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Kames Capital: la parola al gestore su green e Brexit

06 Luglio 2018 · Teresa Scarale

  • L’inclusione della certificazione dei criteri ambientali, sociali e di governance nelle società in portafoglio non è considerato un elemento discriminante

  • Brexit? No panic. E’ nell’interesse di tutti attivare un’uscita morbida e prolungata

Stephen Jones di Kames Capital parla di alcuni temi caldi del momento, soprattutto in Europa: importanza degli Esg nella selezione del portafoglio e Brexit. Con una sola linea guida: il pragmatismo

Kames Capital, asset manager di origini edimburghesi fa del pragmatismo il suo punto di forza. E se non si tratta esattamente di un approccio contrarian, di sicuro è segno di una forte indipendenza di giudizio.

Esg? Non necessariamente

L’inclusione della certificazione dei criteri ambientali, sociali e di governance nelle società in portafoglio non è considerato un elemento discriminante. Non soltanto almeno. Stephen Jones, Cio di Kames, a domanda risponde che il non avere necessariamente in gestione titoli col bollino Esg può costituire un interessante spunto di diversificazione. Non che la sostenibilità non sia più importante, anzi. Del resto in Kames esiste una speciale Sustainability Committee, di cui Jones è presidente. Ma non deve diventare un elemento che rende “crowded” e troppo omogenee le aree di investimento. Ciò che conta alla fine nella selezione sono sempre i fondamentali. Eliminare sistematicamente tutti i titoli non sostenibili alla lunga può condurre infatti ad uno svuotamento dei portafogli per cui gli unici ad esserne penalizzati sarebbero i clienti.

Kames e la Brexit

Dopo lo shock iniziale, l’azionario britannico ha pian piano recuperato il suo equilibrio, immettendosi in una via tendenzialmente rialzista. La mancanza di chiarezza su che tipo di accordo Theresa May sarà in grado di strappare all’Unione Europea al momento della sua uscita nel 2019 sta però influendo sul sentiment dell’azionario britannico. La cui performance operativa  continua però ad apparire in sostanza solida. La crescita dei profitti è duque stabile. Anzi, secondo Kames è probabile che si registrerà un aumento a doppia cifra degli utili per azione.

E’ attualmente ostico prevedere quali segmenti verranno maggiormente influenzati dalla dipartita, sia in positivo che in negativo. Come sempre, è agevole ipotizzare che le società a maggiore capitalizzazione saranno le più adatte ad affrontare le intemperie. Avendo attività internazionali, capaci di attingere ricavi da diversi paesi, potranno ben compensare le loro eventuali perdite senza dover ripensare il loro modello operativo. Del resto, le prospettive di queste società per i mesi a venire è probabile siano più legate al contesto di crescita e alle performance dell’azionario globale nel complesso.

L’opinione di Jones

A domanda diretta, il Cio risponde che per lui “non ci sarà nessun problema. Si va verso un’uscita europea molto morbida e lenta, prolungata. Anche perché non è solo il Regno Unito ad avere da perderci. La Germania alla fine dovrà piegare la testa”. Aggiunge poi che si può diventare parte di vari tipi di accordi non comunitari, come ad esempio quelli di non proliferazione nucleare. Ci sono molte aree di cooperazione possibile. E il fatto che l’anno prossimo l’oltremanica acquisirà lo status di “paese terzo” non sarà un ostacolo. La flemma britannica del gestore trova appoggio sulla consapevolezza che, a suo dire, le proiezioni finanziarie di qui a trent’anni mostrano Londra come la sola metropoli europea ad occupare un posto nella top 20 mondiale.

 

Teresa Scarale
Teresa Scarale
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