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Le regole per dirsi green

Le regole per dirsi green

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Mattiazapparoli
Emanuela Notari

23 Novembre 2020
Tempo di lettura: 3 min
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  • Una definizione univoca di sostenibilità è essenziale per poter distinguere chi integra in modo rigoroso i fattori Esg nell’analisi finanziaria tradizionale da chi li usa come strumento di marketing.

  • Il 48% dei clienti private giudica positivamente gli investimenti responsabili, riconoscendone gli effetti positivi per le future generazioni.

  • È necessario completare la tassonomia allargandola ai fattori che hanno un impatto su società e governo delle imprese

L’Unione Europea ha stabilito un insieme di criteri per definire in modo univoco la sostenibilità ambientale. Il prossimo passo è completare l’esercizio normativo sui fattori sociale e di governance delle imprese

Nel settore dei cosiddetti titoli, fondi o prodotti finanziari sostenibili, Esg (Environment, social, governance) o Sri (socially responsible investing), da tempo si invocava un po’ di ordine. Da quando i mercati hanno iniziato a premiare i player più sostenibili, è iniziata la corsa all’etichetta e molti si sono fregiati del titolo senza che la sostanza sostenesse l’ambizione. Ne è scaturita una nuova espressione, il greenwashing: indica un “lifting verde” su una realtà sostanzialmente cinica e opportunista, che rivendica un impegno a favore della sostenibilità, a soli fini di proposizione commerciale, senza che vi siano azioni concrete in tal senso.

Questo Far West durato troppo a lungo ha inquinato la lettura dei risultati finanziari e forse minato la competitività dei titoli realmente sostenibili, indotto confusione tra gli operatori finanziari e certamente non aiutato gli investitori che vogliono conoscere, accanto ai rischi finanziari, anche quelli extra-finanziari, legati alla tutela dell’ambiente, alla trasparenza della governance e alle tematiche sociali. Così l’Ue ha fatto un primo passo importante: prima di tutto ha definito gli obiettivi di sostenibilità ambientale al 2030 attraverso il passaggio da un’economia lineare – dove il prodotto nasce, viene utilizzato e finisce il proprio ciclo vitale tra i rifiuti non riciclabili – all’economia circolare che mira a conservare, valorizzare e ottimizzare l’uso delle risorse, attraverso
un ciclo di vita perenne: produzione, distribuzione, utilizzo, riciclo, produzione, distribuzione.

