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Jackson Hole, il mondo attende Jerome Powell e la Fed

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Teresa Scarale
Teresa Scarale

26 Agosto 2020
Tempo di lettura: 3 min
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  • Alla vigilia della conferenza della località del Wyoming, i mercati paiono tacere in attesa delle parole che Jerome Powell pronuncerà

  • Alcuni esperti si aspettano che la Fed adotti un obiettivo di inflazione del 2-2,5%, valore che dovrebbe essere vicino alla piena occupazione. Altri invece pensano che le vere decisioni importanti emergeranno dal meeting Fomc di novembre

  • La domanda che resta sullo sfondo è però una: la politica della Fed sarà ancora credibile?

Alla vigilia del simposio annuale di Jackson Hole, uno dei più attesi di sempre, i mercati si mostrano cauti. Tutti aspettano le indicazioni della Fed per l’economia che sarà. Ma questa volta, con i tassi prossimi a zero, la cassetta degli attrezzi di Powell gode di pochi strumenti. Su quali punterà, allentamento quantitativo o forward guidance? E come reagirà la curva dei rendimenti? Intanto, i dati macro si mostrano migliori delle attese

L’azionario tace nelle ore che precedono il discorso a Jackson Hole (15.00 ore italiane) del governatore della Fed Jerome Powell. In attesa del simposio annuale dei banchieri sulla politica economica, gli investitori mostrano cautela, con il Dow Jones che apre sotto la parità (ma sia l’S&P 500 che il Nasdaq Composite hanno aggiornato i massimi storici intraday a 3.456,85 e a 11.569,91 punti rispettivamente).

Gli analisti prevedono che Powell manterrà la sua politica ultra accomodante fino all’auspicato aumento dell’inflazione e dell’occupazione. Anche se, al momento, la preoccupazione più grande è la disinflazione. E anche se l’inflazione dovesse avvicinarsi all’obiettivo del 2%, il consenso si attende un prosieguo dell’attuale politica espansiva.

Le sfide di Jackson Hole

Secondo Goldman Sachs, “è probabile” che la Federal Reserve americana riveli le conclusioni chiave della sua revisione strategica del quadro di politica monetaria proprio durante il simposio. Gli esperti si aspettano che la Fed adotti un obiettivo di inflazione del 2-2,5%, valore che dovrebbe essere vicino alla piena occupazione. Tuttavia gli analyst della banca d’affari ritengono che la riunione veramente importante per la politica monetaria Usa sarà quella di novembre. “Ci aspettiamo che il Fomc adotti una guidance che ritarda una politica meno accomodante fino a quando l’economia non raggiungerà sia la piena occupazione sia il target di inflazione del 2% e che passi a un programma di acquisto di asset più tradizionale che mira ad allentare le condizioni finanziarie e inclinare gli acquisti verso scadenze più lunghe”.

Altri reputano il 2% di inflazione fin troppo severo per una reale ripresa economica. La vera questione spinosa resta quella dei tassi di interesse, ormai troppo bassi per dare al governatore margini di manovra tradizionali. La “cassetta degli attrezzi” Fed deve cambiare.

Allentamento quantitativo o dichiarazioni sull’andamento dei tassi?

La crisi finanziaria del 2008 aveva introdotto due nuovi arnesi nel kit della Federal Reserve. Si trattava dell’allentamento quantitativo e della forward guidance, ossia delle dichiarazioni sulle evoluzioni dei tassi a breve termine. Scopo di entrambi gli strumenti era quello di frenare i tassi di interesse a lungo termine, indicatori di una sfiducia del mercato nei confronti della capacità del governo Usa di ripagare i Treasury. Molti analisti pensano che la Fed opterà per una forward guidance basata sui dati reali dell’economia, dichiarando che i tassi non aumenteranno almeno fino a fine 2020. L’altra opzione è che la banca centrale americana delinei particolari requisiti (Pil, occupazione…) da soddisfarsi prima che i tassi aumentino.

Per rendere credibili le sue affermazioni, la Fed potrebbe forzare la credibilità delle sue dichiarazioni, intervenendo sulla curva dei rendimenti, controllandola tramite l’acquisto di asset per riportare i tassi all’obiettivo dichiarato.

Il quadro macro interno

Sul fronte macroeconomico (base mensile) intanto, gli ordini di beni durevoli negli Stati Uniti sono aumentati dell’11,2%. Il dato è nettamente al di sopra del consenso degli economisti, che si aspettavano invece un aumento del 3,3% m/m. Gli ordini ex trasporti sono invece saliti del 2,4%, sopra le stime di consenso (+2%). Mentre gli ordini ex difesa sono aumentati del 9,9%.

Questi dati sono “inaspettati e riportano gli ordini core vicino ai livelli pre-pandemici”, afferma Michael Pearce, economista Usa di Capital Economics. L’aumento “è stato guidato da una ripresa degli ordini di veicoli a motore al di sopra dei livelli pre-pandemia e da un minor numero di cancellazioni nette di aeromobili a Boeing”, aggiunge Pearce. Gli ordini core sono aumentati del 2,4%, meno che a giugno, ma il rallentamento “non è certo una delusione” poiché ora sono tornati a toccare i livelli di febbraio. […] La ripresa degli investimenti in attrezzature aziendali è a forma di V”, conclude l’economista.

Teresa Scarale
Teresa Scarale
caporedattore
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