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Investimenti, le buone azioni del recovery fund

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Teresa Scarale
Teresa Scarale

09 Dicembre 2020
Tempo di lettura: 5 min
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  • I fondi del recovery fund arriveranno tutti insieme, ma spalmati fra il 2021 e il 2026, sulla base di piani di spesa ben precisi e sullo stato di avanzamento dei lavori

  • L’emergenza prima è quella delle infrastrutture. “Vi sono investimenti che se non completati valgono zero: si pensi alla strozzatura del numero di corsie su un’autostrada”

  • Queste misure non avranno lo sperato impatto (anche) sul livello dei prezzi se i governi non interverranno con politiche fiscali adeguate a innalzare i redditi delle classi sociali inferiori, senza tagliare quello dei più abbienti. Le politiche di ripresa devono chiudere l’income gap

La sbornia dei 209 miliardi europei destinati all’Italia lascia spazio al loro utilizzo razionale e alla consapevolezza che le risorse saranno spalmate in un quinquennio, sulla base dei piani di utilizzo presentati. A beneficiare del recovery fund saranno soprattutto tre categorie di azioni: energia, telecom e infrastrutture

Delle risorse del Recovery Fund, all’Italia andranno 127 miliardi di euro in prestito e 82 a fondo perduto: 209 miliardi. Non arriveranno tutti insieme, ma spalmati fra il 2021 e il 2026, sulla base di piani di spesa ben precisi e sullo stato di avanzamento dei lavori. Una vera sfida per l’Italia, che non ha mai mostrato di essere veloce ed efficiente nella spesa dei fondi europei, spesso tornati al mittente per mancato utilizzo. Le direttrici di investimento che beneficeranno maggiormente di queste risorse sono tre: infrastrutture, transizione energetica, telecomunicazioni.

Riccardo Valeri, portfolio manager di Kairos, specifica che, stando alle prime indicazioni, “almeno il 37% dei 750 miliardi del Next Generation Fund Eu (l’altro nome con cui è stato battezzato il Recovery Fund, ndr) dovrà andare alla transizione energetica, mentre almeno il 20% sarà destinato alla digitalizzazione”. Aggiunge Carlo De Vanna, senior fund manager di Ersel am: “Per infrastrutture si intendono ferrovie (alta velocità), autostrade, viadotti, ospedali, scuole. Tutto quel patrimonio che, una volta costruito deve durare 50 anni almeno”. Per quanto riguarda la transizione energetica invece si intendono “sia la decarbonizzazione – quindi il green – che il risparmio per produrre energia. Si favoriranno le rinnovabili per spegnere pian piano le centrali energetiche tradizionali, che in alcuni Paesi prevedono ancora il carbone”.

Recovery fund, le ricadute positive sulle azioni

Gli investimenti nelle telecomunicazioni andranno invece sia sul mobile che sulla rete fissa. Al momento non si sa ancora come saranno allocati i fondi sulle tre tipologie di investimento, ma di sicuro “l’emergenza prima è quella delle infrastrutture”, prosegue De Vanna. Vi sono investimenti che se non completati valgono zero: si pensi alla strozzatura del numero di corsie su un’autostrada”. Ciò che conta non è tanto il tasso di interesse cui si prendono in prestito questi soldi (0,2% o 0,3% cambia poco) ma la remuneratività dei nuovi investimenti. Per questo è fondamentale che siano “stabilite delle regole che rendano visibile il ritorno degli investimenti, che devono essere economicamente convenienti e sostenibili, in grado di stare in piedi da soli”.

Se invece non si vuole inserire un nuovo quadro regolamentare, hanno senso i sussidi, puntualizza l’esperto, adducendo l’esempio dell’Ilva e delle aziende chimiche di vecchio stampo rimaste ancora in piedi in Europa.

Tagliare le emissioni del 50%, come previsto dal Green deal europeo per il 2050, comporta necessariamente l’erogazione di sostegno a fondo perduto: “Si pensi per esempio ai rimborsi fiscali del 110% sulle spese di efficientamento energetico delle abitazioni private”. È fondamentale però intervenire sul mondo delle regole, prima che su quello degli incentivi a pioggia. Il privato, se deve investire, vuole norme chiare: “deve essere in grado di calcolare il rendimento del suo potenziale investimento, se gli conviene o meno. In Italia i soldi non mancano, ce ne sono moltissimi. E non parlo solo del risparmio privato”.

Infine, per De Vanna non si può prescindere dalla sussidiarietà. Un altro esempio: “Gli investimenti per la banda larga sono più convenienti nelle grandi città come Roma o Milano che nei piccoli e medi centri di provincia”. Per questo motivo, nel nome del progresso tecnologico di tutto il Paese, ha avuto senso “far pagare il servizio un po’ di più di quanto dovuto agli abitanti dei grandi centri e un po’ meno a quelli delle zone periferiche”.

La questione del centro e delle periferie introduce quella dell’asimmetria nell’accesso alle risorse. Per Gianrito Nicodemo, senior portfolio manager di Zest, “l’income inequality è la problematica fondamentale del nostro tempo. Queste misure non avranno lo sperato impatto (anche) sul livello dei prezzi se i governi non interverranno con politiche fiscali adeguate a innalzare i redditi delle classi sociali inferiori, senza tagliare quello dei più abbienti. Le politiche di ripresa devono chiudere l’income gap”.

Quello dell’eguaglianza è un tema chiave dei princìpi Esg (ambiente, società, regole e modalità di governo), e l’Europa di Ursula Von der Leyen sicuramente vi presta la massima attenzione. Riccardo Valeri di Kairos ricorda che “almeno il 30% del funding generale europeo dei 750 miliardi verrà effettuato tramite green bond”.

Un bond si definisce green se la società nel prospetto relativo dichiara che emette quella obbligazione per finanziare uno specifico progetto verde. Generalmente parlando, le società maggiormente interessate dai benefici del Recovery fund saranno dunque quelle attive nei settori citati. Terna, Snam (intenzionata a diventare l’hub europeo del trasporto dell’idrogeno), le piccole municipalizzate, Telecom, fra le altre. Lo conferma Andrea Scauri, gestore di Lemanik, il quale in termini settoriali, privilegia nel suo fondo titoli di utilities, telecom, farmaceutica e beni di prima necessità, a volatilità contenuta.

La ratio del Piano europeo di ripresa e resilienza sta nella sua ampiezza, ma anche nella gradualità della sua erogazione: all’Italia arriverà nel 2021 il 10% dei 209 miliardi stanziati, 20,9 miliardi. Il senso è che saranno finanziati esclusivamente piani di valenza strutturale, per cui il proponente garantisca la realizzazione. Guardando all’azionario globale, la partita del green non si gioca solo in Unione europea. In Cina, Xi Jinpig ha affermato di voler rendere il suo paese carbon neutral entro il 2060. Svolta prevedibile anche negli Usa, se si dovesse affermare la politica dei Democratici.

Teresa Scarale
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caporedattore
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