nonostante l’accordo sul nucleare firmato nel 2015 e che Trump vorrebbe cancellare. Si possono fare affari con Teheran ma il Tesoro Usa continua a sanzionare le banche occidentali che erogano crediti all’Iran. Le stesse risorse petrolifere e del gas iraniane (le seconde al mondo dopo quelle della Russia) sono sfruttate in maniera limitata perché gli iraniani non possono contare sulla piena partecipazione delle compagnie occidentali.

L’Iran condivide con il Qatar i giacimenti offshore di South Pars e questo è stato uno dei motivi – insieme all’appoggio di Doha ai Fratelli Musulmani – dell’assedio imposto dall’Arabia Saudita all’emirato della famiglia Al Thani che con un fondo sovrano da 350 miliardi di dollari è anche uno dei maggiori investitori esteri in Italia.

In realtà allora gli Stati Uniti per fare la guerra all’Iraq, il disastro che ha dato il via alla disgregazione del Medio Oriente, dovettero fabbricare prove false sulle armi di distruzione di massa del dittatore iracheno. Gas e petrolio sono da sempre al cuore della questione mediorientale: nelle vene di questa regione strategica per gli equilibri mondiali scorrono tutte le peggiori ragioni per fare una guerra e magari anche le migliori per fare la pace. Si tratta, in fondo, soltanto di scegliere e di conoscere la storia. Nel 1947 l’americana Bechtel e la Saudi Aramco decisero di realizzare una pipeline dai pozzi sauditi alle sponde del Mediterraneo. Si trattava della famosa Tapline: nel primo progetto doveva arrivare ad Haifa in Israele ma il piano fu accantonato dopo la dichiarazione di indipendenza dello stato ebraico. Si scelse così un percorso alternativo che passava dalle colline siriane del Golan e dal Libano, fino a Sidone. Il Parlamento siriano però chiese più tempo per esaminare la questione e la risposta fu un colpo di stato condotto dal colonnello Zaim con l’aiuto dell’agente della Cia Stephen Meade che rovesciò un governo democraticamente eletto.

Soltanto quattro anni dopo, nel 1953, un altro colpo di stato anglo-americano detronizzava in Iran il leader Mossadeq che aveva nazionalizzato il petrolio. Robert Kennedy Junior, nipote dell’ex presidente degli Stati Uniti John. F. Kennedy, ha spiegato qualche tempo fa in un articolo per la rivista “Politico” le vere cause della guerra in Siria.

La radice del conflitto nasce secondo Kennedy in gran parte dal rifiuto del presidente siriano Bashar al Assad di consentire il passaggio di un gasdotto dal Qatar verso l’Europa. «La decisione americana di organizzare una campagna contro Assad – afferma Kennedy – non è iniziata a seguito delle proteste pacifiche della primavera araba del 2011, ma nel 2009, quando il Qatar ha offerto di costruire un gasdotto per dieci miliardi di euro che avrebbe dovuto attraversare Arabia Saudita, Giordania, Siria e Turchia».

Si trattava di una sorta di riedizione allargata della Tapline che aveva portato al golpe del colonnello Zaim nel 1949. Questo progetto avrebbe fatto sì che i paesi del Golfo guadagnassero un vantaggio decisivo sui mercati mondiali e avrebbe rafforzato il Qatar, un Paese strettamente alleato di Washington.

Il presidente siriano Assad nel 2009 rifiutò il progetto dicendo che avrebbe interferito con gli interessi del suo alleato russo, il più grande fornitore di gas naturale verso l’Europa.
Ecco un buon motivo per riflettere su qualcuna delle motivazioni dell’intervento di Mosca in Siria e i successivi raid occidentali.

Nel 2010 Assad iniziò a trattare con l’Iran, suo alleato storico, per la costruzione di un altro gasdotto destinato a trasportare il gas iraniano verso il Libano passando dall’Iraq: la repubblica
islamica sarebbe diventata uno dei più grandi fornitori di gas verso l’Europa. Secondo Kennedy, che cita report dell’intelligence cui ha avuto accesso, subito dopo la bocciatura del progetto iniziale, i servizi americani, assieme al Qatar e all’Arabia Saudita, iniziarono a finanziare l’opposizione siriana e a preparare una rivolta per rovesciare il regime.

Difficile dire fino a che punto la versione di Kennedy sia provata.
Un paio di cose però sono sicure. Nel giugno 2011 gli Emirati, a nome dei Paesi del Golfo, offrono ad Assad aiuti equivalenti a tre volte il bilancio statale annuale di Damasco (allora 50 miliardi
di dollari, quindi in totale 150 miliardi) per rompere l’alleanza politica, militare ed economica con Teheran. In cambio, oltre ai soldi, gli arabi del Golfo promettevano che sarebbe finita la
rivolta cominciata a Daraa in marzo e che si era propagata a Damasco e Hama.

Il rifiuto di Assad è seguito da un segnale americano inequivocabile. Il 6 luglio 2011 l’ambasciatore Usa a Damasco Ford si reca da Hama e viene filmato mentre saluta calorosamente i ribelli anti-Assad. Mai si era visto un ambasciatore americano fare un gesto simile in un Paese ostile e soprattutto del Medio Oriente: i ribelli di Hama erano diventati la sua vera scorta.
Il giorno dopo arriva in città anche l’ambasciatore francese.

È così che la legittima protesta popolare contro un regime autocratico e brutale si è trasformata in una guerra per procura con la partecipazione attiva della Turchia, il beneplacito dell’allora
segretario di Stato Usa Hillary Clinton e i finanziamenti dei sauditi e del Qatar.

Uno degli uomini vicini al generale e presidente egiziano Al Sisi diceva che «i soldi dei Paesi del Golfo tengono a galla gli stati poveri ma possono anche affogarli».

E i soldi dei sauditi sono stati preziosi per l’Egitto dopo il golpe contro i FratelliMusulmani. Ma ora i sauditi vorrebbero qualche contropartita emagari spedire i soldati egiziani a combattere in Yemen contro i ribelli sciiti Houthi. Ecco un buon motivo per Al Sisi di sfruttare al meglio il giacimento Eni di Zhor e rendersi più indipendente dai Paesi del Golfo. Ma proprio per le ragioni che sappiamo e i precedenti storici occorre pensarci due volte a definire una qualunque pipeline «un gasdotto della pace», almeno finché siamo in Medio Oriente.

Combatteremo ancora per le stesse cose, magari aiutati da un algoritmo che un giorno ci sfuggirà di mano controllando le nostre vite.

Alberto Negri
Alberto Negri
È stato inviato speciale e corrispondente di guerra del Sole 24 Ore negli ultimi 30 anni per le zone Medio Oriente, Africa, Asia Centrale e i Balcani. Nel 2009 ha vinto il premio giornalistico Maria Grazia Cutuli, nel 2015 il premio Colombe per la pace. nel 2016 il premio Guidarello Guidarelli e nel 2017 il premio Capalbio saggistica per il libro "Il Musulmano Errante". Oggi è Senior Advisor dell’ISPI, Istituto degli Studi di Politica Internazionale.
Il presente articolo costituisce e riflette un’opinione e una valutazione personale esclusiva del suo Autore; esso non sostituisce e non si può ritenere equiparabile in alcun modo a una consulenza professionale sul tema oggetto dell'articolo.

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