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Italia, la luce in fondo al tunnel c’è ma è spenta

24 Giugno 2019 · Maddalena Liccione · 5 min

  • Il macigno del debito

  • “I minibot sono l’illusione di qualche magia”

  • Attenti agli effetti delle dialettiche tra il governo italiano e la Commissione europea

Per quale motivo dopo 10 anni di crisi l’Italia stenta a risollevarsi? L’opzione Italexit può essere una soluzione? E i minibot? Su cosa dovrebbero puntare gli investitori? Ecco come la pensa Maurizio Mazziero

“Il problema cronico dell’Italia è quello di avere una bassa crescita e un debito che invece continua ad aumentare”. Così Maurizio Mazziero, fondatore della Mazziero Research, socio professional Siat e responsabile del comitato di consulenza di Abs Consulting riassume la complicata situazione italiana. L’Italia dal punto di vista della crescita ha un grande driver: le esportazioni. Nell’Eurozona, dopo la Germania, è il secondo maggior paese esportatore. “Questo è delizia da un lato ma è croce quando si parla di guerre commerciali o dazi doganali. Se la voce principale del Pil – le esportazioni – tende a diminuire a causa di dazi, ne risentiamo immediatamente con dei forti contraccolpi”, spiega l’esperto che, parlando di crescita, mette in risalto altri punti abbastanza fragili del Belpaese, come la produzione industriale, intimamente legata alle esportazioni, che è calata negli ultimi mesi e in secondo luogo il mercato del lavoro che vede una disoccupazione che non riesce a scendere al di sotto del 10% con una cassa integrazione che è tornata a salire. Tutto questo si riversa su una minore disponibilità da parte dei cittadini che a sua volta si ripercuote, con una catena di trasmissione diretta, sul consumo al dettaglio che è piuttosto debole, sia per la grande distruzione sia per la piccola e che vede, invece, un progresso a doppia cifra soltanto per il commercio elettronico.

Verso un autunno caldo?

Parlando di conti pubblici poi, che da un lato vedono un aumento delle entrate dei tributi fiscali ma dall’altra parte un continuo crescere della spesa pubblica, si entra in pieno nel tema dello spread. “A seconda del tono – spesso acceso e provocatore – delle dialettiche che si sviluppano tra il governo italiano e la Commissione europea, assistiamo a oscillazioni dello spread che portano all’aumento dei rendimenti di titoli di Stato con conseguenze negative soprattutto se si verificano in un momento di forte rinnovo delle scadenze dei titoli stessi. Ci sono dei termini molto ingenti come quello di settembre, in cui avremo circa 53 miliardi di titoli di Stato in scadenza e di ottobre con 40 miliardi. C’è da sperare, quindi, che non si vada incontro a un autunno caldo con un forte contenzioso tra Italia e Commissione europea per il discorso di infrazione sul debito eccessivo perché questo porterebbe un elevato danno alla spesa per interessi. Una spesa pubblica improduttiva che quest’anno è intorno ai 70 miliardi di euro, senza parlare poi del debito pubblico che ha raggiunto un nuovo record di 2.373 miliardi e che continuerà a salire”, commenta Mazziero.

Le opportunità per gli investitori

Tenendo conto di tutte queste criticità, l’esperto analizza dove trovare delle buone opportunità di investimento. In ambito azionario, il consiglio è di prestare attenzione alle Mid Cap che sono al di fuori del Ftse Mib. “Molte di queste aziende hanno dei prodotti a elevata tecnologia, a forte trend di innovazione e che fanno principalmente il loro fatturato all’estero. Queste società all’interno del listino milanese sono quelle che rappresentano la maggiore opportunità per gli investitori”, avverte Mazziero. Per quanto riguarda l’obbligazionario, il focus è sui titoli di Stato. “Gli investitori dovranno essere molto attenti e dosare la duration, ovvero la durata residua finaziaria dei titoli di Stato. Questo perché se lo spread dovesse spingere verso l’alto e innalzare i rendimenti, il contraccolpo sulla quota capitale potrebbe essere rilevante; soprattutto per gli investitori sui titoli di stato italiani è consigliabile rimanere su delle durate residue abbastanza ridotte, che non superino in definitiva i 3-4 anni”.

Minibot sì o no?

“I minibot sono l’illusione di qualche magia che non risolve il problema”, taglia corto Mazziero. “Per come si sta sviluppando il dibattito intorno ai minibot, a mio modo di vedere ci sono dietro delle intenzioni che non vengono dette chiaramente. Per come sono stati annunciati, sono titoli di Stato di piccolo taglio, pertanto a tutti gli effetti rientrano nel conteggio del debito, quindi non si capisce perché non andare avanti a emettere dei Btp per pagare i debiti della pubblica amministrazione. Non c’è nessuna differenza. Dalle statistiche che sono state fatte, il debito della PA verso le aziende è per il momento di 28 miliardi sulle fatture del 2018 e queste a tutti gli effetti sono già entrati nel computo del debito, quindi non risolverebbero nulla dal punto di vista dei minibot, mentre invece ci sono 43 miliardi che non sono conteggiati nel debito pubblico perché risiedono nei debiti di breve termine delle pubbliche amministrazioni. In questo momento mi sembra più una provocazione nei confronti dell’Europa per far vedere che si va a emettere un qualche cosa di non convenzionale piuttosto che i reali benefici che si avrebbero. Non credo che gli imprenditori sarebbero contenti di essere pagati con carta”, spiega Mazziero. Senza parlare poi delle conseguenze non intenzionali dei minibot. “Il mercato secondario potrebbe diventare molto volatile nei prezzi, specialmente se vi fosse una percezione maggiore di rischio default, e quindi vi potrebbe essere una corsa alla vendita, sbarazzandosi dei minibot per ottenere euro con un concambio sempre più sfavorevole (legge di Gresham: la moneta cattiva scaccia quella buona; solo per capirci, se aveste una banconota da 50 euro usurata e una integra tendereste quasi sicuramente a disfarvi prima di quello usurata). Il Tesoro dovrebbe intervenire per sostenere le quotazioni, anche attraverso gli specialisti che dovrebbero trovare un loro tornaconto; ciò significherebbe riacquistare i minibot o concambiarli con titoli di Stato, ottenendo un effetto contrario di quello all’origine dell’emissione di minibot.

Cosa aspettarsi dal futuro?

“L’Italexit non è una soluzione e questo dovrebbe essere molto chiaro ai sovranisti”. La tendenza dei movimenti sovranisti è quella di mettere il proprio Stato al primo posto, richiamando un po’ l’America first di Trump. “Oggi i sovranisti pensano che uscire dall’euro consenta di ritornare alla sovranità monetaria e quindi poter svalutare come si faceva una volta e rendere le nostre merci più appetibili nei confronti dell’estero (le cosiddette svalutazioni competitive). Questo scatenerebbe una maggiore produzione e di conseguenza una maggiore occupazione, in definitiva maggiori soldi. Ma c’è un ingranaggio che si inceppa in tutto questo processo: se si parla di sovranismo, le svalutazioni competitive andranno incontro a dei dazi, quindi non è vero che recupereremmo competitività nei confronti delle merci estere. L’Italexit non è una strada percorribile fintanto che non abbiamo dei conti a posto. L’euro sarà pure una moneta incompleta (non ha unificato le politiche fiscali di tutti gli Stati che l’hanno adottata), ma con l’uscita dall’euro ci ritroveremmo a essere tutti più poveri, sarebbe davvero un salasso per tutti i cittadini”, conclude Mazziero.

Maddalena Liccione
Maddalena Liccione
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