In seguito, l’Ue ha battezzato la “Tassonomia”, ovvero l’insieme di criteri ambientali e di regole per definire un titolo, un fondo o un altro prodotto finanziario “sostenibile” sul piano ambientale. We Wealth ha chiesto a Ugo Biggeri – presidente di Etica sgr – di aiutarci a capire come questo primo passo si articola e quali saranno i prossimi. “L’Unione Europea ha agito su alcuni punti sostanziali, facendo di fatto quello che nessun’altra autorità al mondo sta facendo e ponendosi all’avanguardia sul piano della sostenibilità. Data l’emergenza climatica, si è deciso di procedere subito con una prima regolamentazione, la tassonomia, appunto, che si occupa esclusivamente della sostenibilità ambientale, rimandando la regolamentazione della sostenibilità sociale a un passo successivo.
Così il lavoro dell’Unione ha portato all’individuazione di sei criteri, finalmente uguali per tutti, per la misurazione della sostenibilità ambientale di un prodotto finanziario, definendo un principio di fondo interessante: per potersi dire sostenibile deve dimostrare di avere effetto positivo su uno dei sei temi individuati, ma su gli altri deve essere quantomeno neutrale, ovvero non esercitare un impatto negativo. Un altro principio di fondo importante è che, considerando
il momento che viviamo una transizione da un sistema di depauperamento delle risorse a un sistema più sostenibile, l’Unione ha deciso di premiare lo sforzo di chi tende a migliorare, anche in misura marginale, la propria sostenibilità. Se consumo carbon fossile per la mia attività anziché energie verdi non sono un’azienda sostenibile, ma se riduco percentualmente il mio consumo di carbon fossile in favore di scelte più sostenibili, vengo riconosciuto in transizione verso una espressione più sostenibile della mia attività. Certo”, osserva Biggeri, questa parte è quella che più si può prestare ad un uso speculativo.
Non tanto sul lungo periodo, quanto piuttosto nel breve, si possono generare comportamenti opportunistici. Però è una scelta logica, perché incentivante”. Le sei grandi aree di sostenibilità ambientale riconosciute dall’UE sono:
• mitigazione del cambiamento climatico
• adattamento ai cambiamenti climatici
• uso sostenibile e protezione delle risorse idriche e marine
• transizione verso un’economia circolare, la prevenzione e il riciclaggio dei rifiuti
• controllo della prevenzione dell’inquinamento
• protezione di ecosistemi sani
Per potersi definire Sri compliant e sostenibile, dal punto di vista ambientale, quindi, bisogna poter dimostrare un miglioramento del proprio impatto su una di queste aree – espresso con una percentuale – mantenendosi perlomeno neutrale nei confronti delle altre 5.
“Certo, si sarebbe potuto anche lavorare su incentivi e disincentivi fiscali, si sarebbe potuto e forse dovuto rivolgere l’attenzione anche alle imprese oltre che ai prodotti, ma se il rischio era un’impasse politica che non avrebbe partorito nemmeno un topolino, siamo contenti di essere arrivati a questo primo risultato. Il meglio è spesso nemico del buono. Adesso aspettiamo che l’Ue finisca lo stesso lavoro già intrapreso per regolamentare la sostenibilità sociale, che verosimilmente includerà anche i criteri di governance delle imprese. Parliamo di riduzione del gender gap (diversità di genere ndr), di rispetto dei diritti dei lavoratori e di quelli alla salute delle comunità coinvolte dalla produzione, lavorazione e distribuzione dei prodotti. Anche se la stessa sostenibilità ambientale ha riscontri sulle comunità e sulle persone, diciamo che il prossimo passo è concentrarsi più direttamente sul rispetto delle persone: lavoratori, fornitori, consumatori e stakeholder in genere”. Per sostenere e complementare questo sforzo dell’Unione Europea, adesso occorre formare consulenti finanziari e private affinché comprendano la differenza tra questa nuova regolamentazione e la vecchia terra di nessuno, come si valutano i prodotti finanziari sostenibili e come spiegarli alla loro clientela. È per questa ragione che Aipb, l’associazione italiana private banking, ha deciso di offrire una Certificazione Esg, attraverso uno specifico percorso formativo denominato Certificazione Esg. La finanza sostenibile e responsabile per Private”. “Dallo studio che Aipb effettua ogni anno su un campione di 650 clienti private, è emerso che circa metà dei rispondenti, il 48%, giudica positivamente gli investimenti sostenibili e responsabili, riconoscendone gli effetti positivi per le future generazioni. Vi è inoltre un convincimento diffuso e consistente tra gli imprenditori intervistati (75%) che l’attenzione alla sostenibilità crei valore nel tempo per tutti gli attori legati all’impresa” spiega un portavoce di Aipb. “I clienti Private mostrano un interesse crescente per gli investimenti sostenibili e responsabili, ma allo stesso tempo avvertono l’esigenza di essere guidati. Il 38% dichiara che si rivolgerebbe a un private banker per avere un supporto in tema di prodotti Sri. Le scarse informazioni sugli investimenti sostenibili e responsabili e sugli impatti potenziali che la diffusione degli stessi potrebbe produrre sulla qualità della vita e sulle performance di portafoglio rappresentano attualmente un ostacolo importante alla diffusione degli investimenti sostenibili e responsabili”. Non dimentichiamo che i futuri detentori della ricchezza saranno sempre più donne e millennial e le statistiche internazionali dicono che a questo pubblico importa la sostenibilità. Eccome.

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