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Italia: corsa contro il tempo per evitare la procedura d'infrazione

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Teresa Scarale
Teresa Scarale

05 Giugno 2019
Tempo di lettura: 3 min
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  • Come previsto, la Commissione ha messo in mora l’Italia a causa dei danni inflitti ai (suoi) conti pubblici. Si tratta dell’avvio formale della temuta procedura d’infrazione. Misura lunga, severa, invasiva

  • Nel 2017 il debito pubblico era pari al 131,4%, nel 2018 al 132,2%, nel 2019 si attesterà al 133,7%, mentre nel 2020 salirà 135,2%. A meno di non prendere contromisure adeguate e tempestive

  • Quello che la Commissione chiede adesso a Roma è di varare una manovra pari fra i 3,6 e i 4,8 miliardi di euro. Ossia una manovra correttiva pari allo 0,2% – 0,3% del Pil

  • La tempesta italo-europea giunge in un momento non roseo per la crescita mondiale, rivista dalla Banca Mondiale al ribasso per tutte le aree nevralgiche dell’economia internazionale

Commissione vs Italia, primo round. Bruxelles ha formalmente avviato l’iter per la procedura d’infrazione contro il nostro Paese, reo di non aver preso impegni credibili per la riduzione del nostro debito pubblico, ormai galoppante. Intanto, la Banca Mondiale vede fosco sulla crescita globale

L’Italia non ha rispettato le regole e la Commissione Europea ha proposto, come previsto, la procedura d’infrazione per debito eccessivo nei confronti del nostro Paese.

L’Italia verso la procedura d’infrazione

La messa in mora del 5 giugno 2019 da parte dei commissari Dombrovskis e Moscovici lascia al Belpaese un mese di tempo per scongiurare l’avvio effettivo della misura. La quale, va sottolineato, è lunga, invasiva, complessa e impegnativa. Finora scongiurata da tutti i governi dello Stivale, prevede infatti misure da adottare entro termini stabiliti e un continuo, poco piacevole monitoraggio da parte degli altri paesi europei.

Del resto, le recenti sconsiderate politiche del governo italiano hanno inflitto danni ai conti pubblici del Paese e l’ammontare che l’Italia paga sul debito è pari a quanto spende per tutta l’istruzione. La scelta definitiva spetta ora a tutti i governi della zona euro durante il prossimo Ecofin (il consiglio di tutti i ministri dell’economia Ue) del 9 luglio 2019. Prima di arrivare alla decisione finale dell’Ecofin però, vi sono altri passi intermedi. In prima battuta, dovrà pronunciarsi il Comitato economico e finanziario, ossia l’organismo che raggruppa i direttori generali dei rispettivi ministeri delle Finanze. Sarà poi la volta dell’Eurogruppo, convocato a Lussemburgo per il 13 giugno.

Una (impossibile?) corsa contro il tempo

Per bloccare la procedura d’infrazione occorrono 255 voti. Si tratta dei due terzi dei voti ponderati dell’Ecofin: Italia, Francia, Germania e Regno Unito ne hanno 29, Polonia e Spagna 27 e poi via via in misura inferiore arrivano gli altri paesi. Non è però su questo risultato che farà affidamento l’Italia. Tutti i paesi europei infatti sono per una linea di rigore nei numeri dei conti pubblici, anche i sovranisti. E quelli italiani parlano chiaro: nel 2017 il debito pubblico era pari al 131,4%, nel 2018 era al 132,2%, nel 2019 si attesterà al 133,7%, mentre nel 2020 salirà 135,2%. A meno di non prendere contromisure adeguate.

Stante questa dinamica “a divergere”, l’allontanamento dal quanto previsto dal Trattato sulla stabilità, coordinamento e governance nell’unione economica e monetaria, il cosiddetto Fiscal compact, è lampante. Secondo quest’ultimo infatti il rapporto fra debito e Pil dovrebbe convergere tendenzialmente (ma non troppo lentamente) verso il 60%. Il Governo giudica le regole europee “ingiuste”, ma fintanto che non saranno modificate a livello legislativo bisognerà rispettarle.

Le richieste di Bruxelles

Questa volta i commissari chiedono quindi una riduzione della spesa pubblica dello 0,1% con un aggiustamento strutturale nel 2020 dei conti pubblici dello 0,6% del Pil. Quello che la Commissione chiede in concreto adesso a Roma è di varare una manovra pari fra i 3,6 e i 4,8 miliardi di euro. Ossia una manovra correttiva pari allo 0,2% – 0,3% del Pil. Numeri al momento per nulla compatibili con gli annunci fatti da Salvini e la sua accusa alle “ingiuste” regole europee.

Ma l’esecutivo comunitario non poteva fare altrimenti: la dinamica del debito pubblico italiano è in costante espansione dallo scorso anno. Non tutto però è perduto. Il governo Conte potrà, se lo vorrà, evitare ancora la procedura prendendosi l’impegno concreto di adottare politiche più savie nel 2019 e nel 2020. Misure che, per quanto impopolari, sarebbero meno onerose e indigeribili di una procedura per debito eccessivo. Il premier Giuseppe Conte però dal Vietnam fa sapere che “non è prevista nessuna manovra bis”, mentre il presidente di Confindustria Vincenzo Boccia auspiaca “un dialogo costruttivo” con Bruxelles.

La prospettata tempesta italo-europea arriva in un momento tutt’altro che sereno per gli orizzonti economici internazionali. La Banca Mondiale lancia infatti l’allarme: la crescita globale sarà quest’anno più bassa del previsto, passando dal 2,9% atteso al 2,6%. Nel dettaglio, gli Usa cresceranno del 2,5% a fronte del 2,9% previsto, la Cina del 6,2% contro il 6,6% del 2018. L’area euro invece crescerà dell’1,2%, deludendo le aspettative di inizio anno che la volevano su del 1,6%. Oltre che i dati sulla manifattura tedesca, pesano anche le vicende dell’Italia, che, è bene ricordarlo, è uno dei Paesi fondatori dell’Ue.

Teresa Scarale
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