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Italiani pronti a sostenere la ripresa, ma cercano consulenti

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Rita Annunziata
Rita Annunziata

05 Agosto 2020
Tempo di lettura: 3 min
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  • Il 42% degli italiani è disposto a modificare il proprio portafoglio o a considerare nuovi strumenti finanziari per supportare la ripresa

  • Il 35% è positivo sul livello di sostegno ottenuto durante la pandemia

  • Il 35% degli investitori “fai da te” ha sentito la mancanza di una consulenza professionale

Secondo una ricerca di Schroders, due italiani su cinque sono pronti a sostenere il rilancio del Paese con i propri investimenti. Ma, nel momento del bisogno, cresce il ruolo dei consulenti finanziari. Qualche ripensamento anche tra i “fai da te”

Tintinnano i risparmi accumulati nelle tasche degli investitori italiani che all’alba della ripartenza si preparano a sostenere la ripresa economica del Paese dichiarandosi disponibili, nel 42% dei casi, anche a modificare il proprio portafoglio o considerare nuovi strumenti finanziari. Ma lo shock pandemico e la conseguente situazione di incertezza hanno reso sempre più importante il ruolo della consulenza finanziaria, innescando qualche ripensamento anche tra i “fai-da-te”.

Secondo la ricerca annuale Schroders global investor study 2020, che ha coinvolto un campione di oltre 23mila investitori di 32 località in giro per il mondo tra il 30 aprile e il 15 giugno 2020 (ai fini dell’indagine sono considerati “investitori” coloro che intendono investire almeno 10mila euro nei prossimi 12 mesi e che hanno modificato i propri investimenti negli ultimi 10 anni, ndr), l’emergenza epidemiologica ha generato negli investitori italiani una maggiore preoccupazione per i propri risparmi. Il 46% afferma di pensare ai propri investimenti almeno una volta a settimana, ben 15 punti percentuali in più rispetto al periodo pre-covid.

In questo contesto, il 35% di coloro che si rivolgono a un consulente finanziario è positivo sul livello di sostegno ottenuto durante la pandemia, mentre il 25% dichiara di aver dovuto stimolare il supporto desiderato. Un supporto di cui hanno sentito la mancanza anche gli italiani che normalmente gestiscono gli investimenti in autonomia, pari al 35% del campione.

A chi si rivolgono gli italiani?

Per ottenere una consulenzail 46% degli italiani si rivolge alle banche e il 42% ai consulenti finanziari indipendenti, contro una media europea rispettivamente del 43% e del 40%. In Asia, invece, gli investitori tendono principalmente ad affidarsi ai consigli di amici e familiari (38%), mentre in Europa la percentuale scende al 24%. Se si considerano le differenze generazionali, gli italiani over 71 sono più propensi a fare affidamento alle proprie conoscenze (58%) rispetto ai millennial (26%). Inoltre, gli investitori “esperti” o “avanzati” tendono a privilegiare “un più solido mix di professionisti”, si legge nel report, e sono meno “propensi a svolgere ricerche in autonomia e a consultare un amico o un membro della famiglia”.

Formazione finanziaria: un impegno individuale

Ma se per la consulenza gli italiani si rivolgono agli esperti, quando si parla di formazione in materia di questioni finanziarie personali l’ago della bilancia sembra ribaltarsi. Il 68% dei consumatori ritiene che dovrebbe trattarsi di un impegno individuale, mentre il 62% sostiene che la responsabilità spetti alle società finanziarie. Lo stesso vale per le conoscenze finanziarie generali, con il 72% che ritiene di essere personalmente responsabile della propria formazione. Infatti, anche se il 51% dichiara che il sistema formativo e scolastico dovrebbe “essere responsabile di divulgare una conoscenza finanziaria – continuano i ricercatori – solo il 40% attinge realmente a tale fonte”, e lo stesso vale per il governo o ente regolatore (46% contro il 35%). In controtendenza i millennial, che nel 47% dei casi ritengono responsabili i datori di lavoro, quasi tre volte in più rispetto agli over 71 (15%).

Una consulenza in prossimità della pensione

L’indagine, ha rivelato inoltre che il 34% degli intervistati a livello globale dichiara che chiederebbe una consulenza professionale in prossimità della pensione, mentre il 33% lo farebbe in caso di eredità o in occasione di un acquisto importante, come una nuova auto o una seconda proprietà ai fini di investimento. I millennial, invece, sono due volte più propensi ad affidarsi a un consulente finanziario in caso di eredità rispetto ai non-millennial, e lo stesso vale per la nascita di un figlio.

Atteso un rendimento annuo del 7,9% entro il 2025

Nonostante il sostegno dei consulenti finanziari, durante la pandemia risulta significativa la percentuale di investitori che hanno preferito correre ai ripari: il 22% ha riallocato una parte significativa del portafoglio su investimenti con rischio inferiore, anche se si tratta di una percentuale più bassa rispetto alla media globale (28%) ed europea (25%). Ma tra febbraio e marzo c’è anche chi ha deciso di non modificare il proprio portafoglio (32%) e chi ne ha approfittato per volgere lo sguardo verso investimenti più rischiosi (9%). I millennial, in questo contesto, sono considerati i più reattivi e meno pazienti: solo il 21% è rimasto inerme, contro il 44% degli over 37.

Volgendo lo sguardo verso i prossimi cinque anni, gli italiani si attendono un rendimento annuo del 7,9% contro il 10,9% della media globale e il 9,4% della media europea (entrambe in crescita rispetto al 2019). Gli investitori più fiduciosi sono gli statunitensi e gli argentini, che stimano un rendimento rispettivamente del 15,4% e del 14,6%, mentre i più cauti sono i giapponesi (6%) e gli svizzeri (7%). Inoltre, solo il 21% degli italiani si attende che l’impatto economico negativo della pandemia possa proseguire per oltre due anni e il 5% per oltre quattro anni.

“Non si può negare l’evidenza che l’impatto del covid-19 sulle economie e i mercati, ma anche in altri ambiti, sarà probabilmente consistente nei prossimi anni – spiega Rupert Rucker, head of income solutions di Schroders – La pandemia è considerata da molti come un caso emblematico di cigno nero, ma oggi più che mai è necessario rimanere ancorati ai nostri principi di investimento”. Secondo Rucker, “occorre guardare al di là del frastuono e focalizzarsi sul mantenere un equilibrio negli investimenti sul lungo periodo”. Ma attenzione. Diversi fattori potrebbero minare la fiducia nelle società di investimento, tra cui l’inattendibilità delle informazioni fornite e la scarsa sicurezza informativa (64%) ma anche un’insufficiente comunicazione sul possibile impatto dello shock pandemico sugli investimenti (54%).

Rita Annunziata
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