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La Brexit inguaia la City: servizi finanziari sotto scacco

La Brexit inguaia la City: servizi finanziari sotto scacco

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Lorenzo Magnani
Lorenzo Magnani

27 Gennaio 2021
Tempo di lettura: 5 min
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  • I servizi finanziari non hanno trovato spazio nelle trattative della Brexit. Asset manager, gestori patrimoniali e venture capitalist sono le categorie più a rischio

  • Dal 1 gennaio 2021 gli strumenti e i prodotti finanziari UK non sono più considerati conformi alle direttive comunitarie. Su fondi e Etf si applicherà l’aliquota marginale

  • Le parti hanno ancora tempo per arrivare ad eventuali accordi fino al 28 febbraio, giorno entro cui sarà ratificato il Trade and Cooperation Agreement

Via il passaporto europeo e vai con l’aliquota marginale: la Brexit si era dimenticata dei servizi finanziari. Londra indietreggia mentre Parigi, Francoforte e Amsterdam sono pronte a raccoglierne l’eredità

Pesca, commercio, passaporti, sicurezza, governance, identità nazionale: nell’anno di transizione del Regno Unito fuori dall’Unione Europea si è parlato di tutto fuorché dei servizi finanziari (seppur questi contribuiscano all’economia britannica in misura rilevante). Le domande sono tante. Chi ci perderà di più tra Unione Europea e Regno Unito? Quali sono le conseguenze per l’industria finanziaria d’oltremanica? Chi riuscirà a salire sul trono d’Europa?We Wealth lo ha chiesto ad Andrea Nascè, direttore financial advisory di Ersel Sim.

Il vuoto normativo fa male al Regno Unito

“Il mondo finanziario è rimasto ai margini delle discussioni e delle trattative. Il vuoto normativo non essendo stati disciplinati nel concreto dei meccanismi di continuazione determina effetti per entrambi le parti. Il problema è che c’è una forte asimmetria: il saldo import-export di servizi finanziari è a tutto vantaggio del Regno Unito” spiega Nascè che sottolinea dunque che tra Unione Europea e Regno Unito sarà sicuramente il secondo a perderci di più. Le esportazioni di servizi finanziari inglesi infatti valgono 60 miliardi di euro contro gli appena 15 miliardi di euro di importazioni europee e il settore finanziario nel suo complesso vale il 7% del pil, producendo 132 miliardi all’anno e dando occupazione a più di un milione di persone. In questa situazione c’è ancora tempo, almeno fino al 28 febbraio, termine ultimo per la ratifica del Trade and Cooperation Agreement, per cercare delle intese anche sulla tematica finanziaria. Per il momento c’è solo l’obiettivo dichiarato di raggiungere un Memorandum of Understanding entro il mese di Marzo 2021, per dare vita a una cooperazione nella regolamentazione.

Gli asset manager comprano casa in Europa

Al netto degli sviluppi futuri la certezza presente è che dal 1 gennaio 2021 gli strumenti e i prodotti finanziari UK non sono più considerati conformi alle direttive comunitarie. Le conseguenze principali sono due: il venir meno del passaporto europeo e l’assoggettamento all’aliquota marginale. Entrambi problemi che toccano in particolare il mondo del risparmio gestito. “Molte società di asset management britanniche, non beneficiando più del mutuo riconoscimento, per non perdere la clientela europea hanno creato veicoli d’investimento di diritto europeo, con sede a Lussemburgo o in altre capitali finanziarie europee” osserva Nascè che spiega che per gli investitori europei investire in fondi inglesi non è più conveniente. “I fondi e gli etf di di diritto UK (identificati con ISIN GB) d’ora in poi saranno soggetti a tassazione progressiva dei redditi di capitale e dunque all’aliquota marginale che in Italia è del 43%. Inoltre scatta il regime dichiarativo nell’anno in cui si verifica il realizzo dell’operazione”.

Venture capital, gestione patrimoniale e derivati

Il rischio per Londra e più in generale per il Regno Unito di perdere quote di mercato, al netto di eventuali raggiri normativi, non si limita al solo risparmio gestito. Dopo l’asset management c’è in prima linea il mondo del venture capital, da sempre in Europa a residenza londinese, che potrebbe dover fare i conti con perdite sostanziali. “Il 60% delle startup finanziate a livello internazionale fin ora era ubicato a Londra, hub d’attrazione dei giovani talenti in cerca di capitali, ecosistemi di innovazione e di un regime fiscale particolarmente favorevole” afferma Nascè che spiega che alla luce di Brexit questo trend potrà notevolmente rallentare. A livello di gestione patrimoniale vale invece quanto detto per l’asset management in termini di passaporto, con i risparmiatori continentali che non potranno più accedere al servizio delle boutique di consulenza finanziaria inglesi. Perdite considerevoli ci saranno anche lato derivati, in quanto le principali camere di compensazione sulla negoziazione dei derivati sono locate anch’esse a Londra. Nulla cambia invece per quanto riguarda la negoziazione diretta di azioni e obbligazioni.

Chi sarà la nuova piazza d’affari d’Europa?

Con Londra e la Gran Bretagna staccate ora non più solo fisicamente dal continente, le pretendenti al trono borsistico d’Europa sono pronte a darsi battaglia. Nel frattempo accanto ai blocchi del London Stock Exchange e della Deutsche Börserispettivamente con baricentro a Londra e a Francoforte, si è rafforzato nelle ultime settimane il gruppo Euronext, con l’acquisizione di Borsa Italiana. Secondo Nascè “la corsa per diventare la capitale finanziaria dell’Unione Europea sembra essere tra Parigi, Francoforte, Bruxelles e Amsterdam, senza un vincitore ancora in vista”. Quale sia la città che riuscirà a spuntarla ad ogni modo non scalfirà almeno nel breve l’importanza di Londra sullo scacchiere internazionale. “Per la timezone, la lingua e le competenze stratificate in decenni di leadership Londra comunque rimarrà un passo davanti alle altre piazze affari europee su una scala globale. Le ambizioni rispetto all’Europa sono ridimensionate ma ci sono forti sentieri di sviluppo verso l’Asia” conclude Nascè.

Lorenzo Magnani
